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Chi porta l’acqua al mulino del mercato

by redazione

Come spiega a Confronti il segretario del Forum italiano dei movimenti per l’acqua Paolo Carsetti, le norme approvate di recente servono solo a completare un processo di privatizzazione che nel nostro paese è iniziato già sedici anni fa. Le tariffe sono aumentate invece di diminuire (e ancor più lo faranno in futuro), mentre gli investimenti – la cui urgenza è stata sempre sbandierata come giustificazione per tutta l’operazione – sono calati nettamente.

Cosa risponde a chi osserva che la privatizzazione della gestione dell’acqua costituisce un adeguamento necessario alle normative europee?

Non c’era nessuna necessità. L’Ue in questa materia è neutrale, demanda ai singoli stati membri le modalità di gestione dei servizi pubblici locali. È assurdo parlare di adeguamento alla disciplina europea. L’art. 15 del decreto Ronchi (135/2009) disciplina i servizi a rilevanza economica. La normativa europea riconosce due tipologie di servizi, a rilevanza e non rilevanza economica, lasciando la libertà agli stati membri di decidere quali fanno parte di una categoria e quali dell’altra. L’Italia non ha mai definito quali servizi appartengano all’una o all’altra categoria. In questo momento per il legislatore è implicito che il servizio idrico rientri nei servizi a rilevanza economica, ma il Forum italiano dei movimenti per l’acqua ritiene che i singoli enti locali possano definirlo come «non a rilevanza economica» e così facendo si fuoriuscirebbe dalla legislazione nazionale. Così facendo, gli enti si potrebbero riappropriare della definizione delle modalità di gestione dei servizi idrici. Si veda il parere della Corte dei conti (Sezione regionale di controllo per la Lombardia) in merito all’ambito di applicazione dell’art. 23bis, Legge 6 agosto 2008, n. 133: «[…] non è possibile individuare a priori, in maniera definita e statica, una categoria di servizi pubblici a rilevanza economica, che va, invece, effettuata di volta in volta, con riferimento al singolo servizio da espletare, da parte dell’ente stesso […]». Per questo motivo gli enti locali possono decidere se mettere o no sul mercato la gestione dell’acqua.

Quali paesi in Europa hanno già provveduto alla privatizzazione? E con quali risultati?

I paesi apripista sono stati la Francia e l’Inghilterra, che negli anni Ottanta hanno deciso di far gestire i servizi idrici ai privati. Gli studi e le ricerche condotte su questo argomento hanno dimostrato un aumento delle tariffe e un mancato miglioramento del servizio, come invece si era previsto. A Parigi, nel 1984, l’allora sindaco Jacques Chirac affidò il servizio idrico della città a due multinazionali: i disservizi furono molti, le tariffe sono costantemente aumentate e la qualità dell’acqua è diventata sempre più scadente. L’attuale sindaco parigino [Bertrand Delanoë, socialista] ha deciso infatti di ripubblicizzare il servizio, così come hanno fatto anche altre 40 municipalità francesi. In Olanda e in Belgio una legge nazionale di qualche anno fa stabilisce la gestione pubblica dell’acqua. Ma il paese emblematico in questa materia è sicuramente la Svizzera, che ha dichiarato l’acqua monopolio di Stato.

Qual è il volume di affari connesso alla gestione dei servizi idrici?

Il business della gestione del servizio idrico a livello nazionale orientativamente si aggira intorno ai 10 miliardi di euro. Riguardo agli investimenti necessari per rimodernare le reti idriche italiane, operazione prevista soprattutto in vista della privatizzazione, si stima una cifra che oscilla tra i 40 e i 60 miliardi di euro. Il decreto Ronchi (art. 15) sancisce l’obbligo di mettere a gara pubblica, come unica modalità di affidamento, la gestione dell’acqua. In realtà a livello giuridico il 95% della popolazione italiana già usufruisce dei servizi idrici gestiti da società per azioni, di cui la metà è a capitale pubblico, ma comunque enti di diritto privato che come tali hanno scopo di lucro. La totale e definitiva privatizzazione dell’acqua è un processo che in Italia è iniziato nel 1994 con la Legge n. 36, cosiddetta Galli. Le ricerche e gli studi rispetto alle tariffe negli ultimi 10 anni rivelano un aumento del 61% delle tariffe (basti pensare che l’inflazione, nello stesso periodo, è stata del 25%). L’obiettivo dichiarato dell’operazione fu quello della necessità di investimenti che solo la privatizzazione poteva offrire. I dati, elaborati dal Ministero dello Sviluppo economico su dati del Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche, al contrario, testimoniano come dal 1995, e per tutto il decennio successivo, si è registrato un calo pari ai due terzi degli investimenti: in valore assoluto si è passati da 2 miliardi l’anno a 600 milioni circa. Su questo argomento va ribadito anche che non c’è una authority di garanzia, anzi, il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, competente in materia, ha dichiarato l’inutilità di un garante.

