La trincea di Bologna

Il cardinale Biffi continua nella sua denuncia del pericolo della presenza islamica. I vescovi emiliani gli danno ragione e si uniscono ai suoi preoccupati ammonimenti. Siamo andati a Bologna ed abbiamo cercato di esplorare la trincea che ormai divide due comunità di fede. Con qualche eccezione.

Va anche detto che è una singolare visione della democrazia il far coincidere il rispetto degli individui e delle minoranze con il non rispetto della maggioranza e l'eliminazione di ciò che è acquisito e tradizionale in una comunità umana [...]. Dobbiamo qui segnalare purtroppo casi sempre più numerosi di questa che è una "intolleranza sostanziale", per esempio quando nelle scuole si aboliscono i segni e gli usi cattolici per la presenza di alcuni di altre fedi".

Questo è un passaggio del discorso pronunciato dal cardinale Giacomo Biffi arcivescovo di Bologna, il 30 settembre, al convegno nazionale della fondazione Migrantes sull'immigrazione. Un discorso nel quale ha ribadito punto per punto il suo pensiero circa la presenza dei musulmani in Italia, espresso nella nota pastorale La città di san Petronio nel terzo millennio, resa pubblica il 13 settembre 2000 (vedi Confronti 10 e 12/2002).

Preoccupato per una presenza sempre più crescente di immigrati musulmani - nel 1999 il 36,5% degli immigrati presenti in Italia era di cultura islamica, rispetto al 27,45% di immigrati cattolici; in Emilia Romagna questo dato sale al 48,4%; nello stesso anno nelle scuole delle città di Bologna e di Modena rispettivamente il 33,3% e il 39,3% degli alunni stranieri erano marocchini e quindi musulmani -, il cardinale Biffi ha chiesto pubblicamente allo stato laico italiano di difendere l'identità cristiana cattolica dall'invasione dei musulmani che, a dire del prelato, sono "sostanzialmente diversi, in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro". Egli sostiene che "i responsabili della cosa pubblica" debbano esaminare laicamente i problemi che derivano dalla presenza islamica, tenere ben presente la visione integralista che caratterizza questa religione e non rinunciare al principio di "reciprocità" da parte degli stati musulmani da cui provengono gli immigrati musulmani. "Per quanto possa apparire estraneo alla nostra mentalità e persino paradossale - sostiene Biffi - il solo modo efficace e non velleitario di promuovere il principio di reciprocità da parte di uno stato davvero laico e davvero interessato alla diffusione delle libertà umane, sarebbe quello di consentire in Italia per i musulmani, sul piano delle istituzioni autorizzate, solo ciò che nei paesi musulmani è effettivamente consentito agli altri". La soluzione che egli propone allo stato è quella di una specie di patentino religioso per l'immigrato, spiegando che "in una prospettiva realistica andrebbero preferite le popolazioni cattoliche o almeno cristiane, alle quali l'inserimento risulta enormemente agevolato, per esempio i latinoamericani, i filippini, gli eritrei, i provenienti da molti paesi dell'est Europa, eccetera, poi gli asiatici (come i cinesi e i coreani) che hanno dimostrato di sapersi integrare con buona facilità, pur conservando i tratti distintivi della loro cultura".

La posizione del cardinale ha riscosso un ampio consenso da parte di alcune forze politiche d'ispirazione cattolica e anche di quelle storicamente avverse al fenomeno d'immigrazione.

Timide o addirittura assenti le reazioni delle istituzioni. Il ministro dell'Interno Enzo Bianco, dopo le dichiarazioni di Biffi al convegno della fondazione Migrantes sopra citato, si è limitato a dire: "Ho talmente tante incombenze dirette che non mi posso permettere il lusso di giudicare le proposte del cardinale e entrare in dialettica con lui". E Romano Prodi, presidente della Commissione europea, durante l'inaugurazione di un tempio sikh a Novellara, Bassa Reggiana, il 1° ottobre, senza mai chiamare in causa il presule petroniano, aveva affermato che "una società che non sia ormai multietnica e pluralistica è destinata a chiudersi". Durante questa occasione egli ha ricordato che "uno dei diritti fondamentali in un'Europa pacifica è la libertà religiosa, fondamento della Costituzione italiana e punto cardinale della convivenza".

