Home Opinioni Per i cristiani l’amore è sempre epifania di Dio

Per i cristiani l’amore è sempre epifania di Dio

by redazione

Una riflessione dell’animatore della Comunità cristiana di base di Pinerolo sulla rimozione di don Alessandro Santoro (della comunità delle Piagge di Firenze), che aveva celebrato le nozze di un uomo con la sua compagna, che però aveva la «colpa» di aver cambiato sesso, essendo in origine un uomo.

La «vicenda» che ha coinvolto gli sposi Sandra Alvino e Fortunato Talotta, la comunità delle Piagge e don Alessandro Santoro è tutt’ora più che mai aperta. Molti elementi ci inducono a sperare che la stessa curia fiorentina dovrà compiere un passo indietro rispetto al provvedimento o, meglio, un passo avanti oltre il pregiudizio e l’autoritarismo. Vicino con il cuore, seguo però da lontano l’evolversi della situazione e mi sento mancare quegli elementi «caldi», quelle informazioni di cui dispone chi vive dall’interno questa esperienza comunitaria e prende parte al dialogo che percorre la vita quotidiana del quartiere e della comunità. Sono stato colpito dalla ormai consueta e per ora incorreggibile insensibilità della gerarchia cattolica che persevera nella sua «inaccoglienza» rispetto all’amore umano, ai suoi percorsi, alla sua pluralità di forme. Essa più che dalle persone concrete parte dal codice di diritto canonico, dai certificati medici, dai registri parrocchiali, dalle norme liturgiche, dai documenti… Le persone, il loro amore, la loro ricerca, la loro fede vengono guardate con l’occhio del cancelliere di curia anziché con il cuore del «pastore». Là contano i timbri, qui le persone in carne ed ossa… Non avverti il calore di chi sta ad ascoltare con meraviglia una «storia d’amore» e se ne lascia contagiare, coinvolgere. Per me ogni amore sulla terra accende una stella del cielo. Succede a molti fratelli e sorelle nella nostra chiesa: sentono che il loro amore è rifiutato, non accolto. Ma l’amore tra due persone per noi cristiani non è sempre una epifania di Dio, la traccia della Sua presenza, il segno più profondo del Suo «essere con noi»? Fortunato e Sandra, anche secondo i registri civili sono un uomo ed una donna. Il rifiuto del loro matrimonio nella comunità cristiana evidenzia anche il sapore dell’ignoranza dei dati biografici ed anagrafici. L’offesa arrecata ai due sposi è pesante sul piano umano ed evangelico.

Ma l’intervento dell’arcivescovo mi sembra grave ed inadeguato per la modalità e il contenuto. Il dovere di ascoltare le voci della comunità e del suo presbitero è perentorio. Non si tratta di un gesto di benevolenza di un vescovo «democratico». Cipriano nel 250, seguendo Ippolito di Roma, conferma il suo accordo con questo modo di gestione: «Vorrei poi trattare insieme, prendere in esame e con il consiglio di tutta l’assemblea mettere a punto ciò che riguarda il governo della chiesa» e, dopo un esame delle questioni dibattute condotto tutti insieme, decidere con precisione; egli si è proposto, fin dall’inizio del suo episcopato, di non fare nulla senza il consiglio dei presbiteri e dei diaconi, e senza il consenso del popolo. Nella sua lettera 34 torna su questo tema: «Dobbiamo conoscere questi casi dettagliatamente ed esaminarli con maggiore attenzione non soltanto con i miei colleghi, ma con tutto il popolo» («Lettere» in Opere, Utet 1980). Non può vincolare una comunità una decisione alla cui «formazione» la comunità non ha partecipato con voce attiva e con condivisa responsabilità. Non si ricevono ordini da istanze esterne. La gerarchia della Chiesa cattolica ha «dimenticato» questo vincolo evangelico e tradizionale. Ho imparato con la mia comunità a non tenere conto delle «ingiunzioni» gerarchiche perché esse prevaricano sul dato fondamentale della condivisione. Per questo mi sono rallegrato della libertà degli sposi, della comunità e di don Alessandro che hanno deciso di procedere alla celebrazione del matrimonio dandoci un segnale prezioso di libertà evangelica e di maturità ecclesiale.

Questa scelta è anche un atto di amore alla nostra Chiesa che desideriamo più accogliente, più calda, più spaziosa. Ma significa anche, a mio avviso, un invito fermo ed affettuoso, una domanda sincera al vescovo di Firenze: «Fino a quando voi pastori, anziché camminare davanti, spingere all’aperto, affrontare i lupi del pregiudizio e dei luoghi comuni, continuerete a tenere le pecore chiuse dentro i recinti del legalismo e della paura? Fino a quando sarete così tristi, così pavidi, incapaci di partecipare alle gioie della vita e scambierete le pecore più audaci per dei lupi? Fino a quando sarete degli arcigni controllori e non degli affettuosi compagni di viaggio? Forse noi che vi sembriamo dei cristiani disobbedienti e devianti non siamo quella rovina che voi immaginate. Pensiamo, preghiamo e operiamo, con i nostri limiti, perché la comunità cristiana di cui ci sentiamo parte diventi sempre di più un laboratorio di idee, di cuori, di solidarietà. Ohé, siamo cresciuti/e…».

Franco Barbero