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Quando il privato diviene di pubblico interesse

by redazione

INTERVISTA A EDITH BRUCK

Era una bambina bionda e con gli occhi verdi quando, a dodici anni, Edith Bruck venne deportata dall’Ungheria ad Auschwitz con la sua famiglia di origine ebraica. Riuscita a sfuggire più di una volta alle selezioni del dottor Mengele, è sopravvissuta alle atrocità di Auschwitz, Dachau e Bergen-Belsen.

Abbiamo incontrato Edith Bruck nella sua casa, nel cuore di Roma. Vive nella capitale dal 1954. I suoi libri sono tradotti in diverse lingue e ha da poco consegnato agli editori il suo ultimo romanzo, Privato (edito da Garzanti), ma ha già una nuova idea sulla quale sta lavorando.

Il titolo del suo ultimo libro è molto evocativo…

Certamente il titolo è evocativo, ma racchiude in sé almeno due significati. Il primo può essere interpretato nel senso di privazione di qualche cosa, l’altro invece si può guardare dal punto di vista della narrazione di avvenimenti personali. In effetti i due capitoli consistono in due lettere, «indirizzate» una a mio fratello e l’altra a mia madre. Se dovessi scegliere quale significato sento più vicino al titolo «Privato», ritengo sia il fatto che io come persona sono stata privata, nella mia vita, di qualcosa. «Lettera alla madre», il secondo capitolo, era già stata pubblicata nel 1988. In questo nuovo lavoro editoriale che vede in apertura la lettera a mio fratello (che purtroppo ho perso due anni fa), l’editore ha deciso di pubblicare anche la «confessione» letteraria a mia madre, forse lo scritto più importante per me. Le mie narrazioni sono forti e sofferte, ma sono state per me una terapia e se non avessi scritto alla mia famiglia in questo modo sono certa che avrei sofferto molto di più. Non riuscivo a sopportare la perdita di mio fratello, per me lui rappresentava mio padre, il padre che ho perso da bambina, quando con la mia famiglia siamo stati deportati ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen: un doppio lutto. Mio fratello era dolce, gentile con me, ma chiuso nel suo dolore: dopo Auschwitz, non ha mai voluto parlare della sua esperienza. Il libro racconta la privazione, per come l’ho vissuta, di una fetta di vita, quasi un anno, che mio padre e mio fratello hanno condiviso in quella tragica esperienza. Mio padre morì pochissimi giorni prima della liberazione. Il vissuto di mio fratello non è mai stato condiviso con me, forse con nessuno: un vissuto che lui ha voluto rimuovere. Mio padre era un uomo semplice, già afflitto dalla vita, che conviveva con i suoi sensi di colpa perché povero (povertà che doveva «infliggere» alla famiglia di sei figli). Mio padre mi è sempre mancato molto, anche prima della deportazione lo vedevo poco, era sempre occupato in cerca di cibo per noi. Mio fratello, forse, è riuscito a conoscere e condividere i suoi ultimi pensieri, forse le sue ultime parole. A me è rimasta la curiosità di sapere se ha pensato ai suoi figli, a sua moglie, prima dell’ultimo respiro. Mio fratello, di tutto questo, di questa mia sete di sapere, non ha mai voluto raccontare nulla.

Solo una cosa è giunta alla famiglia, raccontata da mio nipote: la testimonianza che mio fratello ha fatto al regista Steven Spielberg. Era già vecchio e malato, affetto dal morbo di Parkinson. La testimonianza riporta che mio fratello si fece mettere nella baracca dei malati terminali, voleva morire con suo padre. Ma quando si accorsero che lui in realtà non era malato, venne rimesso ai lavori forzati. Quando a sera cercava il padre, vedendo il giaciglio nella baracca vuoto, gli venne detto di recarsi fuori per cercarlo tra i cadaveri. Uscì e, scavando nella piramide di morti, trovò nostro padre e lo avvolse in un telo. Mio fratello da allora si chiuse nel silenzio assoluto e nel suo dolore. Mi sono sempre chiesta se coloro che non hanno avuto la forza di parlare – e mio fratello ne è un esempio – non abbiano sofferto molto di più di chi invece è riuscito, malgrado il dolore, a raccontare la propria tragedia, vomitare il veleno che gli era stato versato nella gola.

