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Ponte tra Europa e Asia o cavallo di Troia?

by redazione

L’Europa ha continuato a frenare sull’ipotesi di entrata della Turchia nell’Unione, dando per scontato che sia la Turchia ad aver bisogno dell’Europa (e non viceversa) e sottovalutando il fatto che si tratta dell’unico paese musulmano laico e dichiaratamente amico dell’Occidente. Ora la politica turca comincia a preoccupare, a partire dalle sue aperture all’Iran di Ahmadinejad e alla Siria.

Remondino dirige la sede Rai di Istanbul.

Il mondo si interroga inquieto e l’osservatore attento si stupisce di tanta ingenua o finta sorpresa. La Turchia che si fa potenza regionale e che sviluppa una sua audace ed autonoma politica estera nell’area. A costo di scontentare un bel po’ di vecchi amici occidentali. A partire dagli Stati Uniti, che di strategia globale ancora si occupano, per arrivare all’Unione europea, che si accontenta di fare mercato riducendo a questo la sua politica estera. Tutti a far finta che il rapporto tra Turchia e Occidente atlantico fosse ancora garantito dalla comune appartenenza alla Nato. Come se ci fosse ancora il muro di Berlino e l’Unione Sovietica. Quel muro, che sembrava una cortina di ferro, è caduto. Il muro delle prevenzioni e delle stupide arroganze, soprattutto europee, non ancora. Ed ecco che la Turchia, grande paese laico ma di popolazione musulmana piazzato tra Europa ed Asia, comincia ad intimorire. Ponte o cavallo di Troia? Preoccupa la sua posizione che oggi diventa strategica sulle rotte di gas e petrolio. Preoccupa la sua potenza militare nell’area, seconda soltanto a quella israeliana. Fanno pensare le sue aperture audaci verso l’Iran di Ahmadinejad, il suo petrolio e il suo nucleare. La sua amicizia con Damasco e i suoi tentativi di mediazione per il Golan. La sua laica spregiudicatezza verso gli avversari storici di ieri, a partire dall’Armenia per arrivare alla Russia di Putin, tutti in corsa ad aprire frontiere, oleodotti e corridoi commerciali attraverso il cuore del Causaso e il Caspio.

Ultima paura, l’evento che ha svelato allo stesso Occidente di aver paura, la crisi tra Turchia e Israele. Eppure il governo di Ankara lo ripeteva da oltre due anni, da dopo la crisi di Gaza. Così non può più andare avanti. La questione palestinese deve trovare una soluzione decente ed accettabile da parte di tutti. Lo chiede il diritto internazionale, il buon senso e la sensibilità della popolazione musulmana moderata, se non vogliamo che essa sia catturata dagli estremismi islamici che stanno minando il mondo arabo e che noi turchi vogliamo tenere lontano da casa nostra. Ankara lo ha detto ai suoi amici israeliani e lo ha ripetuto al neo presidente statunitense Obama, lo scorso anno, durante la sua visita ad Istanbul. Risultati concreti uguali a zero, con l’Europa che, nella bottega dei singoli stati, dava spazio agli egoismi elettorali francesi e tedeschi, rinviando al futuro del forse il percorso di adesione turca all’Unione. Tutti assieme a commettere lo stesso errore. Con la Turchia puoi litigare, scontrarti, ma non puoi permetterti, mai, di sottovalutarla, di dare l’impressione di prendere in giro. Chiamalo orgoglio nazionale, se vuoi, forte identità, retaggio di una storia imperiale ottomana che sta in parte riaffacciandosi.

Ora, sulla crisi turca con Israele, sono arrivati a litigare Stati Uniti e Unione europea. Colpa degli egoismi dell’Unione questa rottura che allontana il solo paese musulmano che è laico e dichiaratamente amico dell’Occidente, accusa il segretario alla Difesa americano Robert Gates. Eravate voi europei a dover accelerare verso la piena integrazione della Turchia nell’Unione. Da Bruxelles qualcuno ribatte: cari Stati Uniti, è la vostra condiscendenza alle scelte anche meno difendibili del governo israeliano ad aver fatto saltare il banco di un’amicizia strategica per voi e per gli equilibri di tutto il Medio Oriente. E qui torna il rapporto storico tra Turchia e Israele. Il primo paese musulmano al mondo a riconoscere e ad avere relazioni con lo Stato ebraico, dice la storia. Ma non è soltanto quello. Rapporti politici intensi, almeno quanto quelli commerciali. Tra questi, alcuni confessabili, altri da tenere riservati, vedi la voce armamenti. E poi gli scambi informativi, nell’individuazione del nemico comune nell’estremismo di matrice islamica. Tutto questo sino a poco tempo fa, prima del tragico abbordaggio israeliano delle navi dei pacifisti nelle acque internazionali di fronte a Gaza. Tra sgarbi ufficiali e accordi segreti, tra spionaggio condiviso e spionaggio contro, all’inizio di quest’anno un episodio passato nella disattenzione della piccola cronaca, ma risultato decisamente indigesto alle estremamente orgogliose autorità turche.

Un intrigo internazionale da romanzo. La scomparsa di un cittadino iraniano ad Istanbul, dove era arrivato con un volo da Damasco il 7 febbraio. Personaggio molto particolare lo scomparso. Ali Reza Asghari, ufficialmente ex generale dei Pasdaran in pensione, ex viceministro ai tempi della presidenza Katami. Probabilmente una spia d’alto livello, secondo quanto ha rivelato un sito di spionaggio israeliano, coinvolto in un’azione clandestina in Iraq che ha portato alla cattura e all’uccisione di cinque ufficiali statunitensi. Una vendetta della Cia, è stato il primo sospetto, con l’anziano 007 di Teheran, scomparso nel nulla subito dopo aver preso alloggio in un albergo ad Istanbul. Protesta ufficiale iraniana e tensione, in Turchia, nei confronti dell’alleato della Nato troppo invadente. Salvo poi riverberare quei sospetti proprio sul governo di Gerusalemme, dopo che il presunto spione scomparso è risultato essere in qualche modo collegato al programma nucleare iraniano.

L’ultima considerazione sulla Turchia dovrebbe ottenere più attenzione anche nell’amica Italia. Siamo proprio sicuri che sia la Turchia ad aver bisogno dell’Europa e non viceversa? Peggio: e se alla fin fine fosse la potenza turca a mandarci tutti quanti all’inferno della nostra arroganza euro-continentale? Da queste parti le Crociate sono memoria ancora di ieri, e rileggerle noi potrebbe essere memoria utile. La Turchia quanto si sente vincolata oggi all’Alleanza atlantica e quanto ama il padrinato statunitense di ieri? Meno di ieri certamente. Poco. Sempre meno, a dare ascolto all’opinione pubblica dei bazar che io frequento. Obama fa lo sconto ad Ankara sulla tragedia armena che evita di definire genocidio, ma ancora non conquista. E la democrazia interna turca? Qui la risposta diventa complicata. La Turchia di Ataturk, il padre della patria, era un regime autoritario che dal fascismo italiano aveva preso molto. A partire del codice penale Rocco, tutt’oggi in vigore. Contro le tentazioni islamiche, da allora, un laicismo garantito per Costituzione dai militari. Oltre questi antichi vizi d’origine, c’è oggi democrazia, spesso formale ma in progressiva crescita di sostanza. Un paese orgoglioso la Turchia, ricordavo prima. Un paese che merita di esserlo, aggiungo, vivendolo nella magica Istanbul, capitale dell’Eurasia, dove la geografia aggiusta i falsi della storia, che i continenti li divide a proprio tornaconto.

Ennio Remondino

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