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No all’informazione per sovrana concessione

by redazione

Berlusconi – come sottolinea il presidente della Federazione nazionale della stampa italiana – non vuole proprio rassegnarsi al fatto che in un paese democratico l’informazione dovrebbe essere libera e non soggetta a censure e prosegue nella strategia che mira a rendere la vita difficile o impossibile a tutte le voci non omologate.

Ci mancava soltanto l’appello allo sciopero dei lettori, rabbiosamente lanciato durante il viaggio americano perché le cronache del G8 non si erano allineate a sufficienza alla propaganda governativa. Con l’invito a disertare le edicole – in un paese che già è agli ultimi posti nelle graduatorie europee di lettura – Silvio Berlusconi conferma la sua radicale ostilità verso l’informazione e l’incapacità di concepire e rispettare limiti al suo impero. Mesi fa non si era fatto scrupoli nel sollecitare gli imprenditori a togliere pubblicità ai giornali non allineati. Oggi ripropone un attacco che sarebbe già grave da parte di un qualsiasi leader politico, ma che diventa inaccettabile se il protagonista è il beneficiario di una straordinaria concentrazione di potere mediatico, che ruota intorno alla tv e che verso la tv continua a dragare risorse sottraendole alla carta stampata.

Del resto c’è una durissima coerenza, in questa azione dell’esecutivo: è lo stesso governo che in pochi mesi ha tagliato indiscriminatamente i fondi per l’editoria cooperativa, ha ridotto gli stanziamenti per l’emittenza nazionale e locale (tranne Mediaset, ovviamente, che invece può godere di una nuova regolamentazione pubblicitaria ancora più favorevole), ha colpito in modo quasi letale le pubblicazioni dell’associazionismo culturale, sociale e religioso cancellando da un giorno all’altro le tariffe postali agevolate. Una strategia precisa ed esplicita, che mira a rendere la vita difficile o impossibile a tutte le voci che esprimano un punto di vista non omologato al flusso della grande tv generalista, che non si rassegnino a «ricevere informazioni veritiere per sovrana concessione»: come afferma l’appello lanciato dalle riviste di ispirazione cristiana contro la legge-bavaglio (vedi www.adistaonline.it), che questa strategia vuole portare a compimento mediante la cancellazione della cronaca giudiziaria. La campagna di mistificazione che ha accompagnato la discussione parlamentare ha presentato il disegno di legge Alfano come un argine al dilagare sui giornali dei pettegolezzi privati che «devastano la vita delle persone».

Ma l’obiettivo vero è quello di porre un ostacolo insormontabile al racconto di vicende sociali e politiche che creano imbarazzi al governo, e che nulla hanno di intimo: dagli appalti del G8 e del post-terremoto al caso Scajola, è in gioco il diritto di conoscere questioni assolutamente pubbliche, vicende decisive per giudicare della qualità della democrazia italiana. È su questo diritto, il diritto dei cittadini a sapere, che poggia il nostro diritto-dovere di giornalisti. Perciò le manifestazioni contro il ddl sulle intercettazioni non sono soltanto la protesta di una categoria, ma il dissenso di una parte grande della società, che non vuole farsi imbavagliare o oscurare. Sul palco di piazza Navona, il primo luglio, alcune testimonianze ce lo hanno ricordato in modo drammaticamente coinvolgente. Ilaria Cucchi e Patrizia Aldrovandi sono l’esempio del buio che avvolgerebbe tante controverse vicende giudiziarie se l’informazione non potesse fare il suo lavoro. Ustica sarebbe ancora un mistero italiano, e del G8 genovese non sarebbe stato possibile raccontare il ruolo negativo svolto da esponenti del vertice delle forze di polizia.

Non raffiguriamo il giornalismo italiano come una storia della virtù, perché sappiamo di quanta autocensura – non solo di censura – sia fatta anche oggi la nostra informazione: in piazza c’erano anche i cassintegrati che si sono dovuti inventare forme spettacolari di protesta, nei mesi scorsi, per richiamare l’attenzione di giornali e tv. E non neghiamo affatto che ci siano stati casi in cui le cronache sono andate oltre i limiti imposti dal rispetto della persona. Se di questo si vuol ragionare, ci sono le soluzioni giuridiche che consentono di tenere insieme, in equilibrio, il diritto alla riservatezza e la libertà dell’informazione. Ciò che non è accettabile è che venga considerato pericoloso quel «tentare di avvicinarsi alla verità», alla provvisoria verità quotidiana con la «v» minuscola, che l’appello delle riviste individua quale missione del giornalista. Una verità che oggi deve fare i conti con l’avversario più suadente ed insidioso: il sorriso di Stato, profuso a tutta forza dai canali del populismo mediatico. I servizi vuoti e accattivanti che riempiono la seconda metà del Tg1, per intenderci.

Una vicenda di queste settimane, apparentemente minore, può ambire a rappresentare un «segno dei tempi». La rivista berlusconiana Chi ha deciso di cancellare la rubrica tenuta da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker sui temi della violenza contro le donne. La motivazione è stata data senza pudore: quello spazio non era in linea con l’atteggiamento «ottimistico e speranzoso» del settimanale. È una spiegazione che non vale solo per la rivista: è la logica che guida tutto il rapporto con i media e con la società italiana. I problemi non vanno risolti: basta cancellarli dalla rappresentazione, perché non turbino la serenità dei sudditi. La «verità che fa liberi» va recuperata sotto i cumuli del falso ottimismo.

Roberto Natale

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