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Parole chiare ma anche reticenze

by redazione

Cattolico greco-melkita, laureato in teologia cattolica, filosofia e studi islamici, Geries Saed Khoury è nato in Galilea ma ora lavora a Betlemme al Centro al-Liqà per il dialogo fra le tre religioni abramitiche. È autore, tra l’altro, di «Un palestinese porta la croce» (EMI, Bologna 2009, 224 pagine, 14 euro), un libro appassionato dove si domanda se, e come, un cristiano possa favorire una pace giusta e la riconciliazione con Israele che occupa i Territori.

Quando la Santa Sede annunciò ufficialmente – il 26 marzo 2009, con tutti i dettagli – il pellegrinaggio del papa in Terra santa, dai Territori palestinesi occupati, ma anche da ambienti occidentali, si levarono molte e aspre critiche. Perché? Perché nel viaggio non era prevista una tappa a Gaza; e perché, venendo appena quattro mesi dopo la tragedia della Striscia – dal 27 dicembre al 18 gennaio attaccata e bombardata dalle forze israeliane, con l’operazione «Piombo fuso», usando anche bombe al fosforo e uccidendo circa 1500 persone, un quarto delle quali bambini, e distruggendo migliaia di case e infrastrutture – poteva apparire che Benedetto XVI in qualche modo approvasse l’aggressione israeliana. Anch’io, arabo cristiano, la pensavo così.

Ma ora, a viaggio papale concluso, darei di esso un giudizio più sfaccettato. Intanto, il pellegrinaggio alla nostra Chiesa locale di Gerusalemme, madre di tutte le Chiese, ha avuto un suo significato spirituale e un riconoscimento della continua presenza della comunità araba cristiana in Palestina. Inoltre, il pontefice è stato molto chiaro con le autorità israeliane, sottolineando il diritto di tutti alla libertà religiosa e i diritti storici delle Chiese locali.

In Giordania, in Israele e a Betlemme il papa ha visitato opere, o benedetto prime pietre di chiese e di altre istituzioni pastorali o educative che sostengono e rafforzano la presenza araba cristiana e possono sollecitare i cristiani a non emigrare. Va precisato che queste istituzioni culturali, come Mar Elias Educational Institutions di Ibilin, in Galilea, creato e tenacemente voluto dall’attuale vescovo greco-melkita di Akko (l’antica San Giovanni d’Acri), monsignor Elias Chacour, sono aperte a tutti e non solo ai cristiani: esse hanno aiutato e continueranno ad aiutare il dialogo culturale e interreligioso per contribuire a far crescere le comunità in pace e fratellanza.

Sul piano più politico, il pontefice ha invocato una pace giusta: e, cioè, la creazione, accanto ad Israele, di uno Stato palestinese, per assicurare una patria libera e indipendente ai palestinesi. Aggiungo che, nei suoi discorsi, Benedetto XVI non ha dimenticato la sofferenza della popolazione di Gaza, subita durante l’operazione «Piombo fuso», e che per molti aspetti continua tuttora, perdurando l’assedio politico ed economico israeliano. Alla messa del papa a Betlemme (13 maggio) erano presenti sessanta cattolici venuti da Gaza; altri 240, cattolici e altri cristiani, avevano chiesto il permesso di venire, ma le autorità israeliane glielo hanno rifiutato.

Continuo comunque a ritenere che ben altro sarebbe stato l’impatto – a livello mediorientale e in tutto il mondo musulmano – se il papa fosse andato nella Striscia. Comprendo che il governo israeliano si sarà opposto risolutamente a questa ipotesi, e non so quanto il Vaticano e le Chiese cattoliche di Gerusalemme abbiano insistito per concretizzarla. In ogni caso, questa mancata visita è stata una grande, storica, occasione perduta.

Presso Betlemme il pontefice ha visitato il campo profughi di Aida, salutando quelle persone con parole cariche di significato umano e politico. Gli abitanti del campo hanno preparato molto bene la sua visita, superando tutte le sfide e le difficoltà frapposte dall’esercito israeliano, che ha impedito che il palco papale fosse costruito proprio a ridosso del Muro di separazione, nella zona di Betlemme particolarmente evidente e incombente. Allora il palco è stato spostato dal Muro, ma di pochi metri, così che tutti, a cominciare dal pontefice, potevano vedere quella incredibile barriera costruita dagli israeliani per rinserrare la Cisgiordania. Adesso la gente del campo ricorda con gioia la visita del papa.

Speriamo poi che l’invito del papa, ai capi cristiani, ebrei e musulmani, a rafforzare il dialogo interreligioso per costruire insieme ponti culturali e umani, e quello ai leader delle Chiese non cattoliche, a far crescere il dialogo ecumenico, possa favorire, infine, la pace nella giustizia e la riconciliazione in Terra santa.

I palestinesi si attendevano che il pontefice affermasse che lo Stato palestinese va costruito sui Territori occupati da Israele nel 1967; che essi hanno diritto ad avere Gerusalemme Est come capitale del loro Stato; che gli insediamenti israeliani sono illegali. Parole che non sono venute, anche se è importante che il capo della Chiesa cattolica abbia criticato il Muro e ribadito il diritto inalienabile dei palestinesi ad avere un loro vero Stato con confini internazionalmente garantiti. Uno Stato accanto ad Israele, ambedue in sicurezza.

In conclusione, il viaggio papale mi sembra contrassegnato da aspetti positivi e da altri problematici. Spero comunque che il futuro faccia germinare i semi buoni seminati. La pace giusta a Gerusalemme non sarebbe una realtà meravigliosa solo per noi, ma una primavera per l’intero Medio Oriente, e per tutto il mondo.

Geries Saed Khoury

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