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La sinistra ritrovata?

by redazione

INTERVISTA A NICHI VENDOLA

«Ci eravamo smarriti, ci siamo ritrovati», ha detto Vendola concludendo il congresso di fondazione di Sinistra ecologia e libertà, che lo ha scelto come presidente. Ma ritrovarsi «non per ritornare in un luogo antico, non per restaurare», ma per iniziare un nuovo cammino guardando avanti.

Il congresso di fondazione di Sinistra ecologia e libertà (Sel), che si è celebrato a Firenze (dal 22 al 24 ottobre) con la parola d’ordine «Riaprire la partita», ha eletto come presidente del nuovo partito Nichi Vendola, all’unanimità. Il presidente della Regione Puglia guida una forza politica che nasce dall’aggregazione di quattro movimenti nati a loro volta dalla fuoriuscita di componenti di minoranza interna dei quattro partiti che avevano costituito il cartello della Sinistra arcobaleno (uscito distrutto dalle elezioni del 2008): il Movimento per la sinistra (costituito da quegli esponenti di Rifondazione comunista – tra cui Bertinotti, Giordano, Migliore – che avevano appoggiato la «mozione Vendola», sconfitta per pochi voti nel congresso del luglio 2008, vinto da Ferrero), Sinistra democratica (costituita dalla minoranza Ds di Mussi e Fava, che tre anni fa non accettò di entrare nel Partito democratico), quei Verdi (Cento, De Petris, Francescato e altri) che non hanno condiviso la scelta autonomista che sta perseguendo Bonelli e infine alcuni esponenti della minoranza del Pdci (Guidoni, Belillo).

Pur nascendo da quattro componenti molto piccole, Sinistra ecologia e libertà sembra invece avere il vento in poppa (anche i sondaggi lo segnalano in modo inequivocabile). In gran parte questo è dovuto proprio alla capacità dialettica e di trascinamento del suo leader, che affascina e convince una buona parte dell’elettorato di sinistra (compresi molti di area Pd), pronta ad appoggiarlo nella corsa per le primarie di coalizione che dovrebbero tenersi in vista delle prossime elezioni politiche.

Nel corso della trasmissione tv «In onda» del 26 settembre scorso, a chi sosteneva che la sinistra italiana avrebbe bisogno di un «papa straniero», se non di una «commissione episcopale», lei rispondeva: «La sinistra ha bisogno di un vangelo!». Quali sarebbero, per l’attuale sinistra, i capisaldi di questa buona novella?

La sinistra oggi ha serie difficoltà nel dare risposte, perché ha smarrito le domande. C’è un bisogno vitale, direi viscerale, di tornare a porci le domande giuste. Non le risposte giuste, quelle in cui ognuno diventa geloso della propria nostalgia e si presenta come il custode fallimentare della propria identità e della propria bandiera. Servono le domande giuste. Serve un soggetto che sappia leggere nel cuore della nostra società, sappia sondarne i fondali melmosi, sappia coglierne il dolore sociale e le domande di senso. Quelle domande di libertà che chiedono di rompere la gabbia di tutte le precarietà e di tutte le solitudini socialmente programmate.

Indotti dalla metafora del vangelo – questa volta con la V maiuscola – le chiedo: qual è la sostanza della sua fede? E in che relazione sta con il suo impegno politico?

La fede religiosa è un dono di Dio, un fatto intimo che schiude orizzonti nuovi al percorso esistenziale. Io sono cattolico per storia, direi per culla, per educazione, per tradizione famigliare. Ma la fede è un fatto meta-culturale: non riguarda semplicemente il contesto ambientale che la comprende, riguarda – secondo me – il rapporto con il mistero di Dio che si fa uomo. Dal mio punto di vista, però, la fede non coincide con la fedeltà alla gerarchia ecclesiastica. La fede è compagna della storia, compagna delle persone: non misura i rapporti di potere, ma annuncia, come dice Agostino «caritas sine modo», un amore senza misura; è il termometro che misura la passione per la verità e la febbre della menzogna.

Ilvo Diamanti ha scritto: «Vendola, comunista e omosessuale, ha fatto della sua diversità un elemento “normale”, perché non esibito». Si può dire la stessa cosa della sua fede religiosa non esibita?