Sempre riguardo agli aspetti economici, è utile ribadire la logica della messa sul mercato dell’acqua: un ente privato che offre servizi ha come mission l’aumento dei profitti: è per questo motivo che i piani di gestione del servizio idrico prevedono un aumento del 20% del consumo di acqua nei prossimi venti anni. Tale dinamica è in netto contrasto con le politiche di risparmio delle risorse. La progressiva scarsità dell’acqua causata dalla crisi climatica porterà anche una crisi idrica e questo dovrebbe spingere alla pianificazione di politiche di razionalizzazione dell’acqua, non ad un incremento del consumo. Su questo aspetto è utile raccontare ciò che è accaduto a Firenze e provincia. Publiacqua, che gestisce il servizio idrico nell’Ato 3 Medio Valdarno, ha promosso una campagna di risparmio dell’acqua. Il risparmio è stato conseguito, ma i cittadini si sono visti recapitare un aumento della tariffa pari al 9% giustificato dal gestore come mancato fatturato.

Ci sono Enti locali italiani che riconoscono l’acqua un bene comune e diritto universale? Se sì, quali?

La Regione Puglia il 20 ottobre ha avviato un processo di ripubblicizzazione del servizio idrico. A metà degli anni Novanta in questa regione si avviò un processo di privatizzazione delle municipalizzate che gestivano l’acqua. Sono alcune centinaia gli enti locali che hanno deliberato definendo il servizio idrico privo di rilevanza economica, e in quanto tale esso rientra nelle proprie competenze definire le modalità di affidamento anche tramite enti di diritto pubblico (aziende speciali e consortili).

Come pensa di procedere il Forum dei movimenti per l’acqua?

Nell’immediato i comitati territoriali sono mobilitati per fare pressione sulle Regioni affinché queste procedano ad impugnare il decreto, per illegittimità costituzionale, presso la Consulta. Le Regioni Marche e Puglia hanno già deliberato in questo senso. Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Piemonte hanno manifestato l’intenzione di fare ricorso. Il Lazio ha annunciato il ricorso, ma probabilmente non potrà procedere per problemi legali.

Si punta al rafforzamento dell’attività già avviata per la campagna nazionale, che ha lo scopo di promuovere, tramite raccolta delle firme, delibere di iniziativa popolare per il riconoscimento del servizio idrico privo di rilevanza economica. Si è deciso di indire una manifestazione nazionale per l’acqua pubblica e la difesa dei beni comuni per il 20 marzo prossimo, in occasione della Giornata mondiale dell’acqua.

Inoltre, all’indomani dell’approvazione del decreto, si sono avviate una serie di consultazioni con partiti politici o altri soggetti della società civile per valutare se e come procedere alla raccolta delle firme per un referendum.

Come stanno procedendo le adesioni alla campagna nazionale «Salva l’acqua»?

In occasione dell’approvazione del decreto c’è stata una grande mobilitazione dell’opinione pubblica. È risultato evidente che il provvedimento adottato riguardasse esclusivamente la privatizzazione dell’acqua, anche se intendeva disciplinare pure altri servizi. Il merito è stato quello di risvegliare un’indignazione generale. L’appello per la Campagna nazionale «Salva l’acqua» era stato lanciato circa venti giorni prima, successivamente sono state raccolte 75mila adesioni fra quelle online e quelle a livello locale dai comitati; le prime firme sono state presentate il 12 novembre al presidente della Camera. Al Forum dei movimenti per l’acqua sono arrivate molte migliaia di messaggi e-mail di indignazione da parte dei singoli.

Cosa può fare il semplice cittadino?

Si può attivare aderendo e promuovendo la mobilitazione referendaria, può partecipare alla manifestazione del 20 marzo e a livello comunale può favorire la raccolta delle firme per chiedere la delibera di iniziativa popolare che riconosca l’acqua bene comune e quindi di esclusiva gestione pubblica.

(intervista a cura di Cristina Zanazzo)

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