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Ma nel mondo ebraico le perplessità restano

by redazione

Il Vaticano ha fatto coincidere la seconda visita papale alla sinagoga di Roma (dopo quella dell’86 di Woityla) con l’annuncio della beatificazione di Pio XII, papa criticato dal mondo ebraico per i suoi silenzi durante la Shoah. Ma la comunità di Roma ha deciso di confermare l’invito, che era stato rivolto molto tempo prima.

Tutto è iniziato nel marzo del 2009, quando rav. Riccardo Di Segni disse «venga a trovarci» a papa Joseph Ratzinger; in poche parole, il rabbino capo della più grande comunità ebraica italiana aveva invitato il papa teologo a restituirgli la visita. Per coloro che non sono ebrei romani, sono difficili da comprendere le ragioni della grande solennità che si è voluto dare alla visita di Benedetto XVI del 17 gennaio scorso, che è la seconda dopo quella (del 13 aprile 1986) di Giovanni Paolo II il quale, entrando nel Tempio maggiore di Roma, aveva compiuto un gesto simbolico di grande valore, enormemente amplificato dai mass media. È capitato più volte anche a me, che pure vivo a Roma da più di trent’anni, di sottovalutare il bisogno di visibilità e di accettazione di questa comunità ebraica, che affonda le sue radici in un passato di estrema miseria, di umiliazioni, di discriminazioni, di vessazioni durato oltre tre secoli. Usando solo la logica, dopo il primo solenne ingresso in sinagoga di un papa che ebbe tutti i crismi per diventare un evento epocale, le visite successive avrebbero dovuto rivestire un carattere di routine. Così invece non è stato, per ragioni diametralmente opposte tra loro che cercherò di spiegare.

Da parte vaticana, la seconda e ancora più mediatica visita papale è stata fatta coincidere con l’annuncio della beatificazione di Pio XII, fermamente criticato dal mondo ebraico per i suoi silenzi durante la Shoah. I tempi della dichiarazione di beatificazione sono stati calcolati così accuratamente da rendere difficile l’ipotesi del rinvio o persino della cancellazione dell’evento. Di fronte ad una situazione non prevedibile al momento dell’invito già ampiamente divulgato, presidente e consiglieri della comunità di Roma hanno discusso per molte ore sul da farsi, quindi hanno deciso di confermare la visita. È molto probabile che abbiano pesato anche le pressioni di Israele, timoroso di inimicarsi il mondo cattolico oltre a quello musulmano, e desideroso di mantenere i rapporti di buon vicinato. Risolta questa impasse, anche da parte della comunità romana si è mantenuta l’idea originale di gestire la cerimonia con la massima solennità, tenuto conto della data, il 17 gennaio. È sembrato importante, infatti, che il secondo papa entrasse in gran pompa nella Sinagoga nell’anniversario del cosiddetto «Moed di piombo», che ricorda il tentativo nel 1793 di appiccare un incendio nel ghetto da parte della plebaglia romana, miracolosamente bloccato dal popolano Meo Patacca (meno fortuna aveva avuto, pochi giorni prima, il diplomatico francese Ugo de Basville, attaccato e ucciso dalla plebaglia perché mostrava sulla giacca la coccarda tricolore). È apparso anche significativo che Benedetto XVI venisse a rendere onore in forma solenne ai Rotoli della Torah nel luogo dove sono custoditi. Un bel cambiamento rispetto a quanto era avvenuto fino dall’antichità, quando erano invece i Rotoli della Torah ad essere portati fuori dalla sinagoga, per rendere onore a governanti e sovrani che talvolta, soprattutto alcuni pontefici, li accoglievano con accenti non proprio gratificanti nei confronti della delegazione ebraica.

Inutile dire che le settimane precedenti alla visita sono state caratterizzate da frenetica attività, da parte della comunità ebraica, per mettere a punto tutti i dettagli: dal cerimoniale al tipo di abbigliamento da indossare, dai restauri della sinagoga alla specialissima mostra allestita nel Museo ebraico annesso al Tempio maggiore. Secondo gli accordi il papa, che indossava abito e kippà bianca, ha attraversato il fiume Tevere all’imbrunire del 17 gennaio, e si è fermato in raccoglimento nella piazza intitolata al 16 ottobre 1943, data che ricorda la grande deportazione degli ebrei romani. Ad attenderlo, il presidente della comunità Riccardo Pacifici, il rabbino Riccardo Di Segni, il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche Renzo Gattegna, lo storico Marcello Pezzetti, i leader dell’ebraismo italiano e molti rabbini, alcuni dei quali provenienti da Israele.

