La «bellezza» di Gaza, dove la vita resiste - Confronti
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La «bellezza» di Gaza, dove la vita resiste

by redazione

La testimonianza di uno studente di 17 anni del liceo veronese Maffei che nell’ottobre scorso ha partecipato al viaggio «Time for responsabilities» promosso dalla Tavola della pace. Il paesaggio nella Striscia di Gaza nove mesi dopo l’operazione «Piombo fuso».

Quando sono entrato nella Striscia l’ottobre scorso, nonostante fosse tutto come appena dopo i bombardamenti, dal momento che nemmeno un sacco di cemento è potuto entrare in un anno, ho visto una bellezza. Una bellezza però ostacolata, soffocata, imprigionata tra la distesa di macerie che è rimasta della città e il muro che la circonda. Il bello di Gaza è la vita, che nonostante tutto resiste.

A Gaza c’è un mare stupendo, che però si sta deteriorando e riempiendo di rifiuti che non possono più essere smaltiti dopo che i centri sono stati distrutti durante la guerra, e vengono perciò gettati nelle acque. C’è anche un giardino d’erba verdissima in pieno centro, circondato però da palazzi distrutti, oppure vedi gli studenti vestiti con divise perfette (fornite dall’Onu), ma che portano sul volto cicatrici profonde e studiano in una scuola che cade a pezzi, con voragini nelle pareti da cui si possono vedere seduti nei loro banchi. Incredibili sono anche gli enormi fiori rossi «metafisici» che spuntano nel deserto che resta della periferia della città, o Nasha, una ragazza bellissima che vive in una baracca semidistrutta, e che ti guarda con quegli occhi bellissimi, pieni di vita.

A Jabalia c’è una scuola ristrutturata dall’associazione Rec, non cade a pezzi e questo la fa stonare rispetto al paesaggio in cui è situata; ma anche questa scuola, in apparenza così bella, ha una storia terribile. È stata occupata durante la guerra dai soldati israeliani che l’hanno distrutta: hanno sventrato i bagni, sfondato i muri, distrutto cattedre e banchi… e dopo hanno scritto su di una lavagna «ragazzi, scusate per la confusione».

Questa è la sensazione che una persona ha mentre cammina per le strade di Gaza: una bellezza incredibile, concretizzata nella vita, che si affianca però ad una distruzione pressoché totale, perché, se non è concretamente presente, è però nella storia di quella casa o di quella persona. La desolazione presente è dunque destinata a crescere e ad espandersi sempre di più, e a rendere sempre più difficile la resistenza della vita all’interno della Striscia. Tutto questo perché la guerra e l’occupazione sembrano non avere fine, ma anzi potrebbero diventare anche più terribili.

Gioria Eiland, ex responsabile del Consiglio per la Sicurezza nazionale, ha recentemente affermato che «la prossima volta dovrà andare diversamente. E non come si pensa… L’unico modo per avere successo a Gaza è scatenare un’azione ancora più dura». Queste parole agghiaccianti sono la prova dell’esistenza in Israele di una parte pronta a ricominciare. I 1.380 morti palestinesi, di cui 431 bambini, e i 5.380 feriti, di cui 1.872 bambini, causati dall’operazione «Piombo fuso» a quanto pare non hanno dato a molti israeliani la garanzia della sperata sicurezza, ma sono bastati per creare tra la gente di Gaza un odio sempre più crescente, che rischia di diventare inevitabilmente indelebile e quindi di compromettere un qualunque processo di pace.

Il 15 ottobre a Gaza ho parlato con un ragazzo che mi ha raccontato di come gli hanno distrutto la casa e massacrato la famiglia con un solo razzo: le sue parole erano cariche di rabbia e di dolore e io capisco che si riverseranno sicuramente in una sua scelta di entrare a far parte della resistenza.

Questo perché lì uno o si rassegna o entra nella resistenza. Una resistenza però inutile, è una pietra scagliata contro un carro armato, e per lui si concluderà inevitabilmente con la morte; però non è spaventato da questo, perché per lui la morte è quotidianità da quando è nato.

Questo ragazzo ha la mia età, ha sedici anni, e la sua unica prospettiva di vita è imbracciare un fucile, perdere la sua umanità e morire. È necessario non dimenticarsi di questa terra e di questo popolo imprigionato, bisogna intervenire subito in difesa dei diritti umani, prima che a Gaza gli ormai pochi spiragli di bellezza e di vita si spengano del tutto.

Ilo Steffenoni

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