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La retorica della tragedia annunciata

by redazione

Per il presidente nazionale di Legambiente, all’origine di tragedie come quella di Messina di inizio ottobre c’è soprattutto un modello sbagliato di gestione del territorio che purtroppo riguarda un po’ tutta l’Italia. Nell’80% dei Comuni interessati dal rischio idrogeologico si concedono con troppa leggerezza i permessi di costruire, anche in aree a rischio di frane e alluvioni.

Chi ha detto che l’Italia è il paese della fantasia? Da noi, ormai sempre più spesso, è la realtà che supera l’immaginazione. È successo più volte negli ultimi mesi. È successo anche in occasione della tragedia di Messina. Chi poteva immaginare che la risposta governativa sarebbe stata «diamo il via ai lavori per il Ponte sullo stretto»?

È giovedì 1 ottobre quando una pioggia torrenziale scarica in poco più di 5 ore 250 mm di acqua subito a sud di Messina, facendo esplodere i pendii scoscesi e franosi a monte di Ciampiglieri. La frana trascina con sé auto, cemento e vite umane; tante, troppe. Ma trascina con sé anche quel modello di uso e abuso del territorio imperante in tutti gli angoli del Belpaese.

È sabato 3 ottobre quando le agenzie battono la dichiarazione del ministro Matteoli: «Ai primi del 2010 inizieranno i lavori per il Ponte». Dichiarazioni ripetute dieci giorni dopo e corroborate dalla parola del presidente del Consiglio, con una piccola bugia. Dichiara infatti Matteoli che i lavori si faranno con i soldi dei privati, per giustificare un’opera faraonica che costerà (secondo le prime previsioni) non meno di 6.000 miliardi, come a dire non togliamo questi soldi a nessuno. Ma si sa: «excusatio non petita, accusatio manifesta»! Infatti mentre dello sbandierato project financing non c’è traccia, per ora gli unici soldi messi sul tappeto sono pubblici e sono quelli stanziati dal Cipe per 1,3 miliardi.

Ciò che è straordinario di questa risposta è che essa rappresenta l’esplicitazione più limpida delle cause che storicamente hanno «annunciato» la tragedia. Quante vite umane si potrebbero risparmiare, quanti territori si potrebbero mettere in sicurezza con quei soldi?
Perfino il presidente della Regione Sicilia ha capito che quel sabato qualche segnale di discontinuità doveva darlo e così ha fatto rimettere nel cassetto il disegno di legge, da lui stesso proposto, per il piano casa regionale, che prevedeva ampliamenti e premi di costruzione anche a case non condonate ed in aree a rischio.

La tragedia di Messina si ripeterà, in altre zone, con maggiore o minore intensità. Non bisogna essere delle Cassandre per profetizzarlo. Ci sono cinque ineludibili ragioni strutturali che ci portano a trarre queste conseguenze. La fragilità geomorfologica è un vincolo di realtà che riguarda più di 5.800 comuni. La leggerezza con cui si sono dati i permessi di costruire, anche in aree a rischio di frane e alluvioni, approvando deroghe ai piani regolatori, è un problema che riguarda l’80% dei Comuni interessati dal rischio idrogeologico. L’abusivismo è un’aggravante, più diffusa in alcune aree del paese, ma quartieri in aree di esondazione dei fiumi sono più o meno in tutte le Regioni. Infine l’abbandono delle terre marginali e gli incendi completano il quadro. Tutto ciò mentre i cambiamenti climatici sono già in atto e si presentano nella forma di fenomeni imprevedibili e violenti.

Con altrettanta chiarezza sappiamo qual è la terapia. Abbattimenti e delocalizzazioni per le abitazioni a rischio, interventi mirati per la messa in sicurezza dei pendii e dei corsi, facendo attenzione a non distribuire briglie e cementificazioni che spesso rappresentano una cura peggiore del male, perché trasformano i corsi d’acqua in canali che velocizzano lo scorrimento, piuttosto bisogna puntare sulla rinaturalizzazione dei suoli e dei corsi. E poi un sistema di monitoraggio e previsione meteo più sofisticato, capace anche di valutare le potenziali capacità di assorbimento del suolo. E servono certamente risorse, che in modo pianificato e progressivo, a partire dalle zone più esposte, mettano in sicurezza il territorio, evitando i troppi lavori inutili e dannosi.

Si è parlato tanto di «tragedia annunciata», ma chi in tempi non sospetti l’aveva annunciata? Non sono stati forse quegli ambientalisti che con mentalità scientifica e voglia di legalità da anni denunciano le navi dei veleni, il rischio idrogeologico, le ecomafie e oggi, di nuovo, l’inutile rischio del nucleare? Ora forse ci sono più italiani disposti a dare ascolto alle nostre voci.

Vittorio Cogliati Dezza

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