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La cappa clericale su politica e media

by redazione

La Chiesa cattolica in Italia, pur cedendo nei confronti della modernizzazione del paese, sembra aumentare il suo potere. Si tratta di un «santo paradosso», come titola il Rapporto sulla secolarizzazione della società italiana? L’intervento del presidente della fondazione Critica liberale, che è anche direttore dell’omonima rivista.:La Chiesa cattolica in Italia, pur cedendo nei confronti della modernizzazione del paese, sembra aumentare il suo potere. Si tratta di un «santo paradosso», come titola il Rapporto sulla secolarizzazione della società italiana? L’intervento del presidente della fondazione Critica liberale, che è anche direttore dell’omonima rivista.

Il sesto Rapporto sulla secolarizzazione della società italiana(curato dalla fondazione Critica liberale e dal settore «Nuovi diritti» della Cgil) tiene conto e riporta i dati di una serie storica che parte dal 1991 e arriva fino al 2008. L’idea di fondo di questa ricerca è semplice, e nasce da una considerazione: è assai difficile che ricerche fondate su sondaggi diano un ritratto vero della società italiana in rapporto alla sua osservanza o meno dei dettami della Chiesa cattolica. Il tema religioso è così delicato che la ricerca delle «opinioni» può sviare le analisi anche di ricercatori qualificati ed autorevoli. È molto meno difficile fotografare il comportamento «effettivo» degli individui. Come si comportano gli italiani quando devono decidere se battezzare i loro figli, o farli cresimare, o inviarli in una scuola pubblica o privata? Certamente ci può essere anche del conformismo sociale, specie in certe zone del paese, ma si dovrebbe tenerne comunque conto.

I dati, così come risultano dai centri statistici ufficiali (anche del Vaticano), danno un’idea ben più precisa di quanto sta accadendo, anche se nessuno ne parla. Non si tratta di opinioni, ma di come gli italiani progressivamente, lentamente ma inesorabilmente, si stanno «individualizzando», ovvero – anche se credenti – non si fanno più indirizzare nelle principali scelte di vita dalle direttive della gerarchia.

Il metodo adoperato da Critica liberale per individuare il sintetico Indice di secolarizzazione annuale è abbastanza complicato e non si può qui sintetizzare. Basti sapere che è stato elaborato nella facoltà di Statistica della Sapienza di Roma e aggiornato ogni anno da Laura Caramanna. L’ultimo Rapporto ha fornito come dato finale un passaggio dall’1,46 all’1,56. Il valore finale, visto da solo, vuol dire poco, ma conferma e rafforza la tendenza in atto. Tiene conto, per quanto riguarda quella pratica religiosa che può essere quantificata, dei riti di passaggio come il battesimo, la prima comunione, la cresima, il matrimonio religioso. Per la Chiesa cattolica è quasi un disastro. Per esempio, un rito che si ritiene solitamente come il più resistente, il battesimo, in questi anni ha perduto ben diciotto punti percentuali. Ma anche tutti gli altri indicatori sono in diminuzione.

Come scrive la sociologa Silvia Sansonetti, è evidente anche «la conferma di una crescente indifferenza del modello di famiglia proposto dalla Chiesa cattolica» e «si nota la sempre maggiore diffusione di un modo alternativo di vivere il privato». Molto significativo è l’andamento del secondo gruppo che viene preso in considerazione, «adesione alle indicazioni delle Chiesa cattolica». Questo comprende le separazioni legali, il consumo degli anticoncezionali, le libere unioni ecc. Qui il trend ormai è costantemente in salita. Ugualmente si può notare per gli altri due gruppi: «Organizzazione ecclesiastica» e «Scelte nell’istruzione». La Chiesa cede punti dappertutto. Assai curioso, per esempio, è l’andamento delle scelte sulle scuole per i figli. Alla crisi, perseguita con costanza dalla classe politica, della scuola pubblica i genitori che rispondono scegliendo gli istituti privati sono aumentati notevolmente, ma – fatto strano se si considera il forte impegno cattolico in questo settore – non scelgono il privato cattolico. Non parliamo poi delle vocazioni. Tra il 1991 e il 2008 i sacerdoti sono passati da 57mila a 49mila, i religiosi sono diminuiti da 5mila a 3mila, le religiose da 128.800 a 95mila.