Un importante rabbino, ad ogni modo, non era presente: rav Giuseppe Laras, presidente dell’Assemblea dei rabbini italiani, aveva annunciato la sua assenza esprimendo l’opinione che questa visita non può portare niente di positivo né al dialogo né al mondo ebraico, ma solo vantaggi alla Chiesa cattolica e alle sue correnti più conservatrici. Erano anche assenti i rabbini capi di tutte le comunità, ad eccezione di Milano e Torino. Tra i rabbini presenti, la tradizionale veste bianca di alcuni rabbini italiani era inframmezzata da abiti scuri poi completati dal talled. Al rabbino capo Riccardo Di Segni, che ha atteso il papa all’ingresso della sinagoga, era stato affidato un talled di particolare rilievo: di seta con intarsi e rosoni di pizzo tra i più antichi e preziosi al mondo, che rappresenta un simbolo degli ebrei di Roma. Infatti questo talled proviene da una delle Cinque Scole, come venivano chiamate le uniche sinagoghe permesse al tempo del ghetto purché riunite in un unico edificio, ed è tanto più prezioso perché fu salvato da un incendio devastante scoppiato alcuni anni dopo l’Unità d’Italia e l’equiparazione degli ebrei agli altri cittadini.

Prima di entrare in sinagoga, il pontefice e i suoi accompagnatori sono passati da via Catalana, in modo da permettere all’ospite di sostare davanti alla lapide in ricordo del piccolo Stefano Gay Taché, ucciso nell’attentato ad opera di terroristi palestinesi del 9 ottobre 1982. All’apertura delle porte del Tempio maggiore, con il pubblico già in sala (tra gli ex-deportati è rimasta vuota la sedia di Piero Terracina, che ha rifiutato l’invito) il piccolo corteo è stato accolto dalle note di «Baruch Habah», il canto di benvenuto, poi sono seguiti i discorsi ufficiali. Molto articolato quello del presidente Pacifici, che ha fatto una breve storia della comunità romana, ha rievocato il precedente incontro con Giovanni Paolo II, si è presentato come nipote di vittime della Shoah e figlio di un sopravvissuto perché salvato a Firenze nel Convento delle suore di santa Marta. Caso non isolato di salvataggio di ebrei da parte di religiosi, ha aggiunto e «per questo, il silenzio di Pio XII… duole ancora come un atto mancato. Forse non avrebbe fermato i treni della morte, ma avrebbe trasmesso un segnale… una parola di solidarietà umana per quei nostri fratelli trasportati verso i camini di Auschwitz. In attesa di un giudizio condiviso, auspichiamo, con il massimo rispetto, che gli storici abbiano accesso agli archivi del Vaticano che riguardano quel periodo e tutte le vicende successive al crollo della Germania nazista». Il cammino, seppur difficoltoso, deve continuare, ha aggiunto Pacifici, aggiungendo l’auspicio che da questa visita venga un nuovo impulso alla conoscenza e alla divulgazione del patrimonio librario e documentario ebraico, custodito nelle biblioteche e negli archivi vaticani.

Il rabbino capo Di Segni, dopo parole di benvenuto, ha rimarcato che al miracolo di sopravvivenza della comunità di Roma si è aggiunto il miracolo dell’indipendenza riconquistata dello Stato di Israele, che ha definito entità politica ma con un disegno provvidenziale. Rav Di Segni si è permesso una puntura di spillo, notando che «nel linguaggio comune si usano spesso espressioni come “terra santa” e “terra promessa”, ma si rischia di perdere il senso originale e reale. La terra è la terra di Israele, e in ebraico letteralmente non è la terra che è santa, ma è eretz haQodesh, la terra di Colui che è Santo; e la promessa è quella fatta ripetutamente dal Signore ai nostri Patriarchi. Nella coscienza ebraica questo è un dato fondamentale e irrinunciabile, ed è importante ricordare che si basa sulla Bibbia alla quale voi e noi diamo, pur nelle differenti letture, un significato sacro». Il rabbino capo ha anche ricordato che nella Genesi il rapporto tra fratelli è incominciato molto male ed è continuato male fino a Giuseppe e i suoi fratelli, che trovano infine il modo di riconciliarsi; «se il nostro è un rapporto tra fratelli – si è domandato – c’è da chiedersi sinceramente a che punto siamo di questo percorso».

