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Il governo continua a tagliare sul sociale

by redazione

Come spiega a Confronti don Vinicio Albanesi, responsabile nazionale della Comunità di Capodarco e fondatore dell’Agenzia di stampa «Redattore sociale», negli ultimi tre anni le risorse destinate al sociale si sono ridotte ad un quinto. A farne le spese, come sempre, le categorie deboli a cui questa maggioranza – a parole – vuole far credere di prestare grande attenzione.

I tagli del sociale sono allarmanti. Analizzando i particolari della cosiddetta legge di stabilità, al sociale nel suo complesso saranno sottratti due miliardi di euro rispetto al 2008: quasi un miliardo in meno rispetto al 2010. In tre anni, insomma, le risorse si sono ridotte ad un quinto: per ogni cento euro, ora ne sono disponibili circa venti. E le previsioni per il 2012 e il 2013 raccontano di un’ulteriore stretta.

Il dettaglio dei tagli: il taglio più significativo è certamente quello del Fondo per le politiche sociali, che dai 930 milioni del 2008 è già sceso ai 435 milioni del 2010 e che per il 2011 (sempre al netto delle risorse per interventi costituenti diritti soggettivi) dovrebbe assestarsi sui 275 milioni. Tempi duri anche per il Fondo per le politiche giovanili: nel 2010 era stato finanziato con 94 milioni, nel 2011 è stato prima ridotto a 33 milioni e ora, con il maxiemendamento del governo, ulteriormente abbattuto fino a 13,4 milioni. Il confronto con l’anno passato parla di un -85,8%. Recupera qualcosa, invece, il Fondo alle pari opportunità: lo stanziamento iniziale di 2,2 milioni è salito a 17,2 milioni per il 2011 (ma nel 2009 erano 30 milioni e nel 2008 ce n’erano 64). Pesante il ridimensionamento del Fondo per il sostegno alle abitazioni in locazione, che aiuta chi prende in affitto un’abitazione: i 143 milioni nel 2010 si riducono a 33,5 (-76,7%), Drastico anche il calo dei fondi per il servizio civile: erano 300 milioni nel 2008, sono stati 170 milioni nel 2010, ne rimarranno 113 (-33,6% in un anno) nel 2011. In questo quadro, resiste quasi solamente il Fondo per l’infanzia e l’adolescenza, stabile a 40 milioni: cifra che però riguarda solamente le 15 città beneficiarie di una quota riservata.

Infine, il Fondo per la non autosufficienza: dal Ministero del Welfare affermano che non è ancora detta l’ultima parola, ma tutto sembra deporre a favore di un totale azzeramento del fondo che nei tre anni passati è stato finanziato con 400 milioni annui. Evidenti le conseguenze sull’attuazione delle prestazioni per le persone non autosufficienti, in continua crescita numerica. Già lo scorso anno erano stati azzerati il Fondo per l’inclusione sociale degli immigrati (100 milioni nel 2008, zero dall’anno successivo in poi) e il fondo destinato al Piano straordinario per i servizi sulla prima infanzia (100 milioni nel 2008 e 2009, non un solo euro a partire dal 2010). Ultima notizia: la disponibilità del 5x mille ridotto a 100 milioni.
Le considerazioni da fare, nonostante la noiosità delle cifre, sono gravi e drammatiche. La prima analisi indica la deriva di tutto il comparto del sociale dopo la riforma che la legge 328 del 2000 aveva annunciato. Una riforma lasciata a se stessa e gestita con modelli, risorse e riferimenti diversi dalle Regioni. Una proposta incompleta sia per la mancanza di riforma della fiscalità, ma anche di riprogettazione del welfare.

Sostanzialmente il sociale in Italia, a differenza della sanità e dell’istruzione, non ha raggiunto livelli di esigibilità tale da diventare diritto soggettivo. L’assistenza è affidata ai singoli territori, gestita secondo risorse, sensibilità e strumenti che variano da luogo a luogo. Se la spesa di protezione sociale – secondo i dati dell’annuario dell’Istat del 2009 – ammonta a circa 453 miliardi di euro, il 29,8% del prodotto interno lordo, quasi due terzi della spesa delle amministrazioni pubbliche si concentra nella previdenza (66,1%), alla sanità è destinato il 25,5% e all’assistenza il restante 8,4%. L’incidenza delle tre voci sul prodotto interno lordo è pari al 17,5% per la previdenza, al 6,8% per la sanità, appena al 2,2% per l’assistenza.

La politica dei tagli è la conseguenza e non la premessa di un sistema che da una parte sta implodendo, dall’altra è strutturalmente debole. Da qui il facile rischio – verificato ancora una volta oggi – che il sociale è soggetto a nessun criterio razionale di programmazione e di spesa. Un coacervo di pressioni, benevolenze, rigidità che lo lasciano in balia delle sole leggi finanziarie del momento, non ancorate a nessun dettato obbligatorio.

È uno scenario che si ripete da sempre. Se non si incide sui grandi volumi di spesa, andare a ritagliare su cifre minoritarie è ancora più drammatico. Né, a nostro parere, le singole piccole battaglie sui particolari raggiungeranno risultati consistenti. L’ultimo esempio è l’emendamento ottenuto – sembra – dai malati di Sla. Hanno ottenuto 100 milioni che sono stati sottratti ad una voce che riguardava impegni dello Stato a banche e fondi internazionali, gratuità parziale dei libri di testo scolastici, lavori socialmente utili. Il gioco delle tre carte, insomma, nella guerra tra poveri!

La conclusione amara: non è più possibile combattere piccole battaglie di nicchia; il sociale è una parte debolissima dello schema generale di spesa pubblica. O si attiva una politica generale più equilibrata e attenta al benessere delle persone, oppure la discussione è se la posizione del sociale, nello schema degli interessi della collettività, è all’ultimo o al penultimo posto.

Vinicio Albanesi