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Un nuovo Cln per evitare il peggio?

by redazione

Per frenare la deriva populista e antidemocratica voluta dal presidente del Consiglio e tentare di ricostruire una normale dialettica politica nel nostro paese, occorrerebbe una sorta di Comitato di liberazione nazionale. Non una normale maggioranza di governo con un programma organico e coerente (del tutto impensabile, date le differenze abissali tra i partiti che si oppongono a tale deriva), ma una difesa delle più elementari regole della democrazia costituzionale, per evitare che a Berlusconi riesca l’operazione di ritagliarsi le istituzioni a propria immagine e somiglianza.

Il 2010 sarà l’anno del botto finale, l’«annus horribilissimus», il nuovo 1925 che il «capo» della destra populista ci sta promettendo da qualche settimana? Ci attende una sventagliata di «leggi berlusconissime», a cominciare da una nuova Costituzione che spazzi via tutti i freni e contrappesi allo straripante potere politico economico e mediatico del berlusconismo, dalla Corte costituzionale all’indipendenza dei giudici, e sancisca la fine della contrastata costruzione di una democrazia europea e repubblicana iniziata nel 1945?

In politica le previsioni sono quasi sempre fallaci. Quasi tutte le svolte più importanti della storia contemporanea si sono verificate senza che nessuno fosse stato in grado di prevederle fino a qualche giorno prima. Tanto più che, proprio mentre scriviamo questa nota, si sono appena verificati due avvenimenti di cui è davvero impossibile prevedere gli sviluppi.

Non sappiamo ancora quanto la macchina propagandistica di Berlusconi saprà trarre profitto dall’attacco subito dal presidente del Consiglio la sera del 13 dicembre ad opera di uno squilibrato. Da subito siamo stati informati che si è trattato del gesto di un individuo con una lunga storia psichiatrica alle spalle, ma non mancherà certo chi vorrà trarne il pretesto per tentare di restringere le libertà civili e mettere la società italiana ancor più sotto la tutela di un’informazione controllata dalla politica come nessun’altra in Occidente.

Tanto ormai gli italiani ci hanno fatto l’abitudine: non sanno neppure più come si comporta l’informazione libera negli altri paesi democratici, e sedici anni di berlusconismo hanno ridato rispettabilità, linfa, vitalità e lustro a quell’antico spirito servile in cui trent’anni fa l’antropologo Carlo Tullio-Altan aveva individuato uno dei tratti più caratteristici dell’arretratezza civile dell’Italia rispetto agli altri paesi europei all’inizio dell’età moderna.

La vera novità non è venuta dal centrosinistra, ma, e chi l’avrebbe mai detto, da uno dei vecchi alleati di Berlusconi.

Da parte loro, gli eredi di quella che fu un tempo la potente sinistra italiana possono vantare come solo successo realmente conseguito quello di aver conservato a se stessi una fetta cospicua, anche se sempre più inutile al paese, della rappresentanza politica. Rimasti senza più alcuna bussola politico-culturale (e per molti di loro anche etica, una volta persa la fede ideologica totalizzante coltivata in gioventù), da quindici anni ripetono quasi tutti, come un vecchio disco di vinile distrutto, che è necessario aprire una grande stagione di riforme costituzionali assieme ai titolari della macelleria costituzionale. Che questa sia la priorità è fissazione ossessiva quanto esclusiva del solo sistema politico-mediatico. Poco importa ai nostri eroi, sembra, che, aperta con il loro entusiastico consenso la stagione delle riforme costituzionali, il «capo» dell’attuale maggioranza parlamentare altro non farà che approfittarne per ritagliarsi le istituzioni a propria immagine e somiglianza a colpi di maggioranza. Sono i soli in Europa, sembra, a non avere ancora capito con chi hanno a che fare.

È un significativo e triste segno dei tempi che la sola novità rilevante sia venuta invece da un democristiano sopravvissuto alla catastrofe, uno che aveva tenuto bordone al primo berlusconismo e aveva saputo approfittarne per acquisire notorietà.

È stato niente meno che Pierferdinando Casini a mostrarsi meno ottenebrato di molti leader e subleader del Pd e a proporre finalmente quel che in un paese normale sarebbe stato fatto fin dal 1993: un’intesa per bloccare e contenere il populismo eversivo di Berlusconi. Saremmo portati a non nutrire alcuna fiducia in un uomo politico che ha accettato in passato di condividere con Berlusconi e i suoi alleati il governo del paese, ma sembra difficile perfino nell’Italia di questi anni che possa tornare sui suoi passi, dopo avere proposto uno «schieramento repubblicano a difesa della democrazia» assieme non solo al Pd ma anche all’Idv, e alle truppe che Fini dovesse riuscire a sottrarre a Berlusconi.

C’è da sperare che quelli del Pd si rendano finalmente conto di quel che ormai è
chiaro perfino a Casini. Non si tratta affatto di ripetere, spostando solo l’asse della maggioranza più a destra, la disastrosa esperienza che portò all’agonia del governo Prodi, uno schieramento che andava… da Pietro Secchia a Pietro Badoglio, ma che pretendeva di essere stato votato per il proprio meraviglioso programma di governo anziché per il terrore dei barbari: suscitando le contrapposte aspettative, destinate ovviamente entrambe ad essere frustrate, tanto dei sostenitori di Secchia quanto di quelli di Badoglio. Non è una normale e organica maggioranza di governo che è necessario costruire, ma un’ultima difesa delle più elementari regole della democrazia costituzionale.

Dopo si potrà pensare a ricostruire una normale dialettica politica. Ma se tutto andrà bene, per riparare i danni ci vorranno comunque anni.

Felice Mill Colorni

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