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Mondo arabo. Maledetta primavera?

by redazione

In Egitto la transizione verso la democrazia è guidata da un generale che è stato per 20 anni al fianco di Mubarak, mentre in Libia si festeggia la fine della dittatura, ma le modalità della cattura e dell’esecuzione di Gheddafi aggiungono dubbi sull’operato «umanitario» della Nato e sul futuro del Paese.

A nove mesi dalla caduta di Mubarak, la situazione sociale e politica in Egitto è ancora molto incerta. Il governo del Paese è in mano al Consiglio supremo delle forze armate, che si è attribuito il compito di guidare la fase di transizione politica con l’organizzazione delle elezioni di un parlamento e di un presidente espressione della volontà popolare e non «eletti» dal regime, come accadeva in passato. E ciò non accadeva solo nell’era di Mubarak.

La giunta militare, tuttavia, non è mai stata del tutto estranea al quadro politico instaurato dall’ex regime. Alla guida del Consiglio supremo delle forze armate risiede il generale Mohamad Tautawi che, all’epoca di Mubarak, ha svolto l’incarico di ministro della Giustizia per 20 anni. Era quindi anche lui un uomo dell’ex regime dittatoriale. Come può questo generale guidare la transizione verso la democrazia? È un enorme paradosso che getta seri dubbi sul futuro politico dell’Egitto post rivoluzione.

L’Egitto tra i militari e gli islamisti

Oggi, di fatto, l’esercito è il padrone del Paese. Lo era anche in passato: Mubarak in effetti era una sua massima espressione. La destituzione del rais è avvenuta non con un colpo di Stato militare, come di solito succede nei paesi africani, ma con una rivoluzione pacifica. E subito dopo l’esercito ha preso in mano il «governo» del Paese e sta stabilendo le nuove regole del gioco politico. Ha imposto al popolo, con uno pseudo referendum, una Costituzione già esistente, portando qualche lieve modifica; ha continuato a mantenere lo stato di emergenza, che era invece una delle principali rivendicazioni del popolo di piazza Tahir, che chiedeva a voce alta di abolirlo.

È stato l’esercito a stabilire le regole e le condizioni per lo svolgimento delle prossime elezioni legislative nel Paese: regole e condizioni che penalizzano i piccoli movimenti e partiti e favoriscono da un lato il ritorno – dalla finestra – degli uomini del partito dell’ex regime e, dall’altro lato, la crescita del movimento dei Fratelli musulmani che conta seguaci e simpatizzanti anche all’interno dell’esercito.
A tal riguardo, non a caso uno dei provvedimenti presi dall’attuale giunta militare è stato la conferma della sharia come legge dello Stato e l’islam come religione di Stato. In passato fu il presidente Anwar Sadat (un militare) ad introdurre un nuovo articolo (il n. 2) che sanciva la sharia come fonte principale della legge del Paese.

I militari, con queste loro manovre, non solo intendono mantenere il potere ma pensano di usare la religione come strumento di legittimazione di tale potere. La preoccupazione degli egiziani – quelli che hanno fatto la rivoluzione – è che al posto del dittatore Mubarak si instauri una specie di dittatura militare con una copertura religiosa: una «militocrazia».

A conferma di tale preoccupazione è l’avvicinamento che si è verificato negli ultimi mesi tra l’esercito e il movimento dei Fratelli musulmani: quest’ultimo in passato era un fervente oppositore del regime, che l’aveva messo al bando sin dal 1945 e aveva perseguitato per decenni i suoi membri.

Oggi questa implicita intesa è favorita anche dal fatto che il movimento islamista è in fase di sdoganamento politico da parte delle diverse potenze occidentali, le quali stanno costruendo «nuove» alleanze per riprendere il controllo del mondo arabo dopo le due prime «famigerate» rivoluzioni arabe (tunisina ed egiziana).

In questo quadro complesso, si inserisce la vicenda triste e drammatica dei copti ortodossi massacrati dai militari durante la manifestazione di domenica 9 ottobre al Cairo. Quel giorno i soldati, con una violenza estrema – che ha causato decine di morti e centinaia di feriti, in maggioranza copti – hanno voluto mostrare agli egiziani che è l’esercito che comanda. È stata una dimostrazione di forza a danno di una minoranza politicamente poco influente. I copti, che costituiscono la più numerosa comunità cristiana nel Medio Oriente, nonostante siano egiziani a tutti gli effetti (copto in greco significa «egiziano»), