Home Cultura Dialogo in precario equilibrio

Dialogo in precario equilibrio

by redazione

Dialogo tra culture, popoli, religioni, Chiese: è parola inflazionata ed idea ormai sorpassata, oppure una prospettiva tuttora vitale e ineliminabile? Dal nostro piccolo angolo di osservazione, e certo consapevoli dei nostri limiti, noi vogliamo comunque ribadire che «dialogo» è parola di senso da custodire e da inverare, e scelta caratterizzante per il modo di porsi di fronte alla realtà.

Se guardiamo la macropolitica – il Medio Oriente, l’Africa dei Grandi Laghi, le migrazioni dei popoli… – constatiamo che problemi complessi si sono incancreniti perché le guide dei popoli li hanno affrontati con spade affilate invece che con la pazienza lungimirante del confronto per trovare insieme soluzioni ragionevoli. Insomma, il dialogo non è più di moda. Ma si può anche capire (capire non significa necessariamente condividere!) che esso sia un ferro vecchio da buttare, là ove corposissimi interessi ideologici, economici e strategici spingono ad imboccare le scorciatoie della violenza per raggiungere i propri scopi.

Né è più facile il dialogo ecumenico e quello interreligioso, e cioè tra realtà che, libere da gravami impropri, dovrebbero, in teoria, librarsi alte nel cielo, accogliendo con simpatia ed ascoltando con attenzione l’altro/l’altra che si trovano ad incrociare. Dopo anni di euforia, infatti, gli ultimi decenni hanno mostrato la fatica del dialogo, e le contraddizioni esplosive che costellano Chiese e religioni (meglio: donne e uomini di Chiese e religioni) quando si confrontino davvero su quello che hanno di più caro, e sul concetto di verità che esse e essi proclamano. Da mezzo secolo è stata avviata una vasta rete di dialoghi ecumenici e interreligiosi; un impegno multiforme, sofferto, audace, nel quale si sono profuse molte energie. Ma, dopo tanta seminagione, è forse arrivata l’attesa primavera? È prossimo il raccolto delle messi? La risposta è perplessa: per molti aspetti si è tornati indietro, verso un crudo inverno. Ad alto livello, cioè ai livelli istituzionali o ufficiali i dialoghi, formalmente, continuano; ma con ben scarni risultati; perché i corpi ecclesiali e religiosi istituiti tendono a conservarsi chiusi nelle loro torri di avorio; più fecondi, invece, e talora davvero straordinari, i dialoghi che partono dal basso, e che coinvolgono persone disposte a porsi in questione pur di calare ponti levatoi che permettano incontri e comprensioni fino a ieri inimmaginabili.

Nelle pagine che seguono voci variegate, da punti di vista differenziati, ci dicono le speranze, le contraddizioni, le difficoltà, le novità del dialogo, dei dialoghi, tra le Chiese e le religioni. Si riafferma che «occorre cercare ciò che unisce, non ciò che divide»; ma, anche, l’insopportabilità di dialoghi mielosi che occultano i punti dolenti e le divergenze cruciali, ereditate dalla storia o emergenti dal modo con cui ciascuna parte si sente padrona, e non serva, della verità, che non sta in tasca ma sempre davanti e sopra di noi.

Perciò, inevitabilmente, alcune delle suggestioni che presentiamo inviteranno alla fiducia e all’ottimismo; ma, altre, apriranno pagine aspre o, forse, mostreranno realisticamente come tante speranze (possibili speranze) siano purtroppo sfiorite. Malgrado questo, anzi, proprio per questo, noi vogliamo continuare nella strada del dialogo: senza ingenuità, senza squilli di tromba, ma con consapevole resistenza.

Come di consueto, vorrei ringraziare il curatore Brunetto Salvarani per il prezioso lavoro svolto nella preparazione di questo sesto numero monografico.

Gian Mario Gillio

Articoli correlati