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Ministro, non si riforma la scuola con gli spot

by redazione

«Una buona scuola – sostiene Salacone, già dirigente scolastica della scuola “Iqbal Masih” di Roma e attualmente membro del coordinamento nazionale di Sinistra ecologia e libertà – non è luogo di trasmissione del pensiero unico, ma è luogo della riflessione e del confronto critico e la pluralità e la libertà di pensiero dei docenti sono la garanzia della democrazia alla quale essa deve educare i bambini e i giovani studenti».

Per il terzo anno le scuole italiane riprendono le lezioni in situazione di grandissimo disagio: continua l’applicazione della pessima riforma nelle scuole del primo ciclo con la riduzione dell’offerta formativa di tempo pieno e prolungato, con l’azzeramento dei tempi di compresenza, con la forzata introduzione del maestro unico, costellato, tutt’al più da qualche intervento orario di altri docenti specialisti, per un totale di ore che, nell’offerta standard, si attesta sulle 27 ore. È la fine forzata della didattica attiva, realizzata tramite i laboratori, i percorsi individualizzati o in piccoli gruppi, le uscite didattiche. È la morte annunciata della scuola disegnata dalla Costituzione, scuola che si sforza di accogliere tutti, di leggere i bisogni formativi di ciascuno, di aiutare i più deboli a superare le difficoltà e di promuovere le eccellenze anche degli alunni più poveri.

L’avvio di una nuova «riforma epocale», se possibile ancora più disastrosa, si abbatte sulla scuola secondaria di secondo grado: ancora tagli agli orari e ai curricoli; si sopprimono tutti i percorsi sperimentali, anche quelli giudicati eccellenti da alunni, famiglie, società; si tagliano alcune discipline (in alcuni casi proprio quelle che si dice di voler incrementare); si applicano le riduzioni di orario e di laboratorio anche nelle classi successive alle prime, ma solo negli istituti tecnici e professionali, con una lesione grave del patto formativo siglato dalle famiglie degli alunni all’atto dell’iscrizione nei precedenti anni scolastici. Contemporaneamente si aumenta il numero degli alunni per classe in ogni ordine di scuola e si sopprimono sezioni ed istituti ritenuti sottodimensionati.

La conseguenza immediata di queste «riforme» è la riduzione degli organici di docenti e personale amministrativo ed ausiliario, in ottemperanza ai tagli previsti dal Piano attuativo della Finanziaria del 2007. Migliaia di docenti che, sulla base delle esigenze di organico nei precedenti anni scolastici, sono stati nominati come supplenti su posti vacanti, a seguito delle soppressioni e dei tagli, non otterranno alcun incarico nel presente anno scolastico e il turn over dei titolari che andranno in pensione non compenserà i tagli.

La situazione di molti «precari storici» diventa così drammatica. Molti docenti titolari, anche anziani, sono diventati «perdenti posto», dovranno cioè cambiare sede di servizio, con conseguente discontinuità didattica per gli studenti. Ma il Ministro rifiuta di vedere la drammaticità di questa situazione, alla quale risponde con una serie di spot. Sono istituiti nuovi percorsi liceali, il coreutico e il musicale: ma il numero degli istituti che offrono tali percorsi è molto ridotto in tutto il paese e mancano le indicazioni per coprire gli organici delle discipline specialistiche che tali licei devono offrire, così come sono ancora non definiti programmi e organizzazione didattica.

Si annuncia che nell’ultimo anno delle superiori una disciplina tecnica sarà insegnata in inglese: ma da chi? e come si sta provvedendo a formare il personale per tale lodevole compito? «È aumentato il tempo pieno nella scuola elementare», dice ancora il ministro Gelmini: ma confonde tempo pieno con lo «spezzatino orario» del tutto precario che le scuole riusciranno a offrire alle famiglie, utilizzando la soppressa compresenza (fino a quando ore di compresenza ce ne saranno ancora, cioè per pochissimi anni, poi ogni prolungamento orario oltre le 27 ore sarà pagato dalle famiglie). «Parte dei risparmi ottenuti dalla razionalizzazione delle spese sarà utilizzata per premiare i docenti meritevoli», promette sempre il ministro. Ma intanto la legge finanziaria dispone il blocco dei contratti per il personale dello Stato e della scuola, il che si traduce in un danno sensibile che tutti i docenti in servizio si porteranno dietro per l’intera durata della carriera e degli annunciati benefici per i meritevoli (quanti? da chi individuati? con quali strumenti di valutazione?) non c’è traccia nei bilanci del Ministero.

«Entro dieci anni il problema dei precari sarà risolto. Si andrà da subito a nuove forme di reclutamento, con tirocinio di un anno obbligatorio nelle scuole, dopo la laurea magistrale, a numero programmato». Ma il ministro si rende conto che i precari da assumere entro dieci anni sono ormai tutti precari già abilitati e che quelli utilizzati nelle scuole superiori hanno effettuato il biennio post-laurea (le Scuole di specializzazione) con percorsi di didattica e di pedagogia post-laurea, con numero programmato sul fabbisogno regionale?

La soluzione sta, in realtà, nella restituzione alla scuola delle risorse tagliate, nella riprogettazione condivisa di percorsi di scuola secondaria superiore che non si risolvano in diminuzione indiscriminata di orari e riduzione di curricolo, nel rilancio del modello di scuola primaria di tempo pieno e lungo e nella estensione del tempo pieno nei territori del paese che non ne hanno mai potuto fruire per assenti o carenti servizi di supporto da parte degli enti locali.

Di riforme della didattica e della organizzazione disciplinare della scuola si deve discutere, ma non a partire dai tagli, così come della formazione dei docenti, che non può essere solo prima formazione, ma deve essere anche formazione in servizio. Una buona scuola è quella responsabile, che sa rispondere alle esigenze formative diverse dei diversi territori del paese, e per fare questo è dotata di risorse certe che la rendono capace di progettare e di non vivere alla giornata. Una buona scuola deve essere dotata di un corpo docente giovane, preparato, stabile, non umiliato dalla precarietà. Agli spot pubblicitari del ministro – che dice di sognare per la sua piccola Emma una scuola con un maestro unico preparatissimo, tanta tecnologia e tanta lingua inglese – rispondiamo che una buona scuola comincia dalla considerazione sociale che di essa si ha e dalle risorse che su di essa si intende investire.

Una buona scuola non ha funzioni riproduttive, non è luogo di trasmissione del pensiero unico, ma è luogo della riflessione e del confronto critico e la pluralità e la libertà di pensiero dei docenti sono la garanzia della democrazia alla quale essa deve educare i bambini e i giovani studenti. Contro gli spot (e i tagli!) citiamo il Commissario Barroso: «Sulla scuola i paesi europei devono investire di più e meglio».

Simonetta Salacone

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