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Una fase si chiude, ora va interpretato il nuovo

by redazione

Sui cambiamenti in atto nella situazione politica italiana abbiamo intervistato Ilvo Diamanti, docente di Scienza politica e Comunicazione politica all’Università di Urbino, presidente dell’istituto di ricerca Demos&Pi (che conduce indagini sugli orientamenti e i comportamenti della società) e commentatore de «la Repubblica», quotidiano per il quale cura anche l’Atlante politico, una rilevazione periodica sul clima politico e gli orientamenti elettorali.

Professor Diamanti, lei ha parlato di «cambiamento profondo nel clima d’opinione». Può spiegarci in cosa consiste?

Già prima del voto amministrativo di maggio e dei referendum di giugno, avevo scritto che c’è un clima d’opinione diverso, nel senso che si respira un sentimento generale di delusione. La crisi economica tocca direttamente la condizione delle persone e fino a poco tempo fa tutti ci chiedevamo come mai, in una situazione di disagio economico come questo, in realtà il bersaglio non fosse la maggioranza di governo ma spesso addirittura le forze di opposizione. Questo era dovuto a una strategia di comunicazione che tendeva a spostare altrove il bersaglio delle preoccupazioni dei cittadini: l’immigrazione, la globalizzazione, l’Europa… ha sempre funzionato in questi anni un meccanismo populista che in una certa misura agisce anche in altri Paesi: il malcontento viene «ri-orientato» altrove, individuando il nemico negli «altri», in particolare gli immigrati, ma anche genericamente lo Stato, il pubblico. Dopo il 2008, però, questo meccanismo ha cominciato a perdere progressivamente efficacia. Esternalizzare le colpe e le conseguenze sociali della crisi è un gioco che non funziona più, non è più riproducibile perché ormai largamente saturato.

Se si esclude la fase di risalita nel periodo dell’aggressione subita a Milano con il lancio della statuetta (dicembre 2009), in questi tre anni Berlusconi e il suo partito hanno perso costantemente consensi: oggi il presidente del Consiglio è al 25,6% di gradimento e il Pdl è stimato al 26,4% nelle intenzioni di voto. La causa politica principale sta nel fatto che il Pdl non è Forza Italia: è un partito ibrido, senza identità e senza organizzazione. A questo punto non può nemmeno appigliarsi al suo leader, sia perché l’immagine di Berlusconi è sfocata, sia perché non è più un partito personale ma è frutto di un’annessione. E poi dal punto di vista geopolitico è diventato un partito centro-meridionale, mentre Forza Italia era un partito nazionale, con una distribuzione di voti abbastanza equilibrata nelle varie aree del Paese. Il fatto che ora invece sia spostato a sud crea problemi e tensioni nella stessa maggioranza, perché gli interessi rappresentati dal Pdl sono ormai molto diversi da quelli della Lega ed entrano costantemente in collisione. La stessa Lega nord, che aveva avuto un fortissimo rilancio negli ultimi due anni, oggi quantomeno non cresce più e fa fatica a presentarsi come opposizione e maggioranza al tempo stesso: anche quel gioco lì non funziona più.

E quali sono le motivazioni profonde del cambiamento che sta avvenendo nella società?

Il ciclo è cambiato anche perché, in Italia ma non solo, dal punto di vista valoriale e delle parole chiave, è in declino la fase fondata sull’«individualismo possessivo» (per usare l’espressione di Macpherson), sul mercato, sulla competizione, sull’aggressività e, in campo politico, anche sulla personalizzazione mediatica esasperata. Tutto questo ha stancato e comincia ad essere evidente che in tempi di inquietudine, solitudine e paura reiterata, ci sia bisogno anche d’altro: relazioni, comunicazione personale, atteggiamenti di mitezza, di minore arroganza, minore esibizionismo… certo, non sto dicendo che ieri eravamo «cattivi» e oggi siamo «buoni», dico semplicemente che nella storia ci sono dei cicli e il pendolo si sta spostando in modo abbastanza veloce in direzione molto diversa da quella degli anni scorsi.

