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Gli Usa e il grigio «autunno arabo»

by redazione

Le speranze alimentate dalle cosiddette «rivoluzioni arabe» di inizio 2011 hanno ben presto ceduto il passo alla delusione. Intanto, Usa e alleati stanno riprendendo il controllo della situazione nel tentativo di ridisegnare la mappa del mondo arabo, colonizzando la Libia e preparandosi ad un intervento in Siria.

Dieci mesi fa, quando si sono verificati i primi segnali di rivolta nel mondo arabo, si cominciava a pensare che qualcosa stesse cambiando nei rapporti di forza tra il Nord e il Sud del mondo. La caduta nel giro di 2 mesi di due dittatori alleati dell’Occidente – Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto – aveva rinvigorito questa speranza e alimentato l’entusiasmo delle popolazioni arabe che cominciarono a credere che si fosse giunti ad una svolta epocale e che i dittatori arabi – quasi tutti protetti dalle grandi potenze occidentali – stessero per capitolare uno dopo l’altro, sotto la spinta rivoluzionaria pacifica e giovanile araba come era accaduto in Tunisia e in Egitto.

Ma con il passare dei mesi al posto della speranza e dell’entusiasmo cominciarono a subentrare la delusione, lo scetticismo e la preoccupazione. Dopo l’accidentale distrazione iniziale, che è costata la poltrona a Ben Ali e Mubarak, gli Usa e i loro alleati occidentali sono riusciti a riprendere in mano il controllo della situazione. E non si sono accontentati solo di quello, ma hanno approfittato del clima politico e sociale che attraversa i Paesi arabi per mettere in atto due operazioni geopolitiche connesse tra di loro: la prima, saldare i conti con quei regimi dittatoriali, in particolare quello siriano e quello libico, che non hanno mai accettato di stare sotto la loro ala protettrice; la seconda, ridisegnare la mappa del mondo arabo dopo aver colonizzato la Libia e la Siria e ristabilito la propria egemonia sulla Tunisia e sull’Egitto.

La prima operazione ha già dato qualche «frutto»: la cacciata di Gheddafi e l’occupazione di fatto della Libia da parte degli Usa/Nato dopo sei mesi di guerra. Resta ancora la Siria, contro la quale Washington, con l’ausilio di Parigi, Londra e, soprattutto, Ankara, sta conducendo da metà marzo una spietata offensiva diplomatica e mediatica accompagnata da un sostegno materiale, logistico e finanziario agli insorti armati che stanno cercando di destabilizzare il regime di Al Assad e preparare il terreno ad un intervento «umanitario» della Nato.

L’esito della seconda operazione dipenderà da ciò che accadrà in Siria nei prossimi mesi. Intanto in Libia la partita non è affatto finita.

La Libia verso una nuova fase della guerra civile

Il colonnello Muammar Gheddafi è stato il terzo dittatore a capitolare, ma solo dopo sei mesi di guerra civile. La sua caduta non ha suscitato grandi entusiasmi in seno alle popolazioni arabe, come era accaduto con gli altri due tiranni crollati prima di lui (Ben Ali e Mubarak).

Il motivo di tale scetticismo è dovuto al fatto che a mandare via il tiranno non sono stati i libici in una «rivoluzione pacifica», come è accaduto in Tunisia e in Egitto, ma gli Usa/Nato che in altre parti del mondo arabo – Arabia Saudita, Yemen, Bahrein, Giordania e così via – sostengono tuttora altre dittature. La sensazione oggi più diffusa tra gli arabi e i musulmani è che la Libia non sia stata liberata, bensì occupata da un «tiranno» molto più potente.

Esultano invece i governi occidentali. E i grandi media, loro alleati, attraverso filmati, alcuni dei quali forniti loro direttamente dall’ufficio stampa della Nato in Libia, mostrano al mondo una Tripoli «liberata» in festa, pulita e senza alcun segno di distruzione, nonostante i costanti bombardamenti della città da parte delle forze atlantiste. Questo fatto lo riconoscono ormai anche media ufficiali come Le Nouvel Observateur, che in un articolo pubblicato il 14 settembre scorso aveva rivelato che «la Nato realizzava i propri reportage e li consegnava gratis ai giornalisti» (vedi:http://tempsreel.nouvelobs.com/actualite/monde/20110914.OBS0339/video-le-tripoli-merveilleux-de-l-otan.html).

