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Scola a Milano, Concilio alla prova

by redazione

La decisione con cui, il 28 giugno, Benedetto XVI ha scelto come nuovo arcivescovo della arcidiocesi ambrosiana il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, va vista nella strategia di mettere nei posti-chiave, anche in vista del futuro conclave, candidati ostili ad una interpretazione aperta del Concilio Vaticano II. Perciò il papa a Milano ha voluto chiudere la stagione ecclesiale avviata nel 1979 da Carlo Maria Martini, e poi portata avanti da Dionigi Tettamanzi, ora dimissionario.

Sbarrare a tutti i costi un’interpretazione aperta del Vaticano II in campo ecclesiologico e confermare le normative in campo etico-sessuale, da lui stesso emanate da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e poi da pontefice. Così leggiamo il significato della decisione di Benedetto XVI di nominare, il 28 giugno, il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, classe 1941, legato a Comunione e liberazione, come nuovo arcivescovo di Milano in sostituzione del cardinale Dionigi Tettamanzi, classe 1934, dimissionario. Naturalmente, il nostro è un giudizio opinabile, e avrà avuto le sue ragioni – opinabili anch’esse! – chi, come il Corriere della Sera del 29 giugno, ha dedicato, senza nessun rilievo critico, pagine mielose all’eletto.

Ogni diocesi, quando il suo vescovo va in pensione o muore, attende con trepidazione il nuovo pastore che dovrà guidarla; e la scelta che infine farà Roma diventa oggetto di variegati commenti che, però, in generale, non travalicano quel caso specifico, a meno che pregnanti ragioni ecclesiali, pastorali o geopolitiche non gravino su di esso: come, per l’appunto, su Milano, una delle diocesi – per storia, peso numerico, attività pastorali, fervore culturale – più importanti del mondo. Un suo titolare, Achille Ratti, nel 1922 divenne papa Pio XI; e un altro, Giovanni Battista Montini, nel 1963 divenne Paolo VI. Dal 1979 al 2002 la cattedra di Ambrogio e Carlo fu retta da Carlo Maria Martini, al quale poi successe Tettamanzi.

Tutti sanno l’autorevolezza e il carisma di Martini: sempre obbediente a Roma, ma ogni tanto esprimente idee, o operante scelte, o indicante mete accolte con fastidio da Giovanni Paolo II che pur l’aveva voluto. Tra queste, vogliamo ricordare che il 7 ottobre 1999, durante il Sinodo dedicato all’Europa, il cardinale fece balenare, in sostanza, l’idea di un nuovo Concilio mirato ad affrontare temi ristretti, ma concreti: gli sviluppi dell’ecclesiologia di comunione indicata dal Vaticano II; la carenza in qualche luogo già drammatica di ministri ordinati; la posizione della donna nella società e nella Chiesa; la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali; la sessualità, la disciplina del matrimonio, la prassi penitenziale; i rapporti con le Chiese sorelle dell’Ortodossia; il rapporto tra democrazia e valori e tra leggi civili e legge morale. Ora, su tutti questi temi Wojtyla, insieme alla sua longa manus Joseph Ratzinger, aveva pontificato e, in certi casi, deciso «con sentenza definitiva». Dunque, ipotizzare un Concilio per ri-discuterli, era un modo elegante per opporsi alle scelte fatte, in merito, dal papato.

Tettamanzi, giunto a Milano, si guardò bene dal parlare di «Nuovo Concilio»; e, tuttavia, con un crescendo che ha infastidito l’establishment ecclesiastico, tacitamente, e pur con qualche incertezza, si è posto su quella linea. Da qui l’attesa del suo successore, nella speranza di molti – non solo sotto la Madunina, ma in Italia e nel mondo – che fosse «martiniano». Ratzinger invece ha deciso di chiudere quella stagione; e, dopo una consultazione di facciata che si è chiusa come lui voleva prima che cominciasse, ha scelto Scola: un prelato che mai si è detto d’accordo con l’idea di Martini e, soprattutto, che su tutti i temi elencati da questi come «da ri-discutere», ha sempre appoggiato le posizioni vaticane. Sullo sfondo, dunque, sta sempre l’interpretazione e l’attualizzazione del Vaticano II: Benedetto XVI si sta spendendo perché essa, su tutti i temi indicati, sia restrittiva, e guardi più al Concilio di Trento che al futuro; e, scegliendo Scola per Milano lo ha indicato al collegio cardinalizio come un possibile papa continuista della linea wojtyliana e ratzingeriana. Dunque, dalla gondola di Venezia alla nave di Pietro?

Sulla Laguna, il patriarca ha portato avanti l’iniziativa di «Oasis» per favorire un rapporto amichevole, schietto e non pregiudiziale con l’islam; e certamente si esprimerà a favore della costruzione di una grande moschea a Milano, malgrado l’opposizione della Lega. Si può insomma essere certi che il neo-arcivescovo si farà notare per interventi «progressisti» sui temi sociali e del rispetto del pluralismo religioso; nel contempo, però, riaffermando la centralità della Chiesa romana il cui magistero – a suo parere – è l’istanza suprema per decidere sulle conseguenze della «legge naturale», a proposito dei «princìpi non negoziabili». Ci aspetta, dunque, quando sarà, un papa Ratzinger II?

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