I valori si fondano sempre su interessi e comunque su realtà più concrete: se il mercato non funziona e gli uomini che interpretano l’individualismo falliscono e non garantiscono il benessere e il successo che avevano promesso, innanzitutto perdono credibilità; e poi chi è solo è interessato ad avere degli altri intorno, entrando in un circuito di relazioni più intense e più dirette. La delusione dei linguaggi e dei valori che hanno retto la scena per un ventennio si esprime anche attraverso la delusione per gli attori che hanno interpretato questo clima. Ma la fine di un ciclo non significa che ne cominci automaticamente un altro.

Dalle sue rilevazioni, Tremonti risulta il personaggio che gode del maggiore gradimento da parte dell’opinione pubblica, toccando addirittura il 54,5% (mentre Bersani e Di Pietro si attestano sul 39%, Vendola intorno al 41% e Bonino sopra il 42%). Se il centro-destra fosse guidato dal ministro dell’Economia, potrebbe vincere ancora?

Non bisogna confondere la simpatia e la fiducia espressa nei confronti di un leader con il voto. E poi la fiducia nei confronti di Tremonti è abbastanza trasversale: si tratta di una credibilità di cui dispone a livello personale, non solo a destra. In ogni caso, se chiedessimo agli elettori di centro-destra chi è il più adatto a guidare la coalizione, sicuramente Tremonti non prevarrebbe su Berlusconi. Il problema del centro-destra è appunto che oggi non ha un leader condiviso e inoltre i due leader storici, Berlusconi e Bossi, sono oggi in difficoltà. Pensiamo a quello che è avvenuto recentemente a Pontida, dove c’è stata un’aperta contestazione della leadership di Bossi, quando la folla leghista gridava «secessione, secessione!» e venivano issati dei cartelli con la scritta «Maroni premier».

A proposito, ma che probabilità ci sono che il ministro dell’Interno sostituisca Bossi nella leadership della Lega nord?

Senza dubbio Bossi resta un’icona, però è evidente che ormai è un leader stanco. E allo stesso tempo è difficile per lui immaginare e sancire una successione, perché all’interno del partito ci sono molte divisioni. Se Bossi si facesse da parte, il rischio di lacerazioni sarebbe molto forte, perché le tensioni ci sono, anche fra i territori. Se utilizziamo la chiave di lettura territoriale, infatti, ci accorgiamo che in fondo anche la Lega attua una forma di «centralismo». Quando invoca i ministeri al nord, li vuole a Monza: io non so se i veneti, che sono da sempre il nucleo fondativo delle Leghe e che hanno un paio di leader rilevanti (il sindaco di Verona, Flavio Tosi, e il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia) sarebbero così contenti di questa ribadita e ostentata centralità dell’asse Milano-Brianza.

Tornando all’opposizione, cosa deve fare per prepararsi alle prossime elezioni e avere qualche chance di vittoria?

Come dicevo prima, il fatto che sia finito un ciclo non basta. Affinché ne emerga uno nuovo, occorrono degli attori politici in grado di interpretarlo e al momento nel centro-sinistra non si vedono ancora. Il punto è che non si vota domani (Bossi stesso ha detto che bisogna evitare le urne perché altrimenti vincerebbe il centro-sinistra), quindi non c’è ancora l’occasione in cui potrebbero esprimersi questi nuovi attori. Fino a poche settimane fa nessuno avrebbe scommesso su quello che poi è avvenuto con amministrative e referendum, questo significa che la ripresa di consensi del centro-sinistra, che vede il Partito democratico vicino al 30%, è avvenuta nonostante, non grazie alla dirigenza di quel partito.

A mio avviso, le fasi nuove vengono impresse da personaggi nuovi e quindi chi attualmente guida il centro-sinistra dovrebbe porsi al servizio di quello che è avvenuto, accompagnando il cambiamento di leadership ma anche «di formula». Un partito che voglia interpretare il cambiamento dovrebbe essere pronto a farsi cambiare a sua volta e quantomeno non insistere in modelli assolutamente verticistici e oligarchici.

intervista a cura di Adriano Gizzi e Giuliano Ligabue

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