Un inatteso sostegno all'analisi del cardinale è giunto da un laico doc, Paolo Flores d'Arcais. Il direttore della rivista Micromega dà ragione al presule circa il "pericolo islamico", affermando che "l'islam è portatore di una cultura premoderna che gli immigrati musulmani stanno trapiantando nelle metropoli occidentali", e sostenendo erroneamente che per i musulmani "la pratica immonda che vede ogni giorno, anche nelle nostre metropoli, bambine sottoposte a clitoridectomia e altre mutilazioni sessuali (termini asettici per raccontare la violenza inaudita di una tortura rituale) è considerata dovere religioso e "civile"". Ma Flores d'Arcais - per apparire non troppo sbilanciato - fa notare al presule la sua incoerenza, quando chiede agli stati, in nome della loro laicità, di difendere l'identità cristiana dell'Occidente, e replica: "I diritti civili non sono, infatti, il portato della religione cristiana (e meno che mai cattolica): sono, eventualmente, i figli del cristianesimo secolarizzato, cioè della critica che umanesimo e illuminismo hanno svolto contro la religione come istituzione e Chiesa (e le sue pretese teocratiche, ancora vive ai tempi non lontani del neo-beato Pio IX)".

Anche all'interno della Chiesa cattolica ci sono state delle critiche alla posizione del cardinale Biffi, da parte di personalità come il padre gesuita Bartolomeo Sorge che ha dichiarato che "la difesa dei valori cristiani, che alcuni ritengono insidiati da una significativa presenza della religione islamica, non si ottiene certo discriminando gli immigrati musulmani, ma innanzitutto attraverso una rigorosa ripresa spirituale dei cristiani stessi. Bisogna che la Chiesa si apra all'accoglienza [...] ma soprattutto prepari i fedeli, aiutandoli a superare pregiudizi e prevenzioni".

"Non si possono chiedere speciali privilegi in virtù del semplice concetto di maggioranza. Nelle interviste che hanno seguito la diffusione del suo documento lei parla del valore della reciprocità nei rapporti tra confessioni diverse; anche su questo siamo d'accordo con lei. Ma, proprio per questo, non vediamo come si possa contestare all'Islam ciò che noi abbiamo fatto per due millenni, cioè praticare il proselitismo" si legge in una lettera aperta al cardinale di Bologna di un gruppo di sacerdoti e laici della diocesi di Firenze. E in un documento della Caritas diocesana di Bologna pubblicato il 2 febbraio scorso si legge: "L'accoglienza disinteressata e non discriminante degli immigrati, operata da molte forze cattoliche, ha consentito di allacciare contatti, entrare in dialogo e superare i pregiudizi".

I germi della discriminazione di cui è portatrice la posizione di Biffi - definita da Mario Pirani di Repubblica, come una "pulsazione nazional-cattolica" - sono stati denunciati anche dall'Unione delle comunità ebraiche in Italia, i cui membri rappresentativi, in un documento programmatico datato 5 novembre 2000, hanno dichiarato: "Ricordiamoci che persino nella legislazione razzistica del 1938 la definizione di "ebreo" non attingeva esclusivamente a ipotetici criteri biologici, ma si avvaleva anche di una definizione giuridica, nella quale comparivano già allora dei precisi criteri religiosi. Ma fu proprio quella legislazione a concludersi con le deportazioni anche degli ebrei italiani. Non possiamo fare a meno, pertanto, di considerare le posizioni di Biffi e di coloro che lo seguono degli autentici manifesti razzistici".

Parallelamente al suo appello allo stato italiano affinché, in nome della laicità, venga salvaguardata l'identità cattolica del paese, l'arcivescovo di Bologna ha richiamato all'ordine le comunità ecclesiastiche e gli uomini religiosi che spesso hanno a che fare con immigrati bisognosi di assistenza materiale, chiedendo loro di non trascurare il loro dovere di annunciare il Vangelo a questi nuovi arrivati. "Il Signore - ricorda Biffi - non ci ha detto: predicate il Vangelo ad ogni creatura, tranne i musulmani, gli ebrei e il Dalai Lama".

