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La legge a tutela del razzismo

by redazione

Il governo Berlusconi continua a puntare sulle paure degli italiani nei confronti degli immigrati, riproponendo la vecchia formula – ma sempre efficace, soprattutto nel periodo che precede qualche appuntamento elettorale – secondo la quale immigrazione sarebbe quasi sinonimo di criminalità.

In un incontro con il presidente dell’Albania Ali Berisha, avvenuto all’inizio di quest’anno, Berlusconi aveva ribadito l’impegno del suo governo a ridurre a zero gli sbarchi degli albanesi sulle coste pugliesi: «Niente flussi criminali verso l’Italia, ad eccezione di qualche bella ragazza». La seconda battuta si commenta da sola. Semmai la rigiriamo a quei milioni di genitori – eccetto quelli di Noemi Letizia – che votano Berlusconi. Come si sarebbero sentite queste famiglie se fosse stato Berisha a pronunciare quelle parole nei confronti delle ragazze italiane?
La prima battuta merita invece di essere esaminata da vicino perché è più sottile, insidiosa ed estremamente pericolosa in quanto esorta la gente a fare propria l’equazione immigrazione=criminalità. La sua affermazione non è certo una novità. Il suo governo aveva già fatto varare dal Parlamento un anno fa il cosiddetto «pacchetto sicurezza»: una legge che ha sdoganato tale equazione, inserendo definitivamente il tema dell’immigrazione nel capitolo sicurezza e ordine pubblico.

Ma non è finita lì. Berlusconi e il suo governo di destra continuano ad insistere sull’argomento per convincere quegli elettori che (ancora) non votano la sua coalizione che la sua formula è giusta. Lo ha ribadito durante l’ultima campagna elettorale per le elezioni regionali, che poi ha stravinto. «La criminalità e l’immigrazione sono facce della stessa medaglia», è in sostanza il suo «efficace» messaggio al popolo italiano.

Il consenso che continua a riscuotere la sua maggioranza consente a Berlusconi di mettere in atto politiche sfacciatamente populiste in tema d’immigrazione. Tutti i provvedimenti legislativi varati fino ad oggi hanno come finalità la repressione del fenomeno migratorio e la restrizione dei diritti e della libertà degli immigrati adulti e minori.

Gli oltre 4 milioni e mezzo di immigrati che risiedono oggi sul territorio nazionale sono vittime di una discriminazione legittimata da leggi dello Stato (e non solo quando governa la destra). Le norme attraverso le quali è gestita l’immigrazione penalizzano socialmente, culturalmente, economicamente e politicamente le minoranze di origine immigrata. Si tratta, in altri termini, di «razzismo istituzionale».

Da anni ormai il dibattito politico è concentrato solo sull’immigrazione «irregolare» con un duplice discorso: una rappresentazione positiva di sé – la celebrazione della storia, dell’identità, della cultura e della tradizione democratica dell’Italia basata su diritti e libertà – e una rappresentazione negativa dell’altro, l’immigrato, spesso considerato un problema che aggrava il bilancio dello Stato, che minaccia la sicurezza sociale, che destabilizza il mercato del lavoro, che intacca la cultura e i valori del paese. La conseguenza di tale approccio è che gli immigrati sono sistematicamente vittime di restrizioni di diritti e di libertà. Misure considerate spesso dalle istituzioni giuste e necessarie per la governabilità del fenomeno e la tutela degli interessi della nazione. Con la complicità dell’informazione pubblica – in perenne stato di simbiosi con chi governa e definisce i suoi contenuti – tali misure vengono presentate agli italiani come provvedimenti «di buon senso»; ma in realtà costituiscono solide fondamenta di un razzismo istituzionale sempre più manifesto.

La legittimazione del razzismo da parte delle istituzioni – come accadeva in passato in Europa con la schiavitù e il colonialismo – espone oggi l’immigrato a svariate forme di discriminazione. Nel pubblico egli è considerato dal punto di vista giuridico un «cittadino» con uno stato sociale minore e ciò lo espone spesso a situazioni di umiliazione e di violenza psicologica da parte di operatori dell’amministrazione pubblica. Nel privato, per la vulnerabilità della sua posizione sociale, egli è facile vittima di atti di discriminazione. Quando si tratta della casa, ad esempio, ancora oggi si possono trovare avvisi affissi per strada con la scritta: «Affittasi, ma non agli immigrati». In alcune attività lavorative essere di origine asiatica, africana o sudamericana non è una buona credenziale; lo stesso vale per l’acquisto a rate di un bene di consumo a media o lunga durata. Ma – peggio ancora – c’è chi sfrutta la discriminazione legalizzata per lucrare sulla pelle del discriminato, come fanno oggi molte assicurazioni di autoveicoli e motocicli. Ultimamente gli immigrati – ad eccezione degli statunitensi e di altri soggetti tutelati – hanno visto duplicate se non triplicate le loro polizze assicurative. Il motivo? «Gli immigrati guidano male e provocano più incidenti». D’altronde, se lo Stato adotta gli stereotipi per disciplinare la presenza degli immigrati, perché i colossi dell’economia non dovrebbero fare la stessa cosa per sfruttarli? Chissà, magari domani le banche applicheranno un tasso d’interesse doppio o triplo sui prestiti agli immigrati, perché giudicati clienti potenzialmente più a rischio!

Prosegue, intanto, il cammino istituzionale anti-immigrazione. Il 10 giugno scorso, il Consiglio dei ministri ha approvato il «Piano per l’integrazione nella sicurezza». Il «nuovo modello italiano» per l’immigrazione concepito dal ministro dell’Interno e da quello del Lavoro (rispettivamente della Lega e del Pdl), come era prevedibile non comprende alcun accenno alla cittadinanza e ai diritti politici e civili degli immigrati. Il piano mette invece l’accento sulla sicurezza e prevede «la selezione e il reclutamento dei lavoratori già nel paese di origine», proprio come si faceva una volta con gli schiavi!

Mostafa El Ayoubi

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