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La buona politica. Da Machiavelli alla terza repubblica

by redazione

Valdo Spini

LA BUONA POLITICA. DA MACHIAVELLI ALLA TERZA REPUBBLICA

Marsilio 2013, 176 pagine, 15 euro

di Giuliano Ligabue
In questo libro Valdo Spini racconta la propria vicenda politica dentro le istituzioni e lo sforzo quarantennale di tentare di costruire un nuovo rapporto tra potere e democrazia.

Un richiamo d’oro, per il fiorentino Valdo Spini, la celebrazione dei cinquecento anni da quando il suo illustre concittadino Niccolò Machiavelli, scrivendo all’amico Francesco Vettori (10 dicembre 1513), gli confidava di aver portato a termine «un trattatello» – Il Principe – allo scopo ultimo di illustrare a un “moderno” principe le ragioni e le modalità per conquistare il consenso dei suoi cittadini. Tre secoli dopo, Ugo Foscolo riconoscerà a quel trattatello il merito di avere mostrato «di che lacrime grondi e di che sangue» lo «scettro» dei «regnatori» (Dei sepolcri), senza però entrare nell’ipotesi di una sua modernizzazione. Sarà Antonio Gramsci, un secolo ancora dopo, a ipotizzare il Principe “moderno” non in una singola persona ma indicandolo nel partito politico – come collettivo pensante e responsabile – che era poi, per lui, il Partito comunista (Quaderni del carcere).

È proprio da quest’ipotesi del partito-Principe che si muove Spini, nel suo saggio, con la domanda di fondo: è ancora possibile identificare il «moderno Principe» con un partito politico? tanto più in un momento come l’attuale, in cui i partiti si sono liquefatti – come e insieme alle ideologie – e il popolo è sempre più suddito?

All’interrogativo dice di voler rispondere con un’analisi razionale dell’odierno potere politico, proprio come fa il Machiavelli: come lo si conquista, come lo si sviluppa, come e perché lo si perde. Gli rimarrà inevaso, alla fine, l’interrogativo conclusivo: «Si può riprendere il controllo dei fenomeni in atto?».

Ma non c’è razionalità fuori dalla storia. E, per Spini, la prima storia è quella propria, vissuta in prima persona, tutta dentro le istituzioni politiche. Così ricorda e racconta come, dentro di esse si sia mosso per quarant’anni, lavorando a costruire un nuovo rapporto tra potere e democrazia, quasi a richiamare quello tra Principato e Repubblica. È in Parlamento già a 33 anni (1979), portandovi una concezione e visione internazionale della politica e ben presto diventando membro fattivo nei vari governi del paese: in quello di Craxi (1979), a sostegno del suo disegno di “grande riforma”, fino a quello di Ciampi (1993), come ministro intenzionato a fare dell’Ambiente, finalmente, un’opportunità. Sempre, comunque, in prima linea e primattore in quello che sarà chiamato «passaggio del paese dalla prima alla seconda Repubblica»: si trattasse di lavorare concretamente per il pluralismo delle idee o per la difesa delle minoranze o per la libertà religiosa (approvazione delle Intese, 1984); si trattasse di configurare una nuova dignità del Parlamento, ipotizzando e proponendo, a tal fine, una nuova legge elettorale.

Ma poi Spini va oltre questa sua storia istituzionale per tracciare con passione quella ancora più strettamente propria, di militante socialista. È una traversata convinta e coraggiosa: in politica già a sedici anni (1962) come giovane socialista di “Nuova Resistenza” e nel Psi rimarrà fino a quando dovrà definirsi «già un ex a 38 anni». In quel tragitto percorre tutte le tappe del suo partito: autonomista «dal comunismo interiore», con Lombardi; per il «Progetto socialista» del 1979 e un’alternativa di sinistra, contro il compromesso storico di Enrico Berlinguer; nel vivo di tutti i passaggi e le tante “rottamazioni” del suo partito – da Nenni a De Martino a Craxi – e da terzo incomodo, nello scontro tra Craxi e Martelli; riconosciuto nel ruolo di vicesegretario del partito (1981) fino a lambire la soglia, dieci anni dopo (1992), della segreteria nazionale. In questa sua militanza politica, non è «mai in fuga», come scrive Furio Colombo nell’introduzione al saggio. Ma non ne potrà evitare la crisi, bevendone fino in fondo l’aspro calice, nell’impietoso succedersi delle sue tre fasi: i primi scandali di corruzione politica del 1984, definiti «fatti isolati» dai suoi compagni , mentre diventano per lui motivo di una proposta di legge per regolare il finanziamento pubblico ai partiti (ciò che gli costerà la perdita della vicesegreteria); poi lo spartiacque del 1987, dopo la fine del secondo governo Craxi e poi nell’89 la caduta del muro di Berlino e quella svolta del Pci – la Bolognina – che non esita a definire «una buona cosa»; infine il 1994, con il Psi sprofondato al 2,2% dei consensi perché «Craxi aveva cambiato sangue al partito». Da qui l’agonia, l’arrivo di Berlusconi e la fine della “prima Repubblica”. Senza più ragioni per una militanza diffusa del suo Partito.

Ma in Valdo Spini – in questa sua storia personale, che dice di raccontare ai giovani per offrire loro una chiave di lettura delle vicende che hanno traghettato il nostro paese dalla prima alla seconda Repubblica – la militanza socialista ha ancora un volto: quello degli ideali e non dei facili slogan; quello di chi cerca e lavora all’unità del paese non attingendo al nazionalismo ma all’idea del rispetto dell’uomo e della convivenza; quello che non si stanca di dialogare a sinistra. Se poi, a sinistra, qualcuno ha voluto definirlo «un bravo ragazzo moralista», è perché probabilmente non riusciva a sopportare un socialista che – più di trent’anni fa – voleva già moralizzare i partiti e, non trovando alcun seguito, ne dava testimonianza personale sottoponendo le proprie spese di deputato al controllo di un comitato di garanti. Insomma, un “compagno” – come si usava dire – anche se «pressoché solo», che ha creduto nella buona politica, l’ha cercata e l’ha indicata a chi gli camminava a fianco.

Per questo ha scritto questo libro: per far capire – ai giovani, anzitutto – cosa avviene oggi, alle soglie di quella che è ormai considerata la” terza Repubblica”, e che una buona politica è necessaria, «ritornando così alla lezione di Machiavelli, al senso più profondo della politica e, quindi, alla domanda di fondo: chi è oggi il “moderno principe” in grado di acquisire un reale consenso che gli venga dalla capacità di affrontare realmente i problemi sul tappeto, ossia di governare il paese?».

 

(pubblicato su Confronti di ottobre 2016)

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