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Il dovere di denunciare i Cie, lager legalizzati

by redazione

I Centri di identificazione ed espulsione (Cie) sono delle galere, ma non lo si può dire. Le condizioni di permanenza in quei luoghi sono pessime, ma i giornalisti non possono entrare per documentarle e il governo italiano, invece di sveltire le pratiche, agisce sull’emergenza; e invece di rivedere radicalmente la politica in materia pensa di aprirne altri. L’autrice è vicepresidente del gruppo del Partito democratico alla Camera dei deputati ed è componente della commissione Difesa.

Ti arrivano addosso, ti circondano, ti dicono da dove sono scappati e dove vorrebbero arrivare, magari in Germania o in Francia, dove li aspetta un marito, un fratello, una moglie… L’Italia è in alcuni casi soltanto una terra di transito. Spesso hanno in mano un pezzo di carta con il loro nome e un po’ della loro storia e dei loro problemi. Un pezzo di carta magari scritto in italiano da qualcuno che conosce la nostra lingua e cerca di fare da tramite tra una vita e la burocrazia, tra una fuga da guerre, fame, disperazione e le leggi… Ogni Cie (Centro di identificazione ed espulsione) è un mondo a parte, ma gli uomini e le donne che ci stanno dentro, incarcerate e incarcerati spesso senza aver mai commesso un delitto, si assomigliano.

Sono stata varie volte nei Centri di identificazione ed espulsione disseminati nel nostro Paese. Sono stata a Lampedusa, a Lamezia Terme, a Palazzo San Gervasio e, da ultimo, la scorsa estate a Ponte Galeria, nella periferia di Roma. Chi non vuole – non osa! – chiamarli lager o galere non c’è mai stato dentro o forse non c’è mai passato neanche nelle vicinanze. Come chiamerebbe altrimenti un’enorme spianata di cemento dove centinaia di persone sono costrette a bivaccare giorni e giorni sotto il sole? Come definirebbe altrimenti un enorme comprensorio protetto da uomini in divisa, altissime mura e filo spinato?

Sì, certo, Ponte Galeria non è quell’ex fabbrica di laterizi passata in men che non si dica da centro d’accoglienza a Cie, ma la sensazione è sempre la stessa: quella gente, molta di quella gente, è scappata per avere una vita migliore ed è finita in cella.

Perché dalla Puglia alla Sicilia, dalla Calabria al Lazio, la disperazione di chi dev’essere identificato o di chi aspetta che venga valutata la propria richiesta di asilo, è la stessa. Così ho visto donne e uomini che non sanno che fare per intere giornate, che per mesi e mesi non sanno che ne è della loro pratica, che non sanno quali sono i loro diritti.

Non sanno che fare, né possono far nulla, ti viene spiegato, anche per motivi di sicurezza. Non possono avere una penna per scrivere perché, ti racconta chi è chiamato a sorvegliarli, potrebbero usarla per farsi del male. Non possono leggere, avere libri, perché si tratta comunque di carta buona per un incendio. Non possono studiare l’italiano perché non ci sono i fondi per pagare i mediatori o perché gli operatori non possono essere protetti in caso di eventuali disordini.
Certo, poi insieme ai disperati ci sono i cosiddetti «cattivi», quelli che sono arrivati nei Cie o nei Cara (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) dopo aver soggiornato mesi e mesi dietro le sbarre delle nostre galere (quelle che non si differenziano molto da questi centri, ma possono essere chiamate così non soltanto perché ci assomigliano) perché accusati di reati più o meno gravi, ma… non sono ancora stati identificati. La convivenza non migliora i cattivi, peggiora i buoni. E del resto non potrebbe che essere così, viste le condizioni di permanenza in questi luoghi. Lì ci sono poi uomini e donne delle forze dell’ordine, spesso impreparati, mandati a coprire emergenze, ad assicurare turni faticosi e stressanti. Nessuna preparazione se non la sensibilità umana, che spesso c’è ma a volte no.

Abbiamo tante bombe a orologeria piazzate in molte parti d’Italia, siamo pronti a indignarci, a giustificare, a reprimere quando ci sono disordini, rivolte, quando qualcuno muore o si uccide o si dà fuoco… ma invece di fare o dichiarare quando succede qualcosa dovremmo lavorare per disinnescare le bombe. Il mio atto d’accusa, dunque, voglio lanciarlo oggi, mentre nei Cie o nei Cara si vive nella stessa disperazione quotidiana, ma senza che i media se ne accorgano.

Non possiamo dimenticare che questo esecutivo ha prolungato da sei a 18 mesi la possibilità di essere detenuti nei Cie in attesa dell’identificazione, una misura giustificata da obblighi comunitari e da emergenze umanitarie scatenate dalla cosiddetta «Primavera araba». A questo proposito voglio soltanto citare una cifra che riguarda Lampedusa: 52mila sbarchi in nove mesi! Non possiamo dimenticare che ai media è vietato l’accesso nei Centri.

Invece di sveltire le pratiche, di modificare le competenze per la valutazione delle richieste di asilo (primo intervento del giudice di pace e, in caso di ricorso, di quello ordinario che però deve ricevere il richiedente asilo direttamente in tribunale, il che comporta che questo debba essere accompagnato da almeno due poliziotti!), si agisce sull’emergenza. Invece di rivedere radicalmente la politica in materia di Cie, si pensa di aprirne altri tre, smentendo i numeri del Commissario agli Interni dell’Unione europea Cecilia Malmstrom. Su 650mila persone fuggite dalla Libia, soltanto 25mila sono arrivate in Italia.

Soltanto l’emergenza vera o dichiarata può giustificare queste galere che non possono chiamarsi così. Ma Maroni e gli altri ministri di questo brutto governo sono in tutt’altre faccende affaccendati. Se scoppieranno altre «bombe», proveranno a gettare acqua deportando uomini e donne, trasferendoli su navi nei porti. Con buona pace dei diritti e dei trattati. Denunciare ogni giorno è un impegno che dobbiamo prendere in tanti. Io continuo a farlo.

Rosa Villecco Calipari

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