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Il berlusconismo come autobiografia della nazione

by redazione

Debbo confessare che, forse un po’ vigliaccamente, ho atteso i risultati dei ballottaggi conclusisi lunedì 22 giugno per intervenire sui temi sollevati dall’editoriale sulle elezioni europee. E ciò per avere qualche elemento in più: per essere smentito o per confermarmi in una convinzione. Convinzione che oggi si esprime nell’idea che la situazione a me pare bloccata e cristallizzata su un punto fondamentale: la centralità assoluta di Silvio Berlusconi nel sistema politico italiano. E la conseguente marginalità di ogni altro attore, individuale e collettivo, del sistema.

E se per decenni è stato un partito – la Democrazia cristiana – a incarnare questa centralità, oggi mi sembra che sia una persona. L’anomala novità è proprio rappresentata dalla «discesa in campo», ovvero dalla «parusia» di questo polivalente personaggio, dall’indubbia capacità e sensibilità politica, che costituisce l’interpretazione più autentica e popolare del sogno italiano.

Ogni uomo (e donna) di questo paese – o almeno la stragrande maggioranza – vive nel mito dell’uomo che si fa da sé, che sa «utilizzare» la politica per far prosperare i suoi affari, che cominciano – non a caso – dall’edilizia e continuano – perché sa quanto sono importanti – con i mezzi di comunicazione di massa: dall’editoria colta alle televisioni, ai settimanali di evasione; che ama la cosmesi e la cura del proprio corpo (anche se madre natura non lo ha particolarmente favorito) in un prolungamento artificiale e artificioso del sogno dell’eterna giovinezza.

Molti avrebbero sognato per sé o per i propri figli e figlie questo percorso in cui si identificano: essere al centro di una apoteosi in cui cortigiani e convertiti formano una nuvola dove bellezza e volgarità, generosità e ossequio, canzoni e battute scollacciate, acume e ammiccamenti si confondono e si mescolano in un miscuglio colloso ma affascinante quanto lo sguardo di un serpente velenoso.

L’italiano antistatale, familista, perbenista ed egoista trova nel popolo della (o delle) libertà l’alibi per il suo abuso edilizio, per la sua evasione fiscale, per la sua piccola corruzione, per autoassolversi dal suo tradimento al coniuge (purché fatto in luogo e tempo debito), ma anche per esaltarsi nel difendere la vita «in tutte le sue forme», e per difendere la Patria da ladri e immigrati (che poi sono spesso due facce della stessa medaglia, o no?) che non cedono il posto sull’autobus.

Il berlusconismo è quindi fenomeno di emersione di un carattere nazionale dominante che solo una sinistra, un po’ cieca e molto irragionevolmente ottimista, ha potuto scambiare qualche decennio fa per egemonia. Fenomeno a cui è giusto ribellarsi e che si combatte solo con azioni di lungo periodo. Ben diverse quindi dalle autoconsolatorie considerazioni di qualcuno che «vede» il declino della destra solo perché alcune lacere bandiere sventolano su roccaforti antiche.

Considero personalmente come prioritario progettare un percorso educativo di lungo periodo gestito da agenzie più affidabili degli attuali sindacati e partiti della sinistra, a maggior ragione di quei partiti che, come i lombrichi, passano il tempo a verificare se la loro autovivisezione consente ancora momenti di vitalità autosufficiente.

Un percorso affidato a giovani, aggregati in base a valori e interessi collettivi assolutamente alieni da quelli oggi dominanti, credibili perché coinvolti, anche soggettivamente, nell’idea che, se non un altro mondo, almeno un’altra Italia è possibile.

Penso in maniera non retorica né fideistica ad aggregazioni di volontariato consapevoli della loro parzialità e orientate a costruire processi di partecipazione e di decisione collettivi. Senza scorciatoie e senza le cooptazioni di Palazzo.

Fausto Tortora

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