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La legge è meno uguale per tutti

by redazione

Il noto caso di Fikri, il giovane marocchino arrestato con l’accusa di omicidio e poi scarcerato, non è l’unico causato da intercettazioni telefoniche tradotte male. Negli ultimi anni sono aumentati notevolmente i casi di errori giudiziari a danno di cittadini immigrati nel nostro paese.

Sono quattro milioni e mezzo gli errori giudiziari avvenuti in Italia tra il 1945 e il 1989. Questo dato clamoroso, la cui fonte è l’archivio dell’Osservatorio permanente sulle carceri, è stato comunicato dall’Eurispes il 9 novembre scorso. Meno di un mese dopo, il 6 dicembre, Fikri, un giovane marocchino, è stato incarcerato per sbaglio e poi rilasciato qualche giorno dopo. Gli inquirenti l’avevano accusato di essere il responsabile della scomparsa di una giovane tredicenne di Brembate di Sopra, provincia di Bergamo, avvenuta qualche settimana prima. La prova che ha portato all’arresto dell’immigrato è stata una intercettazione telefonica nella quale lui avrebbe affermato «Che Allah mi perdoni, io non l’ho uccisa!». Ma la perizia richiesta in seguito dal suo legale ha dimostrato che quella frase pronunciata in arabo è stata tradotta male (per non dire che ne è stato completamente stravolto il senso). Il ragazzo infatti stava semplicemente borbottando al telefono in dialetto marocchino invocando Dio perchè non riusciva a mettersi in contatto con un suo connazionale che gli doveva dei soldi.

L’avventura giudiziaria di Fikri non è purtroppo un episodio isolato. Molti in effetti sono i casi di immigrati incarcerati ingiustamente, soprattutto nell’ultimo decennio (periodo durante il quale si è intensificata la lotta al terrorismo internazionale). Secondo Marcello Pesarini, membro dell’Osservatorio permanente sulle carceri, il problema degli errori giudiziari, che negli anni Settanta e Ottanta «riguardava soprattutto detenuti politici, incarcerati in attesa di giudizio a causa del clima speciale dovuto agli anni di piombo», oggi «riguarda soprattutto i migranti». Diversi, in effetti, sono stati i casi giudiziari in cui cittadini di origine straniera sono stati coinvolti per errore da parte del sistema giudiziario, alcuni dei quali sono davvero inverosimili.

Mansour Abdelmoname Ben Khalifa, un immigrato tunisino, è stato arrestato nel 2002, insieme ad un algerino, con l’accusa di affiliazione ad Al Qaeda. Dopo 15 mesi di carcere è stato assolto con formula piena. Per la cronaca Mansour, prima della sua incarcerazione, era già un invalido al 100%. Nel 1990 fu investito da una macchina e l’incidente gli procurò una lesione cerebrale che ha compromesso seriamente le sue capacità motorie e verbali. Al momento del suo arresto stava dormendo in una piccola sala di preghiera al centro di Roma, perché era senza fissa dimora; da lì prendeva di solito l’autobus che lo portava all’ospedale dove si sottoponeva ad una terapia di riabilitazione. L’altro compagno di sventura, algerino, anche lui invalido (aveva una gamba di legno), fu condannato a 6 mesi di galera, non perché era un terrorista, ma perché era in possesso di un motorino con una targa rubata. Chi sa se quel motorino era quello del famigerato mullah Omar!

Un altro episodio riguarda tre curdi iracheni arrestati, sempre nel 2002, perché accusati di preparare un attentato con il cianuro, a Roma. La «prova» che ha inchiodato i tre immigrati è stata un’intercettazione ambientale. Il verbale dei carabinieri riportava una conversazione in italiano nella quale si parlava di nomi di diverse «strade romane» e di «cianuro». Nove mesi dopo i tre malcapitati immigrati sono stati liberati per non aver commesso il fatto. L’assurdo di questa storia è che nessuno di loro parlava italiano, come invece risultava dal verbale della registrazione; e nella conversazione intercettata, che era in arabo, nessuno aveva parlato di armi o di veleno.

Sempre a causa di intercettazioni telefoniche tradotte male, anche Adel Ben Slimen, immigrato tunisino, era finito nei guai. È stato arrestato nel 2007 e liberato solo due anni e otto mesi dopo. Durante il suo processo l’accusa per terrorismo si è rivelata del tutto infondata.
L’elenco dei casi di errori giudiziari di cui sono stati vittime molti immigrati (non solo di origine araba o islamica) è lungo, il che fa molto riflettere sul fatto che ci possa essere una certa giustizia sommaria nei confronti di una categoria sociale debole come quella degli stranieri.

Premessa: gli errori sono umani e anche gli operatori della giustizia nello svolgere il loro difficile e delicato mestiere possono sbagliare in buona fede anche quando si pensa di prendere dei provvedimenti che vanno «al di là di ogni ragionevole dubbio». Facendo tuttavia il confronto tra gli italiani e gli immigrati vittime di «sviste» giudiziarie, salta agli occhi con evidenza che nel caso di questi ultimi vi è una certa superficialità nelle indagini, come è emerso nel caso di Brembate; una inconsistenza (se non addirittura l’assenza) delle prove come dimostra la sconvolgente e drammatica storia di Mansour, l’immigrato tunisino paraplegico rimasto illegittimamente dietro le sbarre per circa un anno e mezzo.

Sorge quindi il sospetto che in Italia la legge sia meno uguale per gli immigrati e che la giustizia e lo stato di diritto siano influenzati da un vasto movimento di opinione anti-immigrati al quale fa sponda una parte importante della classe politica che per fini ideologici ed elettorali è sempre pronta a cavalcare la lunga ondata di xenofobia che attraversa attualmente l’Italia e l’Europa in generale.

Mostafa El Ayoubi

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