In questa guerra contro la Libia, una prima parola d’ordine imposta dagli Usa/Nato era quella di mostrare all’opinione pubblica internazionale, attraverso una mastodontica propaganda mediatica, che l’intervento «umanitario» era giusto perchè ha salvato la vita di centinaia di migliaia di libici che Gheddafi stava per sterminare. La seconda era quella di far intendere al mondo che a cacciare il rais e conquistare Tripoli sono stati i «coraggiosi» ribelli guidati dal Consiglio nazionale di transizione (Cnt) che, una volta entrati nella capitale, avevano instaurato l’ordine senza nessuna rappresaglia contro i fedeli di Gheddafi che erano tantissimi e tra i quali c’erano anche molti immigrati africani.

Ma chi ha veramente condotto la guerra in Libia e sconfitto il dittatore? E questi ribelli, «coraggiosi combattenti per la libertà», chi sono e a quale ideologia politica appartengono? E cos’è esattamente il Cnt? Chi rappresenta, la Nato o il popolo libico? E soprattutto, ora che la Libia è «liberata», che ne sarà del suo futuro? Diventerà un Paese democratico guidato da uomini che hanno speso la loro vita a difendere gli ideali della democrazia e dei diritti umani? O invece si trasformerà in un campo di battaglia feroce tra i vari clan e tribù per il controllo delle terre, dell’acqua e del petrolio?

Il vero vincitore della guerra in Libia

Molti osservatori internazionali indipendenti concordano sul fatto che a condurre e a vincere la guerra in Libia siano stati gli Usa. E ciò lo riconoscono anche gli americani stessi. In un articolo pubblicato da il manifesto il 13 settembre scorso, Manlio Dinucci ha riportato le dichiarazioni dell’ambasciatore Ivo Daalder, rappresentante Usa presso la Nato, secondo cui a dirigere le operazioni sono stati gli Usa. Nell’articolo di Dinucci si legge: «Sono sempre gli Stati Uniti che hanno diretto la pianificazione e l’esecuzione dell’operazione militare. Sono loro che all’inizio hanno neutralizzato la difesa aerea libica e continuato a sopprimere le difese per tutto il corso del conflitto impiegando Predator armati. Sono loro che hanno fornito il grosso dell’intelligence, permettendo di individuare gli obiettivi da colpire, e hanno rifornito in volo i cacciabombardieri alleati. Ciascuno di questi elementi, sottolinea Daalder, è stato decisivo per il successo dell’operazione, con la quale la Nato ha distrutto oltre 5mila obiettivi senza subire alcuna perdita».

E nello stesso articolo il giornalista ha ricordato «l’exlpoit» bellico Usa/Nato: «Oltre 8mila attacchi aerei, in cui si stima siano state sganciate oltre 30mila bombe. Gli Stati Uniti, tiene a far sapere Daalder, hanno effettuato più raid aerei di qualsiasi altro Paese, il 26% dei circa 22mila. Francia e Gran Bretagna, insieme, ne hanno effettuato un terzo e attaccato il 40% degli obiettivi. Un “lavoro straordinario”, riconosce il rappresentante Usa presso la Nato, ma mette in chiaro che esso è stato reso possibile dal fatto che “gli Stati Uniti hanno diretto questa operazione in modo tale che altri potessero seguire e contribuirvi”. Loda quindi gli altri alleati, anche non appartenenti alla Nato: Giordania, Qatar, Emirati Arabi Uniti».

Quindi, in realtà, senza il gran lavoro fatto dai cacciabombardieri, dagli elicotteri e dai cosiddetti Predator della Nato, che hanno neutralizzato le forze armate di Gheddafi e seminato il terrore tra le tribù fedeli al rais, i ribelli non sarebbero mai arrivati a Tripoli.