Eppure sembra che la storia e la narrazione spesso non portino a un reale cambiamento.

L’uomo non impara, lo diceva mia madre, perché non fa altro che «segare l’albero dove vive». Noi è questo che stiamo facendo, da Adamo ed Eva in poi. La storia è seminata di morti, noi camminiamo sui morti che ci lasciamo alle spalle e la maggior parte sono vittime innocenti. L’uomo è cieco e senza coscienza. Oggi a cosa diamo valore, mi chiedo? Non diamo più il giusto valore alla vita, al pezzo di pane che possiamo mangiare, al fatto di avere un letto dove poter dormire, e che molti non possono avere. Assistiamo all’epoca del disprezzo, un disprezzo che si può definire etico e morale. Forse non ci interroghiamo più su cosa sia la vita. Nessuno dice che la vita debba essere necessariamente considerata meravigliosa: la vita in effetti è faticosa, difficile, complicata. La vita è una lotta, ma se ci pensate bene non abbiamo niente di meglio. Forse è il dono più grande che ognuno di noi può avere. Sarebbe forse stato meglio non nascere? C’è qualcosa di guasto nel mondo e francamente non vedo rimedio. L’uomo probabilmente odia se stesso.

Una nota di pessimismo rispetto alla nostra società?

Parlo di me per non offendere nessuno. Ricordo che quando facevano vedere le tragiche immagini televisive della tragedia del Biafra non riuscivo a mangiare, sentivo dentro di me un «senso di colpa», soprattutto una forte empatia rispetto alla tragedia di bambini, donne e uomini. Oggi mi sento cambiata: quando le immagini televisive raccontano altre tragedie, malgrado il dolore e la sofferenza che mi provocano, riesco a mangiare. Questa vita mi ha cambiata. È come se fossi ormai «vaccinata» alle tragedie. Un’assuefazione all’informazione e al dolore che reputo molto preoccupante per tutta la società. Auschwitz, in tutta la sua tragedia, ha saputo insegnarmi i valori che ancora oggi reputo importanti: ho imparato il rispetto, la non violenza… per me è stata una palestra etica e morale. Quando i ragazzini di quindici anni che ci sorvegliavano ci sputavano addosso e ci insultavano, in quel momento io pensavo che dovessero essere loro a vergognarsi di quello che stavano facendo e non io. Loro stavano perdendo la loro umanità.

Nel libro si legge: «Il sapore del male c’è rimasto in bocca anche se mangiamo ciò che vogliamo e ciò che amiamo». Parla dell’esperienza della deportazione?