Benedetto XVI ha manifestato sentimenti di stima e affetto verso la comunità romana e le comunità ebraiche sparse nel mondo, esprimendo l’intento di consolidare i buoni rapporti e di superare ogni incomprensione. Egli ha ricordato che «la Chiesa non ha mancato di deplorare le mancanze dei suoi figli e delle sue figlie, chiedendo perdono per tutto ciò che ha potuto favorire le piaghe dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo. Possano queste piaghe essere sanate per sempre!». Papa Ratzinger ha poi enumerato i temi con i quali possono essere fatti insieme passi avanti, pur consapevole delle differenze; cristiani ed ebrei, ha osservato, hanno una grande parte di patrimonio spirituale comune, ma rimangono spesso sconosciuti l’uno all’altro. Rispetto allo «sterminio del popolo dell’Alleanza di Mosé… molti rimasero indifferenti, ma molti anche tra i cattolici italiani… aprirono le braccia per soccorrere gli ebrei in pericolo… a rischio spesso delle propria vita. Anche la Sede Apostolica svolse una azione di soccorso, spesso nascosta e discreta». A conti fatti, e qui passo dalla cronaca al commento, ad una osservatrice disincantata come me pare che si sia trattato di un dialogo tra sordastri, che sentono solo quello che a loro fa comodo.

Dopo un colloquio privato tra il papa e il rabbino capo, a completamento dell’incontro Benedetto XVI è stato guidato nella visita del Museo ebraico dalla direttrice Daniela Di Castro. Per questa particolare occasione è stata allestita una mostra dedicata ai difficili rapporti tra ebrei romani e papato, che comprende anche alcuni pannelli settecenteschi rinvenuti recentemente negli archivi della comunità. Si tratta di arredi celebrativi creati, all’incoronazione di un nuovo papa, per addobbare il tratto di strada, vicino all’Arco di Tito, che toccava agli ebrei; arredi questi che, ad osservarli con attenzione, talvolta mostrano contenuti a doppio senso. La mostra espone anche un prezioso anello ottocentesco appartenuto a papa Pio VII, di recente acquisizione da parte del Museo, che cela al suo interno la parola «Immanuel». Questo oggetto così concepito forse voleva indicare che l’omaggio al papa doveva essere esibito, mentre le radici del donatore dovevano essere nascoste. Secondo alcuni commentatori, sarebbe auspicabile che, ad una prossima visita, l’attuale pontefice potesse ammirare presso il Museo ebraico anche i numerosi manoscritti e incunaboli ebraici di Torah, Talmud, halakhah e commenti tuttora conservati nella Biblioteca vaticana, dove sono giunti magari dopo un pogrom o qualche spoliazione di comunità ebraiche. La visita alla sinagoga potrebbe essere la buona occasione per indurre il Vaticano a restituirli come gesto di buona volontà; gesto che ha fatto, ad esempio, l’Italia alcuni anni fa restituendo l’obelisco di Axum all’Etiopia per rinsaldare i rapporti di amicizia, e che papa Ratzinger potrebbe imitare se solo lo volesse. Secondo l’Unione degli studenti ebrei, che hanno diffuso un duro comunicato stampa alla fine dell’incontro, «probabilmente papa Benedetto XVI sarà intimamente legato alle sue radici ebraiche ma purtroppo, o per fortuna, nell’ebraismo a differenza del cattolicesimo le azioni contano più che i pensieri», facendo riferimento alle parole non dette nel discorso ad Auschwitz, al ripristino della preghiera «pro judaeis», alla revoca della scomunica ai vescovi negazionisti, alla beatificazione di Pio XII, mostrando in definitiva «perplessità sulla sincerità di Benedetto XVI».

Pupa Garribba

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