Home Politica Politica. Qualunquemente Italia

Politica. Qualunquemente Italia

by redazione

Berlusconi contro il resto del mondo. Ancora una volta il Cavaliere è sull’orlo del baratro, ma in questi 17 anni ci ha abituato a improvvisi recuperi e ribaltamenti della situazione. Resistenza a oltranza o dimissioni? Governo di salvezza nazionale o elezioni anticipate? Al momento tutti gli scenari sono aperti.

Resistere, resistere, resistere. Silvio Berlusconi sembra aver adottato la «parola d’ordine» coniata anni fa dal suo odiato nemico Borrelli, capo della Procura di Milano ai tempi di Mani pulite. Nel momento in cui mandiamo in stampa questo numero di Confronti (ma gli eventi si succedono con una rapidità tale che potremmo essere presto smentiti), l’atteggiamento del presidente del Consiglio pare essere orientato a costruire una trincea contro tutto e tutti. Innanzitutto i giudici, che ancora una volta starebbero mettendo in atto il loro «disegno eversivo», le opposizioni (che però, a dire il vero, al momento non sembrano poi così minacciose) e in fondo anche i suoi stessi amici, che non possono dirlo apertamente ma in segreto sperano in un suo passo indietro che tolga tutti dall’imbarazzo. Senza contare i segnali che giungono da Quirinale, Vaticano, Confindustria e praticamente quasi tutti i media del mondo.

È ormai evidente che Berlusconi preferisce anteporre la propria salvezza personale (o almeno la speranza di restare in qualche modo a galla, senza conseguenze gravi) alla salvezza del suo partito e del Paese. Nel difficile tentativo di tenere alto il morale della truppa, ripete ai suoi fedelissimi che non devono temere nulla, che comunque alla fine ne uscirà più forte di prima. Certo, per ora nessuno ha il coraggio di dire apertamente che «il re è nudo» (il paragone con la favola di Andersen questa volta appare più che mai calzante), perché rischierebbe la carriera politica, in un partito dove il culto del capo e l’unanimismo sono obbligatori.

Il 50% degli italiani ha fiducia in Berlusconi. Il restante 69% sostiene che dovrebbe dimettersi. La contraddizione è solo apparente, perché il primo dato lo ha fornito Berlusconi in persona. Ed è confortante, se si considera che quando diceva di avere con sé il 65 o il 70% degli italiani poi la sua coalizione prendeva circa il 47% (che poi equivale a poco più di un terzo, se contiamo tutti gli aventi diritto al voto). Il secondo dato, invece, emerge da un recente sondaggio della Swg di Trieste, secondo il quale anche tra gli elettori di centro-destra ben quattro su dieci credono più ai giudici che al loro leader.

Certo, Berlusconi ama molto i sondaggi e preferisce credere a quelli che gli confezionano su misura gli istituti a lui vicini. Però, come diceva il pittore e scrittore Ugo Bernasconi, «il vero castigo di chi compra le lodi è che egli finisce col credere alle lodi pagate». Probabilmente, la cosa davvero più dolorosa per il presidente del Consiglio dev’essere stata scoprire che molte di quelle ragazze che frequentava fingevano di adorarlo, ma in realtà lo facevano solo per soldi («l’ho visto un po’ ingrassato, imbruttito…», «deve solo sganciare, io non gli regalo niente», si legge in alcune intercettazioni delle «furbette dell’Olgettina»).

Per quanto riguarda invece i dispiaceri della politica, in questi ultimi tempi Berlusconi si sta probabilmente rendendo conto di come la maggior parte dei suoi «fedelissimi» lo incensino solo perché vogliono mantenere il proprio potere, ma siano pronti a rinnegarlo appena l’impero dovesse crollare. La prudenza con cui esitano a dargli la spallata finale è dovuta solo all’incertezza su quando ci sarà questo crollo e al timore di trovarsi nel ruolo che in passato fu di Ciano, Bottai e Grandi. Ma, come ha scritto giustamente Peter Gomez de Il fatto quotidiano, «ciascuno ha il 25 luglio che si merita. E in un Paese malato come il nostro (non solo per colpa di Berlusconi) quello del Cavaliere non può che ricordare la trama di un film con Alvaro Vitali».

