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La donna musulmana tra veli e veti

by redazione

Giustamente si denuncia la condizione di discriminazione delle donne in alcuni contesti islamici, ma cosa fa l’Italia per aiutare veramente queste donne, favorendone l’inserimento sociale attraverso strumenti legislativi, pedagogici ed educativi? Il provvedimento che, dopo Francia e Belgio, anche il nostro paese si appresta a varare per vietare il velo integrale avrà come conseguenza proprio la discriminazione delle donne che lo indossano.

Nell’arco di questo difficile anno giunto ormai all’epilogo, ben due stati dell’Unione europea hanno istituito una legge che vieta il velo integrale (quello che copre totalmente o quasi il volto della donna, ovvero il burqa e il niqab). Il Parlamento belga l’ha votata il 29 aprile, a governo praticamente sciolto. A sua volta, l’Assemblée nationale francese ha varato la normativa anti-burqa subito dopo il rientro dalle vacanze estive, il 14 settembre, e in piena crisi del governo francese – che poi a metà novembre è stato soggetto a un cospicuo rimpasto da parte di un presidente in sensibile calo di popolarità. Ciò dimostra ancora una volta l’importanza e la priorità che la «questione islamica» occupa nel dibattito politico in Europa e le vie preferenziali ad essa riservate nell’agenda politica di molti governi del¬l’Unione.

L’Italia, ovviamente, non fa eccezione. Diverse sono le proposte di legge per vietare il velo integrale. Il Pdl ha depositato qualche mese fa un suo disegno di legge che prevede una multa commutabile in lavori socialmente utili per la donna che indossa il burqa e il carcere per un anno e il diniego di cittadinanza a chi la costringe ad indossarlo.

Come era già accaduto con la «questione immigrazione» – incasellata con un decreto nel capitolo «sicurezza» invece che in quello delle «politiche sociali e integrazione», come dovrebbe fare uno Stato democratico e civile – a sua volta il velo integrale è considerato oggi non tanto come un problema di diritti e di emancipazione della donna, quanto una questione vitalissima di ordine pubblico. In effetti nello scorso mese di settembre la coalizione di maggioranza aveva presentato una mozione per «risolvere le problematiche poste alla sicurezza pubblica dalla consuetudine di adottare in Italia il burqa e altri strumenti che non consentono una precisa identificazione». L’orientamento del governo e della sua maggioranza – oggi in profonda crisi – è quello di procedere ad una semplice modifica della legge 152 in vigore dal 1975 che vieta il mascheramento in luogo pubblico aggiungendo il burqa e il niqab nell’articolo 5, che già vieta l’uso di caschi protettivi o altri mezzi che ostacolano il riconoscimento di una persona in un luogo pubblico.

Il ministro dell’Interno Roberto Maroni, al quale la questione sta molto a cuore – almeno quanto il federalismo/secessione, vista la passione politica che il suo partito, la Lega Nord, dedica al tema dell’islam e a quello dell’immigrazione – si è dato molto da fare. Questa estate ha riunito, per averne il parere, il «suo» Comitato per l’islam italiano che, senza battere ciglio, ha avallato la proposta della messa al bando del velo integrale. E il primo giorno di quest’autunno, Maroni aveva trasmesso una nota al presidente della commissione Affari costituzionali nella quale «suggerisce di formulare il divieto facendo riferimento esclusivo a profili di ordine pubblico». Nessun accenno quindi alla religione. La parola d’ordine è quella di «de-confessionalizzare» il provvedimento. Ma, come ben si sa, il velo integrale lo indossano solo le donne musulmane e quindi chi vuol capire capisca!

Comunque, a prescindere dal fatto che si tratti di una legge apposita o una modifica di una normativa già esistente, la sua immediata conseguenza è la discriminazione delle donne che indossano il velo integrale alle quali verrà di fatto impedito di uscire per strada perché «rappresentano un potenziale pericolo pubblico». Questo approccio al problema è speculare a quello di coloro che dall’altra parte impediscono alla donna di uscire di casa senza coprirsi il volto, in nome di una rigorista, letterale e arcaica visione dell’islam. Queste donne di fatto si trovano tra l’incudine e il martello, schiacciate tra due fondamentalismi, uno religioso e l’altro nazional-populista.

Ma alle donne che si velano qualcuno ha mai chiesto il loro parere? Il ministro Maroni – il cui collegio dei 17 (erano 18 prima delle dimissioni di Mario Scialoja, esponente della Grande moschea di Roma) esperti d’islam comprende una sola donna – si è mai interessato delle signore che giungono in Italia attraverso il ricongiungimento familiare, il cui statuto di permanenza è strettamente subordinato a quello dei loro mariti? Una donna congiunta al marito non può rinnovare il permesso di soggiorno senza il suo consenso. Ciò la mette di fatto in condizione di ricattabilità. Come fa quindi a ribellarsi ad una imposizione qualsiasi – compresa quella di velarsi completamente – da parte del suo consorte se non è tutelata dalla legge? Le istituzioni denunciano – a ragione – la discriminazione delle donne in alcuni contesti islamici, ma cosa fanno per aiutare almeno quelle donne che vivono in Italia? Ci si è mai interessati del loro inserimento sociale attraverso strumenti legislativi, pedagogici ed educativi? Una donna che giunge in Italia dalle profonde zone rurali del Marocco capirebbe perché non può andare in giro con il niqab, o che questo indumento è lesivo alla sua dignità di persona umana?

È da questi interrogativi che bisogna cominciare se si vuole davvero aiutare questa categoria delle donne musulmane. Purtroppo vi è il sospetto – fondato – che l’obbiettivo non dichiarato sia quello di continuare a provocare i fondamentalisti islamici attraverso la simbolica questione femminile per fomentare la spirale del terrorismo (in tutte le sue forme, compresa quella mediatica), un fenomeno diventato ormai di vitale importanza per giustificare e legittimare l’islamofobia in Occidente.

Mostafa El Ayoubi

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