Auschwitz è difficilmente raccontabile. Non si può raccontare l’orrore e la follia di quel luogo, si rischierebbe di perderne la vera tragedia tra i rivoli delle parole. Tuttavia a quell’orrore, attraverso i racconti, ci si può avvicinare. Mia madre era con me ed è stata lei ad insegnarmi tutto, forse anche a sopravvivere nel campo di sterminio. Lei mi ha cresciuta con una cultura biblica, quasi evangelica, seppur ebraica. Auschwitz per me rappresenta il «non luogo», ciò che umanamente non è raccontabile: sofferenza quotidiana, paura, violenza, morte, disagio, perdita di identità, per dirne solo alcune. La narrazione di questo non luogo è stata fatta in modo frammentato da coloro che l’hanno saputa affrontare e narrare attraverso le pagine di libri. Alcuni, come Primo Levi, non sono riusciti a sopportare il dolore anche dopo averne affrontato la tragedia interiore. Potrei raccontarvi, tuttavia, alcuni episodi positivi di quella prigionia di bambina. La mia prima esperienza dentro il campo – dopo un viaggio di cinque giorni stipati in piedi dentro un vagone piombato – è stata la separazione da mia madre. Con urla a non finire, cani inferociti aizzati contro, si veniva intruppati e poi selezionati. Un militare selezionò me e mia madre in direzioni diverse, quel soldato decise di «salvarmi», colpendo mia madre con il calcio del fucile. «Recht, links…», queste le uniche parole che ci venivano urlate: destra, sinistra. Le ragazze fino a sedici anni venivano mandate alla morte, così gli uomini oltre i 45 anni. Ovviamente la confusione era molta ed io, con sembianze più grandicelle della mia età, bionda e con gli occhi verdi, più vicina allo stereotipo della «razza ariana», venni salvata dal soldato che mi selezionava e che decise di mandarmi verso «links», ai lavori. Le ultime parole di mia madre, dopo essere stata colpita, e senza occhiali caduti per via del colpo, furono quelle di cercare mio padre, cosa quasi impossibile. Individuai un uomo, magro, con il sedere piccolo, un po’ sofferente, che da dietro poteva essere mio padre e glielo indicai. Questo è l’ultimo ricordo di mia madre, che non vidi mai più. Mia madre, prima di scomparire, supplicò il militare in yiddish (molto simile al tedesco) di salvare la sua figlia più piccola. Dunque il militare a modo suo mi salvò la vita. Mentre «i buoni»… a cinque settimane dalla prigionia nel campo, il kapò della baracca, una donna ebrea polacca, vedendomi piangere di continuo mi disse: «Vieni che ti mostro io dov’è tua madre… vedi quel fumo… senti questo odore… proprio lì è tua madre. Tua madre era un po’ grassa? Allora ne avranno fatto certamente sapone, come di mia madre!». Queste donne ebree, al servizio dei tedeschi, erano certamente spinte dal desiderio di sopravvivenza, erano i nostri capi. Le prime botte prese al campo arrivarono proprio da una ragazza ebrea del mio paese.

Lei, prima, ha detto che ci avrebbe raccontato alcuni episodi positivi della sua prigionia.

Ho lavorato per due settimane a Dachau, in un castello, dove si cucinava, si pelavano patate… era la mensa degli ufficiali. Un cuoco, dopo sette mesi di prigionia, mi chiese finalmente il nome. Non potete immaginare la mia felicità per quella richiesta. Una cosa così normale, oggi. Io ero il numero 11552, non ero Edith, dunque fu meraviglioso poter dire dopo tanto tempo il mio nome. «Wie ist ihr name?», una domanda piena di significato per una ragazzina che non è più niente, in balia della morte da parte di tutti, non considerata come essere umano. Per me quello fu un grande regalo. Ogni tedesco in quel campo era il tuo «Padreterno», poteva infatti regalarti la vita o la morte. Raramente ti veniva regalata umanità. Quell’uomo mi disse che anche lui aveva una figlia di dodici anni e mi regalò un pettinino da uomo; i miei capelli erano corti, ma potevo dunque ritrovare un appiglio alla femminilità. Piccoli gesti come questi, pieni di considerazione, ci regalavano in fondo un po’ di speranza. Nella traversata verso Bergen-Belsen mi venne regalata una patata calda da un soldato tedesco.

«Privato», contiene importanti riflessioni sul peso che ogni sopravvissuto porta con sé.

È la partita sempre aperta tra la storia e la mia vicenda di sopravvissuta. È la conversazione impossibile con mio fratello Odoen, che non ha mai voluto parlare del proprio passato e della morte di nostro padre. È una resa dei conti che attraversa l’Europa: dall’Italia alla Germania, è il passato che non riesce a passare. È Israele, con il sogno di una nuova patria e un futuro che non può mantenere le promesse. È l’amore per mia sorella che mi è sempre stata vicina, àncora di salvezza, appiglio alla vita.

intervista a cura di Gian Mario Gillio

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