Gli insorti armati, definiti dai governi occidentali come «combattenti per la libertà» anche se erano aiutati da mercenari stranieri – giunti anche da Paesi arabi – non solo non avrebbero conquistato Tripoli ma sarebbero stati sconfitti nel giro di poche settimane dall’esercito regolare libico. Ma, ovviamente, dovevano essere presentati come i veri vincitori per nascondere all’opinione pubblica la verità: ovvero che gli Usa/Nato hanno condotto e vinto una guerra (neo)coloniale.

L’occupazione della Libia è avvenuta senza la perdita di un solo soldato della Nato. Non si sa e non si saprà probabilmente mai quanti libici, tra civili e militari, hanno perso la vita a causa delle 30mila bombe sganciate dagli aerei di guerra americani, inglesi, francesi e altri sul territorio libico.

Un governo di transizione «eletto» dagli Usa/Nato

Il lavoro sporco, la Nato lo ha affidato agli insorti armati «coordinati» dal Cnt, un organismo «eletto» dalle cancellerie occidentali come governo legittimo (di transizione) della Libia. Tuttavia, guardando da vicino il passato politico degli esponenti di questo organo, autoproclamati leader della «rivoluzione», si può facilmente constatare che sono tutt’altro che dei militanti democratici difensori dei diritti umani. In effetti il Cnt comprende al suo interno una cricca di ministri del regime di Gheddafi, assoldati dalla Nato per compiere il colpo di Stato e destituire il dittatore nemico. Il presidente del Cnt, Mustapha Mohammed Abdu al-Jalil, all’inizio di quest’anno era ancora il ministro della Giustizia del rais, carica che ricopriva da oltre 3 anni. Nel 2007, quando era presidente della Corte d’appello del tribunale di Tripoli, aveva condannato a morte per ben due volte di seguito le infermiere bulgare e il medico palestinese coinvolti nella vicenda del sangue infetto. Nel dicembre 2010 è stato definito da Amnesty international come «uno dei terribili responsabili della violazione dei diritti umani nel Nord Africa». E poi Abdul Fatah Younis, un altro esponente di spicco del Cnt, che ha diretto per qualche mese le operazioni militari contro Tripoli, anche lui all’inizio di quest’anno era il capo della polizia politica di Gheddafi e ministro dell’Interno, incaricato di reprimere l’opposizione libica. Younis è stato assassinato, in circostanze misteriose, il 28 luglio scorso a Bengasi, che era ancora la sede operativa del Cnt. Si ritiene che la sua eliminazione sia legata ad una lotta intestina per il potere tra gli esponenti del consiglio di «transizione» verso la democrazia, alcuni dei quali sono vicini agli islamisti. Questa faccenda dimostra che all’interno del Cnt vi sono grosse divisioni, il che fa pensare che questo organismo non sarà in grado di gestire la fase politica post Gheddafi. Comunque, la crisi scatenata dalla Nato in Libia è talmente grave che, anche se il Cnt fosse una solida coalizione di opposizione democratica, non sarebbe in grado di gestirla, una volta fatto fuori il rais.

Intanto la costituzione di un governo transitorio, prevista per il 18 settembre, è stata rimandata dal Cnt a data da definire a causa dei litigi al suo interno; la Nato ha prolungato di altri tre mesi la sua operazione militare in Libia, che doveva concludersi il 27 settembre. Mentre scriviamo (fine settembre) giungono notizie di esplosioni a Tripoli e di combattimenti in altre zone del Paese e della scomparsa di 20mila missili dalle caserme. In che mani sono finiti e come verranno utilizzati?

Oggi la grande incognita nella crisi libica sono i clan e le tribù.

Le tribù e la guerra civile in Libia

Un articolo di Pierre Piccinin intitolato «Una settimana con i ribelli libici», pubblicato sul sito Invetig’Action il 29 agosto scorso, mette l’accento sul ruolo centrale dei signori della guerra legati alle varie tribù e clan libici. Secondo l’autore – che ha vissuto per una settimana sul campo di battaglia a fianco dei insorti – la ribellione è stata in gran parte condotta da clan e tribù che si contendono le diverse regioni del Paese e che cercano di mantenere o di estendere la loro influenza sulle zone ricche di petrolio e di acqua. Sempre secondo Piccinin, i diversi gruppi di ribelli non obbedivano al Cnt ma ai loro capi tribù. Durante l’insurrezione, queste guerriglie tribali, con il saccheggio delle caserme, si sono armate fino ai denti e ora sono pronte a difendere il proprio clan, il proprio territorio e i propri beni.

