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La stagione delle intese è finita?

by redazione

Quella del 2007 sembrava davvero una Primavera positiva per il pluralismo religioso nel nostro paese: erano state firmate, infatti, sei nuove Intese e due modifiche di Intese già esistenti. Ma, dopo oltre due anni, solo le due modifiche sono approdate in parlamento per l’approvazione del relativo disegno di legge (avvenuta il 26 maggio scorso).

Il 4 aprile 2007 sembrava dover diventare un giorno storico per l’attuazione del pluralismo religioso in Italia. Non era mai capitato prima che venissero sottoscritte un così rilevante numero di Intese in uno stesso giorno o in uno stesso periodo. Furono infatti ben otto gli «accordi» presentati in quella data alla firma del presidente del Consiglio, allora Romano Prodi, e dei rappresentanti delle confessioni interessate. Sembrava che una feconda «stagione delle Intese» si fosse riaperta per una piena attuazione dell’articolo 8 della Costituzione italiana: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze». In realtà si era dovuto attendere il 21 febbraio 1984, data della firma dell’Intesa con la Tavola valdese, perché il comma finale di questo articolo della Costituzione cominciasse ad avere una concreta applicazione. Successivamente, nel periodo 1986-1996, altre Intese erano state firmate e poi approvate: quelle con l’Unione italiana delle Chiese cristiane avventiste del 7° giorno; con le Assemblee di Dio in Italia; con l’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei); con l’Unione cristiana evangelica battista d’Italia e con la Chiesa evangelica luterana in Italia. Sono inoltre state approvate alcune modifiche di Intese precedenti: con i valdesi, con gli avventisti del 7° giorno e con l’Ucei.

Poi, dopo oltre un decennio di pausa, sembrava che il 4 aprile 2007, con la firma delle otto nuove Intese, si riaprisse «la stagione delle Intese» e che alle sei «confessioni con Intesa» se ne potessero aggiungere altre sei. Per due Intese, quella con la Congregazione cristiana dei Testimoni di Geova e quella con l’Unione buddhista italiana, si trattava di una seconda presentazione alla firma del presidente del Consiglio, dato che le precedenti Intese sottoscritte nel 2000 non avevano ottenuto il passaggio in Parlamento per l’approvazione dei relativi disegni di legge. Così i testi erano stati aggiornati a seguito dell’introduzione dell’euro e di alcune modifiche legislative. Le altre quattro Intese riguardavano confessioni religiose che arrivavano per la prima volta alla firma dell’Intesa: la Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni (mormoni); la Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia ed esarcato per l’Europa meridionale; la Chiesa apostolica in Italia e l’Unione induista italiana. Da più parti si auspicava la pronta presentazione al Parlamento dei relativi disegni di legge che avrebbero appunto raddoppiato il numero delle «confessioni con Intesa» per le quali non sarebbero state più applicabili le disposizioni sui culti ammessi previste dalla legislazione del 1929-1930. Un altro passo concreto verso la piena realizzazione del pluralismo religioso in Italia. Invece sono passati oltre due anni e di quelle Intese firmate il 4 aprile 2007 sono approdate in Parlamento per l’approvazione del relativo disegno di legge [avvenuta il 26 maggio scorso, ndr] solo le due riguardanti modifiche da apportare ad Intese già esistenti. Quella con le Chiese rappresentate dalla Tavola valdese, ora modificata in ordine alla possibilità delle stesse di concorrere al riparto delle quote non espresse dai contribuenti in merito all’otto per mille del gettito annuale Irpef; e quella con gli avventisti, ora modificata in ordine al riconoscimento dei titoli di studio rilasciati dall’Istituto di cultura biblica avventista di Firenze. Sulle altre Intese invece è sceso il silenzio. E a nulla, per ora, hanno portato solleciti, interpellanze e appelli. Tanto che il 13 marzo 2008 è nata la Coalizione per le Intese religiose, un tavolo di lavoro che riunisce, con il supporto della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, i rappresentanti delle confessioni che hanno un’Intesa pendente con lo Stato. L’obiettivo della coalizione è di sensibilizzare le istituzioni e i politici affinché siano ratificate al più presto le Intese già firmate. Attraverso un sito internet (www.coalizioneintesereligiose.it) e la richiesta di firma di un appello, la coalizione vuole sollecitare la presentazione del disegno di legge governativo delle Intese e la pronta ratifica da parte del Parlamento.

