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La violenza del sacro

by redazione

La scelta dell’argomento del numero monografico di settembre non è stata facile. Quando abbiamo iniziato a ragionare su cosa poteva interessare i nostri lettori, il clima che si respirava nel nostro ambiente era molto teso: la situazione in Medio Oriente a causa della guerra a Gaza aveva raggiunto livelli estremamente drammatici, per certi versi inauditi. Le immagini che giungevano dalla zona del conflitto erano allarmanti: soldati israeliani che pregavano vicino ai loro carri armati, palestinesi di Gaza che invocavano «Allah u akbar» (Dio è grande) e combattenti di Hamas che chiamavano al jihad con le armi e al martirio. Le parti in conflitto sembravano invocare la benedizione di Dio per sconfiggere il «nemico». E per Confronti, che ha sempre fatto del dialogo interreligioso il suo «cavallo di battaglia» per promuovere i valori della pace, questi sconvolgenti sviluppi nel Medio Oriente sono gravissimi segnali d’allarme che non potevano essere ignorati. La nostra rivista da molti anni è impegnata nel promuovere la pace tra israeliani e palestinesi: Semi di pace, Fiori di pace, Note di pace e così via sono attività culturali che hanno come scopo proprio quello di avvicinare i due popoli. Oggi ci preoccupa molto l’idea che il conflitto possa assumere una connotazione decisamente confessionale e che la guerra e la violenza vengano compiute in nome di Dio.

Questo è stato il motivo principale che ci ha indotto ad avviare sulle pagine di questo numero monografico il dibattito sul complesso rapporto tra religioni e violenza in tutte le sue forme: fisica, psicologica, politica, culturale e sociale. Un rapporto diventato sempre più tangibile nel quadro dell’era della globalizzazione che – con i suoi aspetti positivi e le sue contraddizioni – pone oggi le società di fronte al dilemma della ridefinizione dell’identità individuale e collettiva. I conflitti che questa globalizzazione sta generando rischiano di rafforzare modelli identitari dove il fattore religioso nelle sue forme più estremistiche diventa l’elemento preponderante. Il genocidio di Srebrenica, in Bosnia, gli attentati dell’11 settembre, quello di Madrid del 2004 e quello di Londra del 2005, per fare qualche esempio, celavano motivazioni confessionali. Nei principali conflitti armati di oggi (come in Pakistan, Afghanistan, Sudan, Somalia e Nigeria) spesso si è commessa violenza in nome di ideali religiosi.

Oggi più che mai è urgente interrogare le tradizioni di fede sul loro rapporto con la violenza e su cosa dicono le religioni e i loro libri sacri riguardo a tale rapporto. Come i fedeli di queste religioni hanno interpretato nella storia i temi della guerra? Quali sono le cause del dilagare dei fondamentalismi religiosi e del terrorismo? Questi sono alcuni degli interrogativi che, in questo «quaderno», i nostri autori – ai quali vanno i nostri più sinceri ringraziamenti – hanno affrontato (sinteticamente, per motivi di spazio), indicando linee di riflessione. Lo scopo di questo lavoro non è tanto quello di fornire un quadro esaustivo, quanto quello di avviare il dibattito e proseguirlo sui prossimi numeri della rivista.

Infine esprimiamo tanta gratitudine al nostro amico Brunetto Salvarani – al quale va il merito del successo di questa sfida editoriale iniziata cinque anni fa – per la passione e la pazienza con la quale ha curato questo complesso «capitolo» intitolato La violenza del «sacro».

Gian Mario Gillio

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