In un passaggio della sua testimonianza diretta, Piccinin ha affermato: «Bisogna capire e anche insistere sul fatto che la partita non è finita. Solo i clan del nord-est si sono sollevati contro Gheddafi, vale a dire la regione della Cirenaica le cui principali città sono Bengasi e Tobrouk. Le tribù di Fezzan (tutto l’immenso sud), la Tripolitania (la regione della capitale a nord-ovest) e Syrte (nel centro della facciata marittima libica) hanno invece sostenuto Gheddafi e combattuto per lui, mobilitando a questo scopo tutte le loro reti tribali estremamente ramificate che coprono la parte più grande del Paese. Oggi sono loro i grandi perdenti della “rivoluzione”. Ad ovest solo i clan di Misrata e Zlitan e, a sud di Tripoli, i berberi di Djebel Nefoussa hanno raggiunto la ribellione». «L’insurrezione dei berberi e la ribellione di Misrata e di Zlitan hanno consentito l’accerchiamento della capitale. Ma la presa di Tripoli non significa necessariamente la fine della guerra civile. E la guerra, la guerriglia, potrebbe perdurare per anni e anni e portare il Paese alla rovina: l’esercito si confonde con la popolazione; i civili si armano; ogni adulto e ogni adolescente del clan, della tribù è un guerriero potenziale. E ancora una volta la struttura della società libica ha invalidato le previsioni atlantiste».

A questo complesso e oscuro quadro occorre aggiungere un altro elemento che ha giocato il suo ruolo nell’insurrezione armata e che sarà probabilmente influente nell’incerto futuro della Libia: gli islamisti.

Gli islamisti alla conquista del potere

Gli Usa/Nato per cacciare Gheddafi si sono serviti anche dei jihadisti, gli stessi che da anni il governo americano ci racconta di essere impegnato in prima fila a combattere e sradicare. All’assalto di Tripoli hanno partecipato anche i guerrieri del Gruppo islamista combattente in Libia (Gicl).

Per capire meglio la deriva fondamentalista verso la quale la Nato sta trascinando la Libia bisogna inquadrare meglio questo movimento. Il Gicl è un’organizzazione terrorista affiliata ad Al Qaeda, composta da ex mujahidin che hanno combattuto in Afghanistan (contro i russi), in Bosnia, in Kosovo e in Iraq. Dietro la nascita nel 1995 di questa organizzazione sembra che ci siano i servizi segreti britannici (M16). Secondo David Shayler, un ex agente M16, la sua agenzia aveva finanziato il Gicl per assassinare Gheddafi (vedi Thierry Meyssan in «Comment les hommes d’Al-Qaida sont arrivés au pouvoir en Libye», Réseau Voltaire, 6 settembre 2011). Il Gicl, filiale di Al Qaeda in Libia, fu ferocemente represso dal regime libico. La Libia fu il primo Paese a lanciare, attraverso l’Interpol, un mandato di cattura di Bin Laden nel 1988. Quest’ultimo, allora, era ancora un protetto degli Usa. Dal 2001 il Gicl è considerato dall’Onu come un’organizzazione terrorista (risoluzione 1267) e dal 2004 è classificato come tale anche dal Dipartimento di Stato americano.

All’inizio dell’insurrezione in Libia (metà febbraio), Abdelhakim Belhadj, uno dei leader fondatori del Gicl, era rientrato dal Qatar dove era esiliato per condurre, a partire da Djebel Nefoussa, la ribellione contro il regime. E, dopo la caduta di Gheddafi, il leader islamista Belhaji è stato nominato governatore militare di Tripoli e incaricato dal Cnt di ri-costruire l’esercito libico.

