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Il mosaico dell’islam italiano in dialogo

by redazione

«L’islam in Italia tra fondamentalismo e islamofobia». In un convegno organizzato da Confronti numerosi esperti, giornalisti, cristiani, laici e musulmani hanno discusso di temi quali i pregiudizi anti-islamici, la condizione della donna musulmana e i rapporti tra le diverse componenti dell’islam nel nostro Paese.

Due giornate di confronto aperto, di informazione diretta e di dialogo costruttivo tra e con le varie componenti dell’islam italiano. È decisamente positivo il bilancio del convegno organizzato da Confronti il 21 e il 22 ottobre e realizzato a Roma in collaborazione con la Federazione nazionale della stampa italiana e l’Assessorato alle Politiche culturali della Provincia di Roma.

Risultato tanto più apprezzabile quando si consideri la povertà e la rissosità di tanti dibattiti che hanno come tema la presenza in Italia di una comunità religiosa che ormai conta quasi un milione e mezzo di fedeli. Dell’islam chiunque si sente autorizzato a parlare e a giudicare, spesso senza la minima conoscenza dei tratti fondamentali di questa grande tradizione spirituale e culturale che ha segnato la storia di grandi aree geografiche e di tanti popoli. Politici e opinionisti discettano disinvolti della violenza dell’islam o della condizione della donna musulmana senza aver letto una riga del Corano; ancora oggi troppi testi scolastici e troppi articoli affrontano il tema dell’islam col carico di un pregiudizio negativo mentre l’impresa politica denigratoria dell’islam e dei musulmani si conferma una delle più fruttuose e remunerative in termini di consenso popolare.

Poter discutere costruttivamente per due giorni di questa complessa realtà coinvolgendo esperti, giornalisti, cristiani, laici e soprattutto musulmani – sia uomini che donne – è quindi un’occasione preziosa che i numerosi partecipanti hanno mostrato di saper raccogliere e voler valorizzare.

Il convegno si è articolato in quattro sezioni: la condizione giuridica della comunità, la sua dimensione sociale e culturale, la donna musulmana e, infine, il dialogo interno alle diverse componenti dell’islam nel nostro Paese.

Ovviamente in questa sede non è possibile rendere conto di tante relazioni e di un dibattito molto ampio che, per altro, è stato trasmesso integralmente da Radio radicale e ripreso dagli altri media partner del convegno (Articolo 21, l’Unità, Rai Radio3, il manifesto, Mediacoop), primo tra tutti Rainews che vi ha dedicato un ampio approfondimento nel telegiornale della prima serata. Correndo però il rischio di dare una lettura parziale dell’evento, ci limitiamo a riprendere tre idee che sono state variamente riprese da vari interventi.

La prima: è socialmente e politicamente sbagliato separare il dibattito pubblico sull’islam da quello sulla dimensione multiculturale e multireligiosa della società italiana. L’islam non è un caso a sé ma è un tassello – e tra i più importanti – di un mosaico di presenze che deve essere considerato nel suo insieme. Di più: il riconoscimento dei diritti che la Costituzione garantisce all’islam non è un problema dei musulmani italiani, ma tema della libertà religiosa e quindi della democrazia e del pluralismo del nostro Paese. Va quindi combattuta la tendenza a considerare la questione islamica come un «caso a parte», da affrontare con strumenti specifici e distinti rispetto a quelli con i quali lo Stato regolamenta i suoi rapporti con altre comunità di fede. Strumenti quali le «consulte», i «comitati» ministeriali per l’islam non possono che essere strumenti transitori che però devono condurre a un pieno riconoscimento nelle forme costituzionali. Certo, se si pensa che dal primo progetto di legge in materia di libertà religiosa abrogativo delle leggi del ’29 e del ’30 sono passati ventun anni, non vi è ragione di nutrire particolare fiducia sulla sensibilità della classe politica nazionale. Né incoraggiano i minimi e contraddittori passi in avanti delle Intese con le confessioni non cattoliche: desta preoccupazione ad esempio che a fronte di qualche progresso (minimo) delle Intese con apostolici, ortodossi e mormoni non si registri nessun movimento sul fronte di quelle con induisti, buddhisti e testimoni di Geova. Due pesi e due misure a seconda del gradimento politico o ecclesiastico delle varie confessioni? La questione islamica, concludendo questa prima riflessione, è quindi il nodo della libertà religiosa in Italia.