Ma perché le Intese non vengono approvate? Non certo per problematiche ascrivibili alle confessioni. Basta ricordare che si è arrivati alla firma delle Intese dopo anni di lavori, serviti proprio a superare le eventuali difficoltà. Infatti per predisporre il testo dell’Intesa il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio si è avvalso, come prevede l’iter delle Intese, della Commissione interministeriale per le Intese con le confessioni religiose. Questa Commissione, istituita con decreto del presidente del Consiglio dei ministri il 14 marzo 1997, è composta dal professor Francesco Pizzetti, che ne è presidente (vedi intervista a pagina 23), e da rappresentanti della Presidenza del Consiglio dei ministri e di alcuni Ministeri: dell’Interno, della Giustizia, dell’Economia (Dipartimento Ragioneria e Agenzia delle entrate), della Difesa, dell’Istruzione, Università e Ricerca, dei Beni e Attività Culturali, della Salute. La Commissione ha il compito di predisporre gli studi e le linee operative per il sottosegretario e di concordare insieme alla delegazione della confessione religiosa il testo della bozza di Intesa. Sulla bozza di Intesa viene poi espresso anche il parere della Commissione consultiva per la libertà religiosa, che ha tra i suoi compiti lo studio, l’informazione e la formulazione di proposte in merito a tutte le questioni attinenti all’attuazione dei principi della Costituzione e delle leggi in materia di libertà di coscienza, di religione o credenza, si occupa anche della ricognizione e dell’esame dei problemi relativi alla preparazione delle Intese con le confessioni religiose e formula appunto un parere preliminare sulle bozze d’Intesa. Attualmente è composta dal professor Francesco Margiotta Broglio, che ne è presidente, e dai professori Carlo Cardia, Giovanni Long, Giorgio Pastori, Giorgio Sacerdoti e Francesco Pizzetti. Sia la Commissione consultiva per la libertà religiosa che la Commissione interministeriale per le Intese con le confessioni religiose si avvalgono dell’apporto dell’Ufficio studi e rapporti istituzionali della Presidenza del Consiglio, che ha tra i suoi compiti anche quello di curare i rapporti tra Governo e confessioni religiose. Oltre all’approvazione di queste commissioni e del Consiglio dei ministri, le Intese firmate e in attesa di ratifica legislativa avevano ottenuto un vasto consenso nei diversi schieramenti politici, a conferma della loro congruità all’ordinamento statale e della fondata necessità della loro stipula.

Però non va dimenticato che all’utilizzazione dello strumento delle Intese (disponibile dal 1948, anno di entrata in vigore della Costituzione) si è arrivati solo negli ultimi due decenni del secolo scorso quando la classe politica, le comunità di fede e la giurisprudenza si sono trovati di fronte ad una serie di processi sociali che li hanno per così dire obbligati a prendere atto della necessità di un rapporto nuovo tra libertà religiosa e uguale libertà dei culti. I pubblici poteri avrebbero dovuto mostrarsi equidistanti e imparziali rispetto a tutte le credenze religiose, avrebbero dovuto tutelare pienamente le minoranze confessionali e avrebbero dovuto promuovere l’esercizio delle libertà e dei diritti fondamentali in condizioni di uguaglianza. In realtà, l’atteggiamento tenuto dai vari governi non è stato in sintonia con queste linee fondamentali del pluralismo confessionale, come indicato dalla Costituzione. Alcuni hanno così parlato di «pluralismo moderato», perché si è riservata una corsia «preferenziale» alle Intese stipulate con confessioni storicamente e sociologicamente inserite nel tessuto culturale della nazione; altri anche di un modello di pluralismo «imperfetto», perché si è limitato l’accesso alle Intese a poche confessioni di più consolidata tradizione e presenza nel paese, sulla base di una valutazione assolutamente discrezionale. E poi non va dimenticato che rigurgiti di confessionalismo, se non una vera e propria opposizione al pluralismo confessionale da parte di esponenti della confessione di maggioranza, hanno trovato terreno fertile in alcuni politici e parlamentari. A questo va aggiunto lo spauracchio agitato da alcuni esponenti delle forze politiche dell’attuale maggioranza parlamentare, e anche da alcuni politici di ispirazione cattolica, secondo i quali le Intese, come anche l’approvazione di una nuova legge in tema di libertà religiosa, aprirebbero la strada all’affermazione dell’islam, strumentalmente presentato anche come causa del terrorismo antioccidentale, a discapito dell’identità cattolico-cristiana dell’Italia. Italia che si vuole salvare dalla «conquista» da parte dei musulmani.

Purtroppo, nonostante la presenza storica di alcune minoranze religiose tradizionali, per molti decenni la società italiana è stata pensata come una comunità caratterizzata da una profonda omogeneità confessionale. Questa concezione è ora stata messa in crisi dall’attuale pluralità religiosa che contraddistingue il nostro paese: pluralità evidente dal numero di cittadini italiani che appartiene a religioni diverse dalla cattolica (1.124.300, pari all’1,92% della popolazione), dagli 850.000 musulmani e dai 700.000 non cittadini che risiedono nella Repubblica di religione diversa dalla cattolica (dati del 2006, secondo il Centro studi sulle nuove religioni, in Le religioni in Italia a cura di Massimo Introvigne e Pierluigi Zoccatelli, Ellenici-Leumann 2006, pagina 11). Per affrontare da un punto di vista giuridico le peculiarità di questo nuovo quadro socio-religioso, non pare perciò più rimandabile l’approvazione di una nuova legge in tema di libertà religiosa, affinché inoltre lo Stato italiano possa finalmente dotarsi di una nuova normativa capace di sostituire la ormai inadeguata normativa fascista dei «culti ammessi» del 1929/30. E nel frattempo pare altresì indispensabile riprendere la strada delle Intese tra lo Stato e le altre confessioni religiose che ne facciano richiesta. Auspichiamo perciò che si concluda con la ratifica del Parlamento l’iter delle Intese firmate il 4 aprile 2007, ma che la Commissione interministeriale per le Intese riprenda i suoi lavori (attualmente fermi, come ci ha confermato il suo presidente, Francesco Pizzetti) in vista della firma di altre Intese. Questo permetterebbe, ne siamo convinti, l’attuazione dei principi costituzionali inerenti alla libertà religiosa tra i quali il pluralismo confessionale e culturale, il dovere dell’imparzialità dei pubblici poteri nei confronti di tutti i gruppi religiosi e la tutela delle minoranze.

Antonio Delrio

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