Se il presidente del Consiglio decidesse di farsi da parte spontaneamente, come d’incanto sparirebbe ogni impedimento alla ricostituzione della maggioranza uscita vittoriosa dalle elezioni del 2008 (con il rientro al governo di Futuro e libertà), ma a questo punto non ci sarebbero ostacoli nemmeno per un ritorno alla maggioranza che ha governato dal 2001 al 2006, che comprendeva anche l’Udc. Questo il Partito democratico lo sa bene e infatti sta continuando a corteggiare Casini (e ormai – clamorosamente – anche Fini), alla ricerca di una grande alleanza anti-berlusconiana per salvare il Paese. Ma Casini e Fini, assieme all’Api di Rutelli, all’Mpa e ad altri partiti minori, hanno appena dato vita al Polo della nazione (ora Nuovo Polo per l’Italia) e non hanno nessuna intenzione di allearsi con il Pd. O meglio: Fli non ci pensa proprio ad allearsi con un partito che, nonostante tutto, viene percepito dal suo elettorato come «di sinistra». L’Udc invece in teoria potrebbe farlo, ma a patto che il Pd recida i suoi legami con i «giustizialisti» di Di Pietro e con Sinistra ecologia e libertà di Vendola.

Il segretario del Pd Bersani sa quindi che, se cade Berlusconi, Udc e Fli tornano nel centro-destra, che è poi la loro collocazione naturale. Pur senza rompere con Vendola e Di Pietro, i democratici (in questo abbastanza uniti, nonostante le solite divisioni tra le numerose correnti: bersaniani, franceschiniani, veltroniani, rottamatori…) tentano disperatamente di trattenere Casini e Fini. Ma nel farlo non possono promettere che molleranno Idv e Sel, che insieme hanno una forza elettorale abbastanza simile a quella del Nuovo Polo per l’Italia. Perché dunque perdere dei voti a sinistra per guadagnarne più o meno altrettanti al centro? Ma poi: quanti sarebbero veramente i voti persi da una parte e quelli guadagnati dall’altra?

Il 19 dicembre scorso, quando Bersani aveva appena lanciato la proposta di alleanza alle forze di centro, la Repubblica rende noto un sondaggio Ipr marketing secondo cui, fermo restando il vantaggio del centro-destra (allora intorno al 43%), un’alleanza Pd-Udc-Fli avrebbe più o meno gli stessi voti (39%) di un’alleanza di «nuovo Ulivo» (Pd, Sel, Idv, socialisti, radicali e verdi), stimata al 39,5%. Ma il dato davvero sorprendente è che tutti i partiti conserverebbero più o meno i loro voti indipendentemente dalla collocazione scelta. Per Udc e Fli, sarebbe elettoralmente quasi indifferente il fatto di correre come centro autonomo o di allearsi con il Pd: 6,5% nel primo caso, 6% nel secondo per l’Udc; 4,5% e 4% per Fli. Per il Partito democratico, invece, ci sarebbe addirittura un vantaggio a presentarsi alleato con il centro e senza la sinistra: 26,5% contro il 25,5%. Sembra di essere tornati ai vecchi tempi della prima repubblica, quando il voto d’appartenenza era molto forte e si seguiva fedelmente il proprio partito qualsiasi fossero le sue scelte politiche. Ma pochi giorni dopo è l’Atlante politico di Demos & Pi, sempre su la Repubblica, a smentire questa analisi, dando il centro-sinistra al 41,4% contro il centro-destra al 39,7%. La vittoria per il Pd diventa quindi possibile alleandosi con il resto del centro-sinistra, senza inseguire il centro (dato quasi al 18%). Sempre secondo questo istituto, se il Pd si alleasse con il centro subirebbe una vera e propria emorragia di voti a vantaggio della sinistra. Lo scenario sarebbe questo: Pd-Udc-Fli al 30,8%, centro-sinistra (senza Pd) poco sotto, al 28,8%. In questo caso naturalmente il centro-destra vincerebbe con il 38,2%. A distanza di pochi giorni, due scenari completamente differenti.

