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With a little help… from my enemies

by redazione

Da ormai diciassette anni la politica italiana ruota attorno alla figura di Berlusconi, adorato da una parte del paese e demonizzato dall’altra. In realtà, però, buona parte della classe dirigente che gli si dovrebbe in teoria opporre in questi anni lo ha spesso e volentieri favorito. Oggi, con il Pdl a pezzi e una crisi economica che metterebbe in difficoltà qualsiasi altro governo, il presidente del Consiglio può godere del sicuro appoggio del «principale partito dello schieramento a lui avverso» che, invece di approfittare della debolezza della maggioranza, continua a litigare e a dividersi.

Raccontano le cronache che alla corte di B non si credesse ai propri occhi nel leggere le notizie sul riaccendersi delle faide interne al Pd proprio al culmine dello scontro fra i due co-fondatori del Pdl e quasi a volerne ridimensionare il rilievo e la portata, che in un paese normale sarebbe risultato devastante per qualunque governo.

Invece c’è poco da stupirsi. È da diciassette anni che un uomo buttatosi in politica per fuggire giustizia penale e rovina economica conseguente gode del «soccorso rosso» dei suoi teorici avversari.

B irrompe nell’arena politica italiana alla fine del 1993, quando l’intero establishment della cosiddetta Prima Repubblica, quasi tutta la classe politica che conta e buona parte del mondo economico, sta soccombendo sotto i colpi delle inchieste di «mani pulite» e di un’incontenibile ira popolare e anche plebea. Molti fra i più acculturati non lo amano perché trovano volgari le sue televisioni, ma poco o nulla sanno del personaggio, dei suoi trascorsi, del suo modo di fare affari con la politica.

Essendo noto come un imprenditore, a buona parte del «popolo delle partite Iva» appare addirittura – miraggio o wishful thinking – come la Thatcher o il Reagan italiano di cui sono in cerca da qualche anno, senza i limiti vernacolari della Lega e ben più deciso e sanguigno di Mario Segni, l’eroe referendario che, vinta la lotteria, per eccesso di perbenismo centrista ha poi smarrito il biglietto.

L’establishment del Pci/Pds/Ds lo conosce invece molto meglio, come descritto nel libro Il baratto (Kaos edizioni) del radicale Michele De Lucia. Anni prima, quando Veltroni era il responsabile della stampa e propaganda del Pci, un esito più o meno indiretto del grande accordo di regime che ha portato alla ristrutturazione del sistema televisivo italiano è stato il riconoscimento della terza rete pubblica come dominio riservato del Pci. Non è stato il solo affare comune: B è stato un generoso inserzionista per la stampa di partito, e di qualche sua componente in particolare, ed è anche improbabile che l’accordo con il morente regime sovietico per la costituzione di una società mista berlusconiano-sovietica, che avrebbe gestito in regime di monopolio ogni pubblicità televisiva occidentale in Urss nei suoi ultimi anni di vita, sia stato stretto senza qualche buon ufficio da parte di chi, nonostante tutto, conserva ancora i migliori rapporti economici e politici con quel paese.

Per chi non sia proprio uno sprovveduto, il campanello d’allarme dovrebbe suonare comunque fin dal primo giorno, quando B afferma (a novembre del ’93) di sostenere per il ballottaggio delle comunali romane l’allora «fascista del Duemila» segretario del Movimento sociale italiano, Gianfranco Fini, in quanto candidato «moderato», contro l’allora ambientalista Rutelli.

Invece niente. Il vertice del Pci/Pds/Ds lo considera all’epoca un avversario debole (meno pericoloso, secondo un giudizio allora corrente nelle alte sfere del partito, di Mario Monti) e, soprattutto, uno con cui sarà facile intendersi.

Nei successivi diciassette anni, tanto la consorteria di B quanto il gruppo dirigente del Pci/Pds/Ds (caso unico, anche questo, nell’Europa occidentale del dopo ’89) riescono a non farsi spazzare via dalla storia, e possono perciò essere considerati entrambi, dal mero punto di vista della sociologia delle classi dirigenti, due storie di successo, anche se, in modo ovviamente diverso, disastrose per il paese.

Vengono il «patto della crostata», la legittimazione piena di B ad opera dei furbissimi eredi del «moderno principe» perfino come nuovo possibile padre costituente, l’apologia di «Fininvest grande risorsa del paese», la rivendicazione in piena seduta della Camera del merito di avere risparmiato a B una legge risolutiva del conflitto di interesse e di avere così disatteso le prescrizioni della Corte costituzionale, la «vocazione maggioritaria» di un partito limitato all’assemblaggio di due nomenklature sopravvissute al naufragio e che esclude dai suoi ranghi di sola forza del centrosinistra radicali, verdi e quel che resta a sinistra dei socialisti: garantendo così il premio di maggioranza a B.

Dopo diciassette anni, la persistente refrattarietà del gruppo dirigente del Pd a comprendere, esattamente come era incapace di comprenderlo il Pci, che la democrazia liberale europea è innanzitutto cogenza delle regole del gioco e che l’avere «le mani in pasta» non ne costituisce una garanzia migliore, impedisce tuttora di vedere con chi abbiamo a che fare da allora. Non una destra liberista come tante altre di questi anni, ma un’inaudita consorteria populista che porta il paese alla rovina e che lo ha già reso culturalmente estraneo all’Europa democratica e liberale.

Ha ragione da vendere il giovane sindaco di Firenze Matteo Renzi quando reclama la rottamazione in blocco dell’attuale gruppo dirigente. Omette però di dire che il primo a dover essere rottamato assieme agli altri è proprio lui, che ne condivide l’assunto di fondo di questi diciassette anni (e che, essendo più giovane, può far danno molto più a lungo di loro): «Il problema non è B». Figurarsi.

Felice Mill Colorni

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