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Laicità. Un crocifisso per salvare l’Italia?

by redazione

La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha stabilito che porre il crocifisso sulle pareti della scuola pubblica viola la libertà religiosa dei genitori e degli alunni. Le reazioni alla sentenza: essa ferisce l’«identità cattolica» di un paese o non, piuttosto, garantisce la libertà religiosa e difende la laicità dello Stato?

Torna di nuovo a galla il problema dell’esposizione del crocifisso nella scuola pubblica. A scatenare le polemiche questa volta non è stato un musulmano – Adel Smith, un personaggio alla ricerca di visibilità, che i media erroneamente definivano come leader della comunità islamica – bensì la Corte europea dei diritti dell’uomo.

A sollecitare l’intervento della Corte di Strasburgo è stata Soile Lautsi Albertin, una cittadina italiana di origine finlandese.

La signora Albertin nel 2002 chiese, invano, ad un istituto comprensivo statale di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule in nome del principio di laicità dello Stato.

Nemmeno i suoi ricorsi ai tribunali italiani erano serviti a nulla. In effetti, il Tar del Veneto nel marzo 2005 giudicò legittima l’esposizione del Crocifisso: «Nell’attuale realtà sociale, il crocifisso dovrebbe essere considerato non solo come simbolo di un’evoluzione storica e culturale, e quindi dell’identità del nostro popolo, ma quale simbolo altresì di un sistema di valori di libertà, eguaglianza, dignità umana e tolleranza religiosa e quindi anche della laicità dello Stato, principi questi che innervano la nostra Carta costituzionale» (sentenza n. 1110 del 22 marzo 2005). Nel 2006, il Consiglio di Stato confermò questa posizione (Sezione n° 556 del 13 febbraio 2006).

Sul fatto che nelle scuole pubbliche non vi siano solo alunni cristiani cattolici, i giudici del Tar nella loro motivazione hanno sostenuto che la croce è «il segno universale dell’accettazione e del rispetto per ogni essere umano in quanto tale, indipendentemente da ogni sua credenza, religiosa o meno».

Gli stessi giudici avevano ricordato che l’esposizione del crocifisso nelle scuole è prevista, in particolare, dal regio decreto n. 1297 del 26 aprile 1928, tuttora in vigore, inerente gli arredi scolastici (crocifisso, bandiera italiana, foto del Re, biblioteca di pochi libri sceltissimi ecc). Bisogna però ricordare anche che quel decreto fu promulgato da un regime fascista che dieci anni dopo proclamò le leggi razziali in Italia.

La sentenza della Corte di Strasburgo

Dopo il parere sfavorevole del Tar, la signora Albertin, con il sostegno dell’Unione degli atei agnostici razionalisti (Uaar), si è rivolta alla fine alla Corte europea dei diritti dell’uomo che le ha dato ragione, stabilendo inoltre che il governo italiano debba pagare alla donna un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. La sentenza è la prima in assoluto in materia di esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche. La Corte – composta da 7 giudici, di cui un italiano – ha sentenziato all’unanimità, il 3 novembre scorso, che l’esibizione del crocifisso è una violazione dell’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950.

Secondo la Corte, «la presenza del crocifisso – impossibile da non notare nelle aule scolastiche delle scuole pubbliche – è facilmente interpretabile dagli studenti come un segno religioso, così che si sentiranno educati in un ambiente marcato da una data religione. Ciò può essere incoraggiante per studenti di quella religione; ma anche un elemento che può turbare altri studenti di altre religioni o che non ne confessano nessuna». Nel dare ragione alla madre dei due studenti dell’istituto pubblico, i giudici hanno ritenuto che «l’esposizione di un simbolo religioso di una determinata fede nelle aule scolastiche restringe la libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e la libertà degli alunni di credere o di essere non credenti». Inoltre, contrariamente a quanto aveva affermato il Tar veneto, la Corte di Strasburgo «non vede come l’esposizione nelle aule scolastiche pubbliche di un simbolo associato al cattolicesimo possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per il salvataggio di una società democratica, come indicato dalla Convenzione europea».

Le reazioni alla sentenza

Scontate le dure critiche alla sentenza da parte delle istituzioni ecclesiastiche. Padre Federico Lombardi, portavoce del Vaticano (Stato terzo), ha definito la sentenza «miope e sbagliata». «Stupisce – ha dichiarato – che una Corte europea intervenga pesantemente in una materia profondamente legata all’identità storica, culturale e spirituale del popolo italiano».

Anatemi sulla sentenza sono piovuti da gran parte del mondo politico (dalla destra fino al Pd). Ne citiamo uno a titolo d’esempio per dare un’idea del clima che si respira circa il futuro della laicità dello Stato del nostro paese. Il neosegretario del Pd Pier Luigi Bersani ha dichiarato in proposito: «Un’antica tradizione come il crocifisso non può essere offensiva per nessuno. Penso che su questioni delicate come questa, qualche volta il buonsenso finisce per essere vittima del diritto». A dare man forte a questa «crociata» sono stati anche esponenti politici ed intellettuali non cattolici. Il professor Giorgio Israel – consulente del ministro Gelmini – in un’intervista all’«Avvenire» ha dichiarato: «In tutta Europa è in atto un attacco nei confronti dei simboli che più fortemente individuano le sue radici giudaico-cristiane. Nello stesso tempo si assiste ad una singolare tolleranza nei confronti dei simboli islamici». Forse allude al velo, che vorrebbe fosse abolito per legge in nome delle laicità dello Stato?

Sono state invece ignorate dai media le voci di coloro che hanno accolto con favore la decisione della Corte europea: protestanti ed ebrei in primis (nella pagina seguente riportiamo le dichiarazioni di esponenti del mondo evangelico e un’intervista all’ex presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane).

Quanto alle minoranze che non sono state ancora riconosciute ufficialmente dallo Stato, la parola d’ordine è mantenere un profilo basso. «La questione – ha detto a «Confronti» Maria Angela Falà, dell’Unione buddhista italiana (Ubi) – è un po’ delicata in questo momento. Il crocifisso è meglio che non ci sia. Ma se c’è noi non chiediamo di toglierlo. È un rispetto anche per la maggioranza. Non crea problema se accanto a questo c’è il rispetto per tutte le altre tradizioni».

Sulla stessa linea la posizione dell’ambasciatore emerito Mario Scialoja, dirigente del Centro islamico culturale d’Italia – Grande moschea di Roma: «Da un punto di vista astratto di diritto, non c’è dubbio che uno Stato laico come l’Italia dovrebbe comportarsi come gli Usa, la Francia, la Germania e non esibire i simboli religiosi negli edifici pubblici. Però, considerata la storia, la tradizione del popolo italiano, noi musulmani non abbiamo niente in contrario al crocifisso». Per Omar Camiletti esponente dello stesso Centro islamico, i problemi sono altri: le crociate contro le moschee e contro i musulmani in Italia. Anche Ezzedin el-Zir, portavoce dell’Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), concorda con Scialoja (suo correligionario ma acerrimo avversario): «Noi come musulmani non abbiamo mai chiesto l’eliminazione del crocifisso dalle aule scolastiche».

Le ragioni della prudenza assunta da queste due minoranze sono sicuramente dissimili. L’Ubi, che certamente crede nella laicità dello Stato, non si sbilancia più di tanto perché teme per l’iter della sua futura – prossima o remota non si sa ancora – Intesa con lo Stato. Invece, per quanto riguarda la comunità islamica, essa da un lato è in uno stato di precarietà e fragilità tale che non si può permettere il lusso di inimicarsi la Chiesa cattolica e il mondo politico; dall’altro lato la sua visione della laicità è ambigua e non disdegnerebbe probabilmente l’idea di avere, in un futuro, un’ora di religione islamica nella scuola pubblica. Come può sputare nel piatto in cui un domani potrebbe forse mangiare? Ad ogni modo, la Corte europea ha detto la sua, invitando l’Italia ad aprirsi all’Europa, realtà che vede nel pluralismo etnico, culturale e religioso il futuro delle sue società, le cui fondamenta sono la laicità e lo stato di diritto.

Ma l’Italia ancora una volta preferisce appellarsi al sentire comune che prevarica lo stato di diritto e porta alla discriminazione delle minoranze, di qualsiasi categoria esse siano. Oggi molti di coloro che difendono il crocifisso come simbolo di «tolleranza» vorrebbero la creazione di classi differenziali per immigrati: immaginate una classe di primo anno della scuola dell’infanzia per soli cinesi con un crocifisso dietro la cattedra e, perché no, anche un insegnante di religione cattolica. Questo non sarebbe «offensivo» per questi bambini, onorevole Bersani?

Impressiona davvero che, oltre alle autorità ecclesiastiche cattoliche, granitiche nel difendere i loro privilegi, e qualche minoranza che ambisce ad ottenere qualche concessione, anche larghissima parte del mondo politico – dalla maggioranza di governo alla leadership del Pd, salvo poche voci fuori dal coro – si opponga alla sentenza di Strasburgo, invece di coglierne la lettera, e lo spirito, che per l’oggi e per il domani indicano che il pluralismo è la via maestra che salvaguarda la laicità dello Stato, la libertà di coscienza, di credo e la pace sociale.

La redazione

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