Da allora, i sondaggi hanno registrato cambiamenti molto inferiori rispetto a quanto ci si sarebbe potuto aspettare in seguito al riesplodere degli scandali, anche se alcuni dati di febbraio danno un distacco maggiore (centro-sinistra al 42,7% e centro-destra al 36,4%, secondo una molto ottimista Demos & Pi). In ogni caso, le elezioni anticipate si presentano come un’opportunità per le forze di centro (che, chiunque vinca, hanno buone probabilità di diventare l’ago della bilancia al Senato) e, al di là delle dichiarazioni, come una sciagura per il Pd. Se si andasse a votare con Berlusconi ancora in sella e candidato del centro-destra (ipotesi al momento abbastanza improbabile), il Pd avrebbe almeno la possibilità – comunque difficile – di giocarsi la carta «grande coalizione antiberlusconiana» con Udc e Fli. Ma in caso di elezioni senza Berlusconi in campo, come abbiamo visto il centro sarebbe probabilmente recuperato al centro-destra, quindi al Pd non resterebbe che un’alleanza di centro-sinistra destinata a sconfitta certa.

Per capire quanto oggi un centro-destra senza Berlusconi (ma con Udc e Fli reintegrati a pieno titolo nell’alleanza) sia maggioritario rispetto a qualsiasi ipotesi di centro-sinistra, occorre fare un passo indietro di tre anni. Le ultime elezioni politiche non hanno semplicemente visto la terza vittoria di Berlusconi, ma hanno sancito un record nel «distacco» tra centro-destra e centro-sinistra. Se al 46,8% della coalizione vincente (Pdl e Lega) si sommano anche i voti dell’Udc (che alle elezioni precedenti era alleata con Berlusconi) e della Destra di Storace (che in precedenza era parte di An e comunque oggi è di nuovo alleata di Berlusconi), si sfiora quasi il 55%: tredici punti in più rispetto ai partiti che – uniti – solo due anni prima avevano battuto Berlusconi, anche se per soli 24mila voti. Nel 2008 questa distanza è diventata quindi di 5 milioni di voti a vantaggio del centro-destra. Il fatto che nel 2008 Udc e La Destra non facessero più parte della coalizione ha fatto apparire minore (ma pur sempre notevole) il distacco tra centro-destra e centro-sinistra, ma se oggi Berlusconi accettasse di essere sostituito (per esempio da Tremonti, Letta, Formigoni o Alfano), la nuova maggioranza – quella appunto «pre 2008», che oggi sarebbe composta da Pdl, Lega, Udc, Futuro e libertà e altri movimenti minori – potrebbe prendere ancora intorno al 55% dei voti, relegando il centro-sinistra all’opposizione per almeno altre due o tre legislature.

A complicare un quadro già di per sé ingarbugliato, ci sono poi le elezioni amministrative di primavera in città importanti come Milano, Napoli, Torino e Bologna e poi i referendum (che però in caso di elezioni anticipate verrebbero rinviati) su nucleare, acqua pubblica e quel che resta del legittimo impedimento. Dopo la straordinaria affermazione nelle primarie di Milano di Giuliano Pisapia, candidato appoggiato da Vendola, il Pd aveva cominciato a discutere dell’eventualità di abolire, o quantomeno limitare, uno strumento che ormai veniva considerato troppo poco controllabile, dove i candidati di apparato rischiano spesso di essere battuti da quelli della società civile. Ma il 23 gennaio, con il trionfo di suoi candidati alle primarie di Bologna e di Napoli (dove però la situazione è bloccata, con gravi accuse di brogli) il Pd si è preso la rivincita.

Adriano Gizzi

Articoli correlati

Religioni, politica, società

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER!