Home Politica Ma la tv non basta a spiegare la sconfitta

Ma la tv non basta a spiegare la sconfitta

by redazione

Nelle elezioni regionali del 28 e 29 marzo la sinistra è andata male perché – come spiega a Confronti il sociologo Ferrarotti – è ancora divisa e dilaniata dalle guerre interne, ma soprattutto ha perso il contatto con il territorio, con le comunità concrete, mentre la destra intercetta molto meglio il sentire medio della gente.

La differenza fra i sondaggi d’opinione e i risultati delle elezioni vere è che questi ultimi fanno rapida giustizia delle nebbie più o meno artificiali. La sinistra si era illusa o aveva comunque sperato che le astensioni punitive contro la destra nella Francia di Sarkozy si sarebbero verificate, nello stesso senso, anche in Italia. Nelle elezioni del 28 e 29 marzo l’astensione c’è stata, ma non ha castigato la destra: l’ha confermata. Del resto, confondere e mettere in un solo quadro Italia e Francia in nome d’una vaporosa latinità o di un supposto legame fraterno tra le due nazioni è un errore che, da solo, squalificherebbe qualsiasi gruppo dirigente politico.

Si può giocare con le cifre e le percentuali fin che si vuole. Ci si può anche consolare pensando che, dopo tutto, si tratta solo di elezioni regionali. Ma, come non si stancava di ripetere lo speaker del Congresso Usa, Tip O’Neill, «all politics is local politics» (tutta la politica è politica locale). Non esiste la politica assoluta, se non forse nel cervello farneticante dei politologi e degli zeloti dell’ottimismo normativo. La politica è l’arte del possibile (a parte che, come sosteneva l’amico Alvin W. Gouldner, è talvolta anche l’arte di ammazzare la gente senza fargli troppo male). È dunque fondata sui compromessi, che vanno naturalmente distinti in positivi e negativi, in compromessi benefici per l’interesse pubblico e compromessi corrotti e corruttori, al servizio degli interessi dei criminali.

Sta di fatto che nelle recenti elezioni regionali italiane la destra ha vinto e la sinistra ha perso. Che cosa ha perso? Sia pure in alcuni casi (Piemonte) solo per un pugno di voti, la sinistra ha perso l’Italia settentrionale, il cuore produttivo di questo paese, il suo centro economico-finanziario, ma anche culturale. Come mai? Si parla, giustamente, delle campagne di imbonimento della televisione. È vero che, secondo i dati Istat del 2009, solo l’8% degli italiani legge saggistica seria; il 44% legge un libro l’anno; il 96% si informa con i telegiornali. È vero, ma non basta. Non scusa la perdita di contatto con il territorio, con le comunità concrete. La destra intercetta meglio, più prontamente, il sentire medio della gente, almeno per due aspetti: a) l’abolizione dell’Ici sulla casa di prima abitazione, bene primario, emotivo oltre che economico, per all’incirca l’80% degli italiani; b) la paura dell’immigrato, al quale non si apre peraltro alcun positivo percorso di integrazione, lo si costringe a condizioni umilianti di lavoro schiavile (Rosarno e dintorni).

Si aggiunga la strizzatina d’occhio con riguardo all’evasione fiscale per cui il peso delle imposte grava soprattutto, per non dire esclusivamente, sulle spalle dei lavoratori dipendenti o dei pensionati.

Si dirà: e la sinistra? Di fronte alla disoccupazione in crescita, ai giovani precari che non riescono a dar vita a un movimento di solidarietà, irretiti in un individualismo estremo e in un darwinismo sociale per cui le vittime diventano carnefici di se stesse, cosa fa la sinistra? Si fa la guerra interna: un pugno di voti «grillini» consegna la Regione Piemonte alla Lega. L’ottimismo normativo, il radicalismo velleitario dei valori aprono contraddizioni insolubili, di fatto paralizzanti. Per chi ama paragoni internazionali, si pensi alla pazienza e all’abilità con cui Bill Clinton ha ricucito i «pezzi» sparsi del Partito democratico dopo Reagan oppure, più vicino a noi, all’opera di tenace tessitore con cui François Mitterrand ha rimesso insieme i cocci del Partito socialista francese.

Occorre un riformismo politico rinnovato: né riformista spicciolo, o «politica del piè di casa», né riforme palingenetiche sognate, che diventano alibi per la stagnazione. Procedere invece a piccoli passi, giorno per giorno, in modo unitario, senza dimenticare mai il disegno, l’ideale di una società più giusta, in cui sia ridotta al minimo la sofferenza umana non strettamente necessaria. In altre parole, in cui non si dimentichi lo scopo del viaggio lungo la via.

Franco Ferrarotti

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