Non si può chiedere a nessuno, tanto più a chi fa politica, di mettere da parte un pezzo della propria storia e della propria stessa umanità. La fede non può essere archiviata nel deposito della propria più inviolabile intimità. Tuttavia osservo con stupore che in Italia abbiamo il problema inverso. I politici sono tutti televisivamente genuflessi e unti di aspersorio. Oggi abbiamo la classe dirigente più clericale che l’Italia abbia avuto: non la più credente, solo la più ipocrita. Ricordo le parole semplici di un martire cristiano come il giudice Rosario Livatino: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili».

Questa sua sensibilità religiosa non le ha mai creato problemi all’interno della sinistra, che è la sua casa? Se e come ha condizionato i rapporti con il mondo cattolico e le sue espressioni politiche?

Non particolarmente. Sono convinto, per esempio, che se sugli argomenti più delicati ed eticamente sensibili si evitasse la propaganda confezionata dai cicisbei e magari si alzasse il tono della contesa ideale, evitando di ridicolizzare le posizioni che si intenda avversare, ne gioveremmo tutti.

Tornando all’ambito prettamente politico, quali alleanze ritiene possibili per affrontare le possibili elezioni anticipate e il dopo-Berlusconi? Con quali vincoli?

Mettere in campo un processo unitario è decisivo. L’unità più larga possibile di tutti coloro che intendono seppellire il berlusconismo e inaugurare una nuova stagione. L’unità è condizione indispensabile, ma non sufficiente, per vincere. L’altra condizione è la sfida innovativa, un’autentica scossa elettrica che aiuti ciascuno ad uscire dalle proprie pigrizie ideologiche e dalle proprie rendite di posizione. Guai se apparissimo non il centrosinistra del futuro, ma una coalizione del passato.

Recentemente Cacciari ha ripetuto la sua idea che una certa terminologia – destra/sinistra – sia più di impedimento che di aiuto a costruire un progetto politico per l’immediato futuro. Cosa ne pensa?

Non sono d’accordo. Lo trovo un ragionamento che può scivolare rapidamente sul terreno del qualunquismo. Oggi è necessario riempire di senso e significato una parola come «sinistra», che rischia di apparire un contenitore vuoto. Le sinistre non possono sfuggire a ciò che è all’ordine del giorno, come antidoto al rischio indicato, cioè la costruzione di una radicale alternativa capace di mobilitare grandi energie in questo paese. Gli elementi di partenza ci sono. Si sentono largamente condivisi in un vasto campo di popolo. Sono il rifiuto della guerra e del terrorismo in primo luogo. L’altro discrimine è quello cresciuto in tutti questi anni dal rifiuto delle politiche neoliberiste per costruire altri elementi di politica. Un processo, dunque, per costruire una risposta a grandi temi, come quello della precarietà, che corrodono il tessuto sociale. La costruzione di una politica di alternativa. Ma per farlo è necessario costruire una massa critica capace di dare efficacia alle cose giuste, non basta avere ragione, bisogna potersela prendere – la ragione – per poter cambiare il paese. E per prenderla ci vuole una forza che sia in grado di rimotivare con una nuova prospettiva.

Nonostante i distinguo e le perplessità di molti, lei ritiene fondamentali e ineludibili le primarie. È una fiducia riconducibile alla precedente considerazione?

Dobbiamo ragionare non per posizionamenti simbolico-ideologici o secondo il mero calcolo delle convenienze di bottega, ma sulla base di ciò che è utile al paese. Le primarie non sono un gioco di palazzo, ma un inizio di riconnessione tra politica e società. Sono il terreno sul quale si misura la capacità di innovazione di ciascuno di noi. Le primarie non sono lo strumento dei furbi, ma il mezzo per riaccendere una passione politica che possa proiettare il centrosinistra al successo.

Potrebbe definire, in breve, quale concetto di «laicità» dovrebbe animare una forza politica di sinistra?

Se si guarda con occhio critico alla travagliata storia dell’Europa, credo che nessuno di noi possa contestare un dato: la laicità come valore essenziale dell’identità civile europea. Per me la laicità dovrebbe basarsi sui tre principi fondamentali: libertà, uguaglianza e fraternità. Libertà come libertà di coscienza e libertà di culto, eguaglianza – sul piano del diritto – tra tutte le opzioni spirituali e religiose; fraternità – intesa come rispetto delle diverse comunità religiose tra loro e di ciascuna nei confronti dello Stato.

intervista a cura di Giuliano Ligabue

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