È molto verosimile, quindi, che gli islamisti non si accontenteranno di un ruolo secondario nella «gestione» del Paese. Loro mirano a conquistare il potere per instaurare un regime confessionale e anche con le armi, qualora fosse necessario. L’assassinio del generale Younis, in circostanze per nulla chiare, fa pensare che gli islamisti stiano già lavorando per arrivare al gradino più alto del potere in Libia. Younis, un nazionalista laico, era contrario all’instaurazione di uno Stato islamico. Fu lui a coordinare nel 1996 l’esecuzione di numerosi islamisti detenuti nel carcere di Abou Salim a Tripoli. Tutto ciò fa supporre che il numero due del Cnt sia stato eliminato dai jihadisti libici. La mobilitazione degli islamisti in questo Paese è ormai avviata anche sul versante della propaganda ideologica. È sceso in campo da mesi l’imam libico Ali Sallabi che, dagli studi televisivi di Al Jazeera che trasmette da Doha (capitale del Qatar), sta esortando al jihad per «liberare» la Libia.

Ecco chi sono gli alleati degli Usa/Nato per portare la democrazia il Libia!

La rivolta «pacifica» in Siria

L’altro zoccolo duro che ostacola ancora il progetto americano di ridisegnare – alla luce delle gravi crisi socio-politiche che hanno travolto diversi Stati arabi – la mappa geopolitica del mondo arabo, è il regime siriano.

La Siria occupa una posizione estremamente strategica nel rovente scacchiere mediorientale. Condivide i suoi confini con cinque Paesi: Turchia, Iraq, Giordania, Israele e Libano. Con ciascuno di essi, nel bene o nel male, intreccia il suo passato, presente e futuro politico. La sua popolazione è assai composita e comprende: arabi, kurdi, turkmani, caucasici e altri. Inoltre la Siria fa parte di un contesto regionale dove la religione gioca un ruolo estremamente importante nella vita sociale e soprattutto politica. In questo Paese convivono da secoli diverse realtà religiose: i sunniti, gli alawiti, i drusi, i cristiani e anche qualche piccolissima comunità ebraica. Ma il dato ancora più rilevante è che in Siria, a maggioranza sunnita, il potere politico è in mano alla minoranza alawita (di diramazione sciita). E, come ben si sa, c’è una grande rivalità religiosa «latente» tra i sunniti che costituiscono il 90% della popolazione nel mondo islamico (oltre il 70% in Siria) e gli sciiti, considerati dai primi come degli eretici. Il credo religioso è quindi un potenziale fattore di virulenti conflitti sociali e di grave instabilità politica soprattutto in un Paese come la Siria dove il potere è detenuto da una minoranza «eretica», quella alawita, di cui fa parte al Assad, per l’appunto.

Ed è proprio su questa corda sensibile che gli Usa e i suoi alleati – Paesi occidentali, arabi (Arabia Saudita, Qatar ecc.) e islamici (Turchia) – stanno giocando per far fuori il regime di al Assad, l’unico baluardo rimasto all’assoluta egemonia politica e militare americana nel Medio Oriente.

Oggi in Siria è in atto un’insurrezione armata, e non una «rivoluzione pacifica», come ci raccontano i governi occidentali attraverso i grandi media. D’altronde come può essere pacifica una rivoluzione nel corso della quale vengono saccheggiati città e villaggi, dati alle fiamme edifici pubblici, tribunali, banche, caserme. Tra metà marzo e fine agosto sono morte negli scontri oltre 2600 persone, di cui 500-700 tra poliziotti e militari. I «manifestanti pacifici» sono in realtà delle bande di giovani indottrinati da predicatori radicali, armati, finanziati e sostenuti da stati terzi. Il che conferma la natura non pacifica della rivolta in Siria e il ragionevole dubbio che gli Usa/Nato stiano conducendo un altro colpo di Stato come è accaduto il Libia.

Secondo Alistar Crooke, ex agente M16, ci sono due importanti gruppi dietro gli eventi in Siria: gli islamisti radicali e gli esiliati politici in Francia e Usa. Gli islamisti seguono la dottrina del fondamentalista Abu Musab al-Zarqawi, un «qaedista» ucciso in Iraq nel giugno 2006. «Al-Zarqawi combatteva per l’instaurazione di un emirato islamico sunnita che comprende il Libano, la Palestina, la Giordania e la Siria. Questi gruppi jihadisti, esperti di guerriglia urbana perchè avevano combattuto in Iraq, ora operano in Siria. Sono stati loro gli autori del terrore e degli sfollamenti di cui sono stati vittime gli abitanti di Jisr Al Shougour (al confine con la Turchia) nel mese di giugno scorso, dove i ribelli avevano massacrato più di 70 militari» (vedi Andrew Rettman, Global research, 11 agosto 2011).