Non possiamo qui riferire di tutti i dati che infittiscono le pagine di Critica liberalen. 182-183, ma – vista la tendenza – occorre riproporre l’interrogativo che come titolo Critica ha dovuto mettere all’intero suo fascicolo: «Il santo paradosso». Come mai la Chiesa italiana, pur cedendo nei confronti della modernizzazione del paese, aumenta, o sembra aumentare, il suo potere? È davvero un «paradosso»?

Il rapporto dimostra come la Chiesa cattolica come «presenza istituzionale» si sia indebolita fino all’anno del Giubileo, ma da allora abbia saputo reagire al calo consistente delle vocazioni e alla crisi delle scuole confessionali con uno sforzo notevolissimo sul piano organizzativo, differenziando e incrementando i servizi: meno scuole e più attenzione agli anziani, alle famiglie e ai bambini, nonché qualificazione della sua editoria, che in effetti si è molto consolidata. Più avanti vedremo l’attenzione che riceve il cattolicesimo dai media pubblici e privati.

Quindi non se la passa male. Ma la sensazione della sua potenza è addirittura moltiplicata dall’opera indefessa di quelli che Gaetano Salvemini definiva i clericali senza la sottana, ovvero di quei laici pallidi che non perdono occasione per inginocchiarsi anacronisticamente davanti alla gerarchia romana. E questo è un problema di cui abbiamo quasi l’esclusività. Il singolo cittadino dimostra ogni giorno di più di avere in non cale la direttiva di chi vorrebbe tenerlo per mano tutta la vita e indirizzarlo in nome di una Verità assoluta che cambia però a ogni generazione. Invece nello stesso tempo la classe politica, di destra e di sinistra, si mostra terrorizzata per un mucchietto di voti, sempre più esiguo, che la gerarchia può ancora gestire. Il voto è segreto e la polverizzazione dei cattolici impegnati in politica è così diffusa che davvero appare ridicolo questo zelo che continua a dare alla Chiesa un potere davvero sproporzionato rispetto al suo effettivo peso. La lobby Chiesa cattolica fa dal suo punto di vista un ottimo e proficuo lavoro. La responsabilità, certamente, è del mediocrissimo personale politico, ma non è solo mediocrità. C’e stato in questi anni un cedimento generalizzato delle forze politiche che in qualche modo svolgevano una politica laica. Persino i cattolici, quelli che si professano tali in politica, sono così deboli che la gerarchia li stringe strettamente in mano. In confronto la Dc era un partito super laico, perché in qualche modo, soprattutto coi suoi leader più robusti, teneva a una qualche autonomia.

A sinistra, nello schieramento politico, l’unica forza di qualche rilievo, anche se in progressivo disfacimento, si identifica di fatto con la burocrazia del vecchio Pci. Non c’è quasi altro. E si sa bene che non c’è nulla di peggio che ridursi alla caricatura di se stessi. La politica togliattiana è stata nefasta. Basti pensare agli argomenti adoperati dal «Migliore» per giustificare il voto del Pci sull’inserimento nella Costituzione (all’articolo 7) del Concordato fascista, cosi simili alle motivazioni mussoliniane. Ma c’era in quella linea un opportunismo alto. Il riferimento alla storia del nostro paese era continuo, certo segnava una discontinuità con il processo unitario che si potette compiere solo contro il potere papalino, ma era pur sempre una politica. Togliatti preferì la continuità col fascismo. Male, ma c’era una logica. Ora i nipotini di Togliatti del vecchio capo conservano solo l’opportunismo spicciolo. In loro non c’è continuità storica ma solo il pensiero fisso a una manciata di voti. Che poi non arrivano, perché a tempo debito la gerarchia romana sa dove indirizzare i voti delle parrocchie. Da qui il patto quasi ferreo durato più di sedici anni con un bestemmiatore come Berlusconi. I danni sono davanti a tutti.

Come i risultati della ricerca di Critica sulla secolarizzazione non fanno che confermare una sensazione diffusa, così anche la seconda ricerca, a cura di Graziella Durante, che per la prima volta è stata presentata dalla fondazione Critica liberale grazie al contributo dell’otto per mille della Tavola valdese, dà sostanza a una percezione presente in tutti: la televisione italiana, sia pubblica sia privata, favorisce in modo assolutamente sfacciato la propaganda cattolica. Ne eravamo consapevoli, ma quando abbiamo visto le cifre ci siamo un po’ meravigliati. Non ci aspettavamo dei risultati così clamorosi. E soprattutto uniformi e costanti. Non si tratta qui nemmeno del solito telegiornale del primo canale o dei telegiornali che Mediaset manda in onda tra una trasmissione demenziale e una trasmissione scurrile, ma anche Sky o La7 non sono da meno, anzi Sky si dimostra particolarmente bigotta. C’è una vera e propria cappa clericale diffusa che soffoca i media televisivi. Le cifre fornite dall’Isimm, che rileva i dati per l’Agcom, e quindi sono dati ufficiali, anche solo nel modo in cui sono raccolte la dicono lunga sulla libertà religiosa nel nostro paese. I diversi soggetti del pluralismo religioso sono raggruppati spesso in due sole macro-aree, Vaticano e acattolici, oppure si prendono in considerazione esclusivamente i tre monoteismi, identificando il cristianesimo unicamente con il cattolicesimo. Il che non permette veri raffronti. Comunque è significativo che nel corso del 2007 le istituzioni ecclesiastiche hanno di gran lunga battuto, come presenza sui piccoli schermi, addirittura il presidente della Repubblica, con 49 ore contro 34. Il Tg1 nel 2008 ha regalato ai telespettatori papa Ratzinger per quasi 9 ore di «tempo di notizia» e quasi un’ora di «parola» diretta. Quattro ore ha dedicato al papa il selezionatore di escort per il Sultano con il suo Tg4, battendo tutti meno che il solito Tg1. Incredibili, poi, i dati delle confessioni religiose. Nel 2008 il Tg1 ha dedicato al Vaticano 11 ore e 18 minuti, alle altre confessioni religiose 8 minuti e 48 secondi.

Che dire? Ovviamente anche in questo caso non possiamo che spigolare qua e là, ma la tendenza alla prevaricazione è generale e uniforme. Né vale contrapporre la disparità quantitativa tra il numero dei fedeli delle diverse confessioni, perché il rispetto del pluralismo religioso imporrebbe ben altra politica. Toccherà agli studiosi dei media e all’opinione pubblica valutare l’importanza di questi dati, che peraltro nei prossimi anni dovranno sicuramente essere integrati dalla documentazione sulla propaganda, diciamo, indiretta. Che importanza hanno le decine e decine di telefilm o di fiction a puntate su tutta la storia della Chiesa cattolica e sui papi e sui santi? Quanti padre Pio sono stati prodotti? Chi fa queste scelte? Che apporto dà alla religiosità effettiva di un paese un abuso cosi massiccio dell’agiografia, se non della pura e semplice superstizione?

Qualcosa si può fare. Di piccolo e di meno piccolo. Per esempio, la fondazione Critica liberale ha già rivolto la richiesta per una audizione ufficiale alla Commissione parlamentare di vigilanza radiotelevisiva per presentare e discutere tutti questi dati ufficiali e per chiedere ragione di una violazione così patente della libertà religiosa, che non è tale se non si traduce in un equo trattamento tra le diverse confessioni. Analogamente va richiesto al Garante della comunicazione di non far compiere rilevamenti che, raggruppando in una sola voce religioni le più diverse, impediscono di fatto un vero e proprio confronto con la Chiesa cattolica. Cercheremo di bussare ancora più in alto.

Va messa nell’agenda politica, come problema tra i più gravi del nostro paese, la pretesa della gerarchia romana di farsi teoricamente paladina della libertà religiosa e contemporaneamente pre¬¬tendere, ed ottenere, una legislazione di favore, e non solo una legislazione. La Fondazione Critica liberale, fedele alla divisa einaudiana del «conoscere per deliberare», non ha mai separato l’acquisizione dei dati, che deve essere rigorosa e obiettiva, dal loro utilizzo politico. Solo così si esce dai meandri mefitici dell’accademia e dalla polvere che seppellisce gran parte di quella cultura italiana che si sazia di parole ma non riesce mai a coniugare conoscenza e pratica. Occorre non rimanere alle soggettive sensazioni, ma documentarsi, cercare le cifre, studiarle, diffonderle con tutti i mezzi a disposizione e poi giungere a richieste chiare. Siamo sommersi dall’ipocrisia e dalla retorica. I fatti non corrispondono ai valori, che sono ridotti alla pura declamazione. Le minoranze devono farsi coraggio e farsi forti delle fotografie della realtà per comprovare che il più alto valore presente nella nostra Costituzione, ovvero la libertà di coscienza, viene martirizzato da esiti monopolistici. E se la classe politica rimane sorda, peggio per tutti, ma soprattutto per essa perché il distacco tra i cittadini sempre più autonomi (per non essere equivocato non adopero la parola «adulti») diventerà una voragine.

Enzo Marzo

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