Puntuale è stata la risposta della Conferenza episcopale dell'Emilia Romagna, che, in data 27 novembre 2000, ha reso pubblico un documento intitolato Islam e Cristianesimo. Un testo la cui redazione era stata affidata a don Davide Righi, rettore del seminario arcivescovile di Bologna e docente allo Studio teologico bolognese, nel luglio scorso e da lui completata in data 6 agosto. I Vescovi definiscono il testo un "piccolo strumento di informazione; una sintetica e lucida esposizione dell'argomento", che viene offerta "prima di tutto ai sacerdoti, ai diaconi e a tutti coloro che svolgono una funzione attiva nella vita ecclesiale", ma anche a tutti i credenti e a "quanti hanno a cuore i problemi emergenti del nostro tempo, segnatamente ai responsabili della vita pubblica italiana". Il testo è preceduto da una presentazione firmata dall'intero episcopato dell'Emilia Romagna.

Questo libretto di 40 pagine, distribuito in maniera capillare in tutte le parrocchie della regione, smentisce tutti coloro che hanno un'interpretazione conciliante e dialogante fra le due religioni. Esso parla di un solo islam monolitico, dal punto di vista teologico; inoltre ritiene sbagliato considerare che islam e cristianesimo possano sentirsi avvicinati dall'essere entrambe "religioni del Libro". Esso rileva solo ed esclusivamente i punti di divergenza fra islam e cristianesimo, dimostrando così che le due fedi sono "incomparabili" fra di loro.

"In questo documento ho voluto sottolineare le differenze che esistono fra l'islam e il cristianesimo; in questo panorama contemporaneo in cui tutti vogliono parlare solo di punti di somiglianza, si vuole ricordare che ci sono delle differenze di cui non si parla mai", ha affermato don Righi in una dichiarazione a Confronti. "Il Concilio Vaticano II - aggiunge il teologo - ha messo in evidenza i tanti punti di convergenza fra la religione cristiana e quella islamica, mettendo in evidenza un unico punto di divergenza che è appunto il Signore Gesù Cristo. Ma questa è una differenza sostanziale". "Io non condivido - afferma don Righi - l'idea secondo la quale in fondo siamo tutti uguali e crediamo in un unico Dio, come mi sento dire dai musulmani. Dire che i cristiani e i musulmani appartengono alla stessa radice abramitica è errato. Questa è una visione islamica. Non possiamo dire, noi cristiani, che Abramo è la radice comune fra noi e i musulmani. Per noi Abramo è colui al quale sono state fatte delle promesse, con il quale è stata fatta una alleanza. Questo per noi non è un fatto secondario. Nella visione islamica questo fatto non c'è".

Nei toni e nel contenuto siamo molto distanti dalle parole del Concilio vaticano II quando affermava che la Chiesa guarda con stima ai musulmani che "cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come a Dio si sottomise anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce" (decreto Nostra Aetate, nn. 2 e 3).

Secondo don Righi,infatti, l'islam non ha nulla a che fare con il cristianesimo, e rincara la dose dicendo che "è compito della Chiesa prendere le distanze da tutto ciò che non è cristiano. Perché se vogliamo essere cristiani dobbiamo essere autenticamente quello a cui siamo chiamati ad essere".

"Due sono - conclude don Righi- gli obiettivi che il documento della Conferenza episcopale emiliana vuole raggiungere: illuminare la coscienza dei cristiani e insegnare loro quella che è la fede in Gesù Cristo, anche attraverso il confronto con la religione islamica. Insegnare quindi la fede cattolica e la verità cattolica ai cristiani che vivono in contatto con i musulmani affinché essi non smarriscano la loro identità cristiana; testimoniare la fede cattolica ai musulmani con i quali s'instaura un rapporto. Quando le parrocchie fanno la carità, la gente deve sapere che si tratta di una carità cristiana, fatta a nome di Gesù Cristo. Insieme al cibo, all'alloggio e all'assistenza di carattere materiale, ai bisognosi musulmani bisogna testimoniare il Vangelo".

Il motto quindi è quello di prendere le distanze dall'islam e dalle altre "culture del niente" - espressione cara al cardinale Biffi - riscoprendo la vera e autentica fede, quella cattolica, e di sollecitare l'impegno degli uomini della Chiesa nelle opere di evangelizzazione dei non cristiani.