Si sa per certo che almeno dal 2006 il governo americano finanzia l’opposizione siriana in esilio: un’opposizione composta in gran parte da esponenti del movimento dei fratelli musulmani. Il motivo di tale strategia è che i fratelli musulmani sono l’unica opposizione organizzata capace di creare dei problemi al regime siriano. Questo movimento è in effetti molto radicato e ramificato sul territorio. E Hama, dove da diversi mesi si registrano scontri violenti tra ribelli e forze dell’ordine, con decine di morti tra civili e militari, è considerata la roccaforte del movimento.

Washington all’assalto di Damasco

Secondo il giornalista canadese Michel Chossudovsky, esperto di geopolitica, gli eventi in Siria sono stati pianificati con largo anticipo e messi in atto in seguito al processo del cambiamento di regime politico in altri Paesi arabi, tra cui l’Egitto e la Tunisia. «Lo scoppio del movimento di protesta a Daraa, a metà marzo, è stato accuratamente programmato per far seguito agli eventi in Tunisia ed Egitto». Chossudovsky, in un articolo intitolato «The Pentagon’s “Salvador Option”: The Deployment of Death Squads in Iraq and Syria», pubblicato suGlobal Research il 16 agosto scorso, ha messo in evidenza il ruolo centrale che l’ambasciata degli Usa sta svolgendo oggi in Siria nel sostenere i ribelli.

Nella sua analisi l’autore mette in luce due aspetti importanti del ruolo che sta giocando il corpo diplomatico americano in Siria: la tempistica del ripristino dell’ambasciata Usa a Damasco e il background del nuovo ambasciatore americano.

L’ambasciata Usa in Siria è stata «riattivata» alla fine del mese di gennaio scorso dopo cinque anni di gelo. Il precedente ambasciatore degli Usa in Siria fu richiamato da Washington dopo l’assassinio, nel 2005, dell’ex primo ministro libanese Rafik al-Hariri, di cui era stato accusato, strumentalmente, il regime siriano. Il 27 gennaio 2011 l’inviato della Casa Bianca ha presentato le sue credenziali al governo di al Assad. In quel periodo la rivoluzione in Egitto era giunta al culmine. E il timing di questa mossa non è stato casuale. «Fin dal suo arrivo a Damasco – afferma Chossudovsky – il nuovo ambasciatore ha svolto un ruolo centrale nello stabilire i contatti con i gruppi di opposizione. Un’ambasciata Usa a Damasco, operativa, era una pre-condizione per lo svolgimento di un processo di destabilizzazione politica che portasse ad un cambio di regime».

Ancora più interessante la sua analisi sul nuovo ambasciatore: Robert Ford, un personaggio noto nella scena mediorientale. Nel suo articolo, Chossudovsky ci ricorda il ruolo svolto da Ford nella guerra in Iraq. «L’ambasciatore Robert Ford non è un diplomatico qualsiasi. È stato rappresentante degli Stati Uniti nella città sciita di Najaf, in Iraq, nel gennaio 2004. Najaf era la roccaforte dell’esercito del Mahdi [movimento islamista sciita iracheno]. Pochi mesi dopo è stato nominato ministro consigliere per gli Affari politici, presso l’ambasciata Usa a Baghdad, all’inizio del mandato di John Negroponte come ambasciatore in Iraq. Il mandato di Negroponte insieme a Robert Ford era coordinare, dall’ambasciata degli Stati Uniti, il sostegno segreto agli squadroni della morte e ai gruppi paramilitari in Iraq, al fine di fomentare la violenza settaria e indebolire il movimento di resistenza. Robert Ford ha giocato un ruolo centrale in questa operazione». L’autore si sofferma sulla figura di Negroponte per meglio decifrare il mandato di Robert Ford, sia a Baghdad a suo tempo che a Damasco ora. E ricorda nella sua analisi che Negroponte aveva prestato servizio come ambasciatore Usa in Honduras dal 1981 al 1985. «In quel Paese aveva giocato un ruolo fondamentale nel sostenere e finanziare i mercenari Contras nicaraguensi che operavano a partire dall’Honduras. Gli attacchi transfrontalieri dei Contras in Nicaragua avrebbero causato circa 50.000 vittime civili. Nello stesso periodo Negroponte è stato determinante nella creazione degli squadroni della morte militari honduregni, operando con il sostegno di Washington, [essi] assassinarono centinaia di oppositori del regime appoggiato dagli Usa» (vedi Bill Vann, «Bush Nominee linked to Latin American Terrorism», Global Research, novembre 2001).

