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Fini e Lario leader del centrosinistra?

by redazione

Di fronte a Berlusconi, il ceto politico dell’opposizione fa finta di non vedere con chi ha a che fare, continuando a negare la realtà e a ignorare a quale livello sia giunto il degrado civile del paese. Questo lo rende inetto – se non complice – agli occhi di una parte dei suoi stessi potenziali elettori. In questo contesto, anche delle semplici affermazioni di buon senso del presidente della Camera, che in qualsiasi altro paese sarebbero condivise da tutto lo schieramento politico, appaiono «eretiche» agli occhi del centrodestra e coraggiosissime agli occhi del centrosinistra.

Quando un’intera classe politica perde la testa, qualunque personaggio pubblico può apparire un grande statista se solo si limita a ricordare ogni due o tre giorni qualche banalità che altrove sarebbe universalmente condivisa o qualche elementare nozione di educazione civica. Di fronte allo sfacelo della democrazia italiana, della legalità, dell’etica pubblica e dei costumi, con un governo pieno di ministri divenuti tali per meriti e ragioni che ovunque apparirebbero inverosimili, e altri che sproloquiano a ogni piè sospinto senza comprendere che cosa stanno dicendo, con un’opposizione che sembra più interessata a proteggersi da ogni possibile concorrenza che ad almeno tentare di arginare il degrado, sembra che Gianfranco Fini e Veronica Lario potrebbero aspirare, se solo lo volessero, al ruolo di leader del centrosinistra.

Il centrosinistra reale ha già introiettato una sconfitta non elettorale ma storica. I guai personali di Berlusconi, quel che della sua personalità le sue vicende private e giudiziarie hanno rivelato agli occhi di qualche elettore in più, hanno solo reso meno catastrofica la disfatta che tutti i capetti e sottocapetti del centrosinistra si attendevano, ma raramente si è visto un intero schieramento politico appena «rifondato» così carente, anzi ormai già privo, di idee e della capacità di suscitare speranze di rinnovamento o di cambiamento.

Com’è potuto accadere? Probabilmente la principale causa strutturale del disastro sta nella difesa, ormai fine a se stessa, delle posizioni di un ceto politico del tutto spompato, che ha attraversato troppe diverse stagioni politiche, che ha impersonato troppe delusioni, e che non ha saputo farsi da parte. Non, come spesso si auspica superficialmente, per lasciar poi spazio ad un ricambio meramente generazionale o anagrafico, impersonato da giovani e inutili cloni, aspiranti solo a entrare a far parte anch’essi della «casta»; non per ripittare le vecchie culture «riformiste» del Novecento con un po’ di grafica da computer, o per riproporle in anglo-meneghino o in anglo-romanesco. Ma per uscire finalmente dalla campana politico-mediatica costruita anche con la complicità dei loro vecchi partiti. Una campana politico-mediatica da sotto la quale i nostri eroi sono riusciti ad occultare perfino ai loro stessi occhi il degrado in cui hanno concorso a spingere la Repubblica e soprattutto la natura del loro avversario.

Se si ostinano a non guardare in faccia con chi hanno a che fare e a imbellettare lo sfacelo civile del paese, è inevitabile che vengano visti dai più avvertiti e informati dei loro potenziali elettori come degli inetti nella migliore delle ipotesi; oppure come complici più o meno consapevoli.

Hanno semplicemente perso la capacità di distinguere fra ragionevolezza, dialogicità, moderazione e moderno riformismo da una parte, e remissività verso l’illegalità sistematica, l’assalto alla diligenza e il degrado civile senza fondo dall’altra. Se il capo della coalizione avversaria è uno che si avvale della facoltà di non rispondere in un processo di mafia, uno che è riconosciuto in giudizio [per quanto, ora, non con sentenza definitiva] corruttore di testimoni, uno che accetta, anzi si vanta, di essere prosciolto da accuse infamanti per prescrizione o per amnistia, uno i cui due principali sodali politici e personali sono stati condannati l’uno, con sentenza definitiva, per avere comprato dei giudici nel suo interesse e l’altro per concorso esterno in associazione mafiosa, allora non si può considerarlo alla stregua di Merkel, Sarkozy, Cameron o Rajoy. Non si può, insomma, operare per costruire, assieme a una coalizione guidata da uno così, un «moderno bipartitismo» e proporsi di riscriverci assieme la Costituzione. Non si può considerare normale che uno così controlli i tre quarti dell’informazione che conta (anche se è vero che sono stati loro a mettergliela in mano: si veda la ricostruzione della nascita della satrapia televisiva di Berlusconi fin dagli anni Ottanta, e del ruolo svolto dallo stesso Pci nella vicenda, nel documentato libro di Michele De Lucia Il baratto, edizioni Kaos).

E non si può accettare come normale avversario uno schieramento xenofobo, omofobo, clericale estremista, e anzi credere di mostrarsi «moderni» se se ne fa propria qualche variante più o meno diluita.

È così che Fini e Veronica Lario, quando dicono poche cose civili, o solo normali, possono apparire agli occhi degli elettori del centrosinistra una specie di dream team, se paragonati ai propri «leader». Della signora Lario sappiamo poco, salvo che ha scelto di vivere per anni con un marito di cui pure, con i suoi mezzi culturali, era capace di capire la natura molto meglio degli avversari politici. Ma di Fini sappiamo molto di più.

Questi ha certamente il merito della resipiscenza, di essere diventato negli anni quasi un uomo politico normale, almeno nelle cose (che altrove in Europa sarebbero) banali. È anche uno che ha raccontato di essere diventato fascista da adolescente – il fascismo era già morto e del tutto conoscibile da un quarto di secolo – perché un picchetto di coetanei cretini gli aveva impedito con la forza di andare a vedere un film di propaganda americana sul Vietnam come I berretti verdi. Uno pensa che, se gli impediscono di vedere un film di propaganda americana, magari, per reazione, si iscrive al Partito repubblicano, oppure ai socialdemocratici, alla destra Dc. No: al partito degli eredi di quelli che agli americani avevano fatto la guerra. Si dirà che era molto giovane. Ma è rimasto fascista, fascista da saluto romano, almeno fin oltre i quarant’anni. Ha cambiato prodotto solo quando il mercato elettorale, grazie a Berlusconi, gliene ha richiesto uno diverso e più pregiato. Era ancora, da vicepresidente del Consiglio, nella sala operativa della questura di Genova durante il G8, nei giorni della «macelleria messicana». Oggi presidente della Camera, gioca le carte migliori per poter aspirare a più alti incarichi in stagioni politiche diverse da questa, già aggiudicata al suo «sdoganatore».

Come insegnava Roberto Michels, in genere gli uomini politici si convincono sinceramente della bontà delle tesi politiche più funzionali al prosieguo della carriera, e ci auguriamo che sia ora così anche per Fini. Purtroppo è nel centrosinistra che non sembra ancora emergere un ceto politico capace di giocare, così, anche solo per convenienza, la carta dell’intransigenza nel pretendere almeno il ritorno a normali standard di decenza europei.

Felice Mill Colorni

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