La trincea è scavata.

Mostafa El Ayoubi

SCHEDA
LE CIFRE DELL'ISLAM

Immigrati in Italia1.500.000
Immigrati musulmani544.000
Immigrati in Emilia Romagna120.000
Immigrati musulmani in Emilia Romagna57.000
Immigrati marocchini in Italia146.000
Immigrati marocchini in Emilia Romagna19.000
Immigrati marocchini a Bologna5.600
Immigrati marocchini a Modena4.500
Immigrati marocchini a Reggio Emilia3.400
Immigrati marocchini a Parma1.300

I marocchini costituiscono la più numerosa comunità di immigrati in Italia. Questo dato vale anche per la regione dell'Emilia Romagna e per il suo capoluogo. (Fonte Caritas, Dossier Statistico 2000).


INTERVISTE
LA REPLICA DEI MUSULMANI

Di fronte all'"allarme islam" lanciato dal cardinale Giacomo Biffi e confermato dall'intera Conferenza episcopale emiliana, la comunità islamica bolognese sembra adottare la linea del confronto e del dialogo.

"Noi in questo centro, dopo le dichiarazioni del cardinale, abbiamo indetto una conferenza stampa nella quale abbiamo invitato la Chiesa all'apertura e al dialogo", ci ha dichiarato Radwan Altounji, presidente del più importante centro islamico di Bologna, la moschea An Nur di via Massarenti, alla periferia della città. "Noi vorremmo un contatto diretto con la curia per un confronto nel quale possiamo chiarire la nostra posizione e sgombrare il campo da fantasmi e paure che la presenza di musulmani suscita fra la gente. Esistono dei malintesi che riguardano le richieste dei musulmani che sono state mal interpretate e ingigantite da alcuni giornali e che non rispecchiano la realtà".

Per i responsabili del centro islamico bolognese, la tesi secondo la quale i musulmani stanno invadendo il paese, e che un giorno, quando diventeranno maggioranza, lo trasformeranno in un paese islamico, è mera fantareligione e "sembra uno scherzo". "I musulmani non sono venuti dal Pakistan, dal Marocco, dalla Tunisia, ecc. per occupare l'Italia e farla diventare un paese islamico, ma semplicemente hanno lasciato dei paesi poveri e sono immigrati in un paese ricco per trovare un lavoro, una possibilità per migliorare la propria vita".

Nel comune di San Lazzaro, a pochi chilometri dalla moschea di via Massarenti, era scoppiata di recente una polemica circa l'idea di costruire una moschea, ventilata dal consiglio comunale, alla quale si sono opposti anche i parroci della cittadina. I responsabili della Moschea An Nur ritengono legittima la richiesta di una nuova moschea più capiente che risolverebbe il problema del posto per pregare per qualche centinaio di fedeli musulmani fra immigrati e cittadini italiani. "Noi siamo in questo posto da più di 10 anni. Ogni luogo che dispone di uno spazio per pregare sano e pulito e permette ai nostri fratelli di rapportarsi con il proprio creatore, è per noi una moschea. Ma se noi oggi chiediamo un'altra moschea non lo facciamo perché ne vogliamo una di lusso con cupole e minareto, ma semplicemente, in questa moschea non entriamo più tutti; qui, quando piove, molti di noi, non trovando posto nella sala di preghiera, sono costretti a pregare fuori in mezzo al fango", ci ha dichiarato Hosni Bouzo, membro del direttivo del Centro islamico di via Massarenti.

I responsabili del centro lanciano un appello a chi considera la moschea come l'ambiente naturale per l'evoluzione del terrorismo islamico, invitandolo a "non giudicare a distanza" ma di andare sul posto per capire che tale pericolo non esiste. "Il terrorista non ha religione e nella religione non c'è spazio per il terrorismo" ci ha dichiarato ancora il presidente Radwan Altounji.

"A differenza di altri, noi continueremo, come il nostro profeta ci ha insegnato, a cercare i punti che ci uniscono - e non quelli che ci dividono - per favorire l'incontro e il dialogo".

Mostafa El Ayoubi