Citando un articolo apparso il 10 gennaio 2005 sul Times Online, intitolato «El Salvador-style death squads to be deployed by US against Iraq militants», Chossudovsky torna a parlare della guerra in Iraq. «Nel gennaio 2005, a seguito della nomina di Negroponte ad ambasciatore Usa in Iraq, il Pentagono stava considerando la creazione di squadre d’assalto di combattenti curdi e sciiti, da indirizzare contro i leader della rivolta irachena, in un cambiamento strategico preso a prestito dalla contro-guerriglia statunitense in America Centrale di 20 anni fa […] Negroponte curava la selezione e l’addestramento dei membri dell’Organizzazione Badr e dell’Esercito del Mahdi, le due maggiori milizie sciite in Iraq, al fine di indirizzare la leadership e le reti di sostegno, in primo luogo contro la resistenza sunnita. Pianificati o no, questi squadroni della morte andarono subito fuori controllo e divennero la principale causa di morte in Iraq.

Sotto la guida di Negroponte presso l’ambasciata Usa a Baghdad, si scatenò un’ondata di uccisioni segrete di civili e di omicidi mirati. Ingegneri, medici, scienziati e intellettuali furono presi di mira. L’obiettivo era creare divisioni tra le fazioni sunnite, sciite, curde e cristiane, oltre a eliminare i civili che sostenevano la resistenza irachena. La comunità cristiana è stata uno degli obiettivi principali del programma di assassinii».

C’è da ricordare che l’ambasciatore Robert Ford si era recato l’8 luglio scorso in visita a Hama, accolto con le rose dagli insorti armati (http://www. youtube.com/watch?v=BEjLLqHoVbM). Tale visita è stata definita dal regime, ma anche dalla maggioranza dei siriani, come una palese ingerenza negli affari interni del Paese. In quel periodo la città era teatro di belligeranza e sotto il controllo dei ribelli islamisti; le forze dell’ordine e le autorità civili del regime non potevano entrarci, ma l’ambasciatore Robert Ford sì!

Verso una guerra civile interconfessionale?

Gli Usa, ormai, non nascondono più le loro intenzioni di spingere, con ogni mezzo, verso un «regime change» da loro supervisionato e orientato. E, ancor più preoccupante, è il loro sodalizio con i movimenti fondamentalisti islamici, i fratelli musulmani in particolare, per raggiungere tale scopo.

Una delle tante bugie che il governo Usa sta raccontando all’opinione pubblica internazionale è quella di agire a favore della democratizzazione della Siria. Tuttavia se il regime attuale – antidemocratico senza dubbio – dovesse cadere, i più favoriti a prendere il potere sarebbero i fondamentalisti islamici sunniti, i quali considerano la democrazia un valore occidentale incompatibile con la sharia. Se questo scenario dovesse verificarsi, che ne sarà del futuro delle diverse realtà religiose non sunnite in Siria? Oggi la maggioranza dei siriani si pone la stessa domanda e teme che l’ipotesi di una guerra civile a sfondo confessionale porti allo smembramento dell’unità nazionale. E se ciò dovesse verificarsi, l’intero Medio Oriente si trasformerà in un protettorato degli Usa/Nato, che si lanceranno con ogni probabilità a compiere la stessa operazione nel Golfo Persico. E se riusciranno a destabilizzare anche il regime iraniano – e ci stanno seriamente lavorando – l’immensa ricchezza di petrolio e gas delle regione sarà sotto il loro controllo. In nome della democrazia, dei diritti umani e della libertà!

Mostafa El Ayoubi