Un secondo tema del convegno è stato il ruolo delle comunità e delle organizzazioni islamiche nella società italiana: moschee e centri di preghiera sono davvero luoghi pregiudizialmente sospetti, avvolti da nebbie dietro le quali possono trovare facile protezione fondamentalismi di ogni genere e tipo? Ricerche e rapporti accreditati scientificamente dimostrano che la situazione è ben diversa rispetto alle raffigurazioni allarmistiche che finiscono per alimentare pregiudizio e islamofobia. Al contrario i centri islamici potrebbero essere importanti terminali di un’azione sociale orientata all’integrazione, alla convivenza e alla partecipazione civica. E non sarebbe niente di strano né di diverso rispetto alle linee guida che da anni si vanno elaborando in sede europea. Sempre che i Paesi Ue vogliano adottarle e che l’Unione stessa continui a svolgere un ruolo effettivo nel tempo della sua massima crisi di autorevolezza ed efficacia politica.

In questa prospettiva il problema vero non è impedire o contenere la proliferazione delle moschee – violando così un fondamentale principio costituzionale – ma riconoscere la loro presenza e costruire misure di dialogo e cooperazione per promuovere partecipazione, dialogo, cultura dei diritti e dei doveri civici.

Terzo ed ultimo tema ricorrente nei vari interventi è stato quello delle relazioni tra le diverse strutture dell’islam italiano. Il convegno di Confronti è riuscito a mettere attorno allo stesso tavolo almeno quattro componenti del mosaico islamico in Italia, certamente le più significative e rilevanti: il Centro islamico culturale d’Italia che gestisce la Grande moschea di Roma, l’unico ad avere un riconoscimento giuridico; l’Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii); la Comunità religiosa islamica (Coreis) e, infine, alcune personalità indipendenti che costituiscono un islam laico e non strutturato ma molto rilevante sul piano dell’azione culturale e del dibattito pubblico. E ognuno di questi gruppi era rappresentato al livello più alto: un piccolo miracolo diplomatico reso possibile dall’autorevolezza con cui in tutti questi anni Confronti ha saputo conquistare nel campo del dialogo tra le culture e le religioni.
È ben noto che i rapporti tra queste componenti dell’islam italiano sono complessi e talvolta conflittuali a causa di una competizione per l’egemonia che ciascun raggruppamento vorrebbe esercitare sugli altri. È quindi una «notizia» che durante il convegno si sia colto uno spirito nuovo di attenzione reciproca e persino qualche accenno di autocritica rispetto alla rigidità di alcuni comportamenti del passato o della fissità di alcune inossidabili leadership che hanno rallentato un necessario e fisiologico rinnovamento delle dinamiche interne. Prove tecniche di dialogo intra-islamico, potremmo dire, che danno la misura di un cambiamento che è sotto gli occhi di tutti noi. Quanto accade in vari Paesi arabi apre processi politici e culturali che hanno delle ripercussioni anche nel campo specificatamente religioso, sia nei Paesi arabi che in quelli di immigrazione e quindi anche in Europa e in Italia. L’esito di questi processi non è affatto scontato ma è chiaro che antichi equilibri si sono rotti, che vecchie rappresentanze sono uscite di scena e che nuovi protagonisti sono scesi in campo. Tutto questo cambia anche l’islam nei Paesi di immigrazione ed è sotto questa luce che bisogna leggere le nuove «prove di dialogo» registrate nel convegno di Confronti. Dopo anni di campagne islamofobiche qualcosa si muove all’interno della comunità islamica ed attorno ad essa. Battere il ferro finché è caldo, perché il tema non è l’affare di nicchia di una minoranza religiosa ma questione centrale dell’Italia multireligiosa e multiculturale che si sta faticosamente costruendo.

Questo convegno potrebbe essere l’ultimo che Confronti organizza. Il direttore Gian Mario Gillio ha voluto sottolineare quanto sia necessario e prioritario che il nostro mensile possa proseguire, oltre al lavoro editoriale, anche quello culturale, entrambi messi a serio rischio da una crisi economica che la rivista sta attraversando. «Tre mesi per salvare Confronti», titolava infatti l’editoriale di ottobre e oggi i mesi sono diventati due. Mi unisco con forza all’appello del direttore affinché tutti possano dimostrare la loro vicinanza ad un’esperienza editoriale che ha sempre fatto del pluralismo e della laicità il proprio punto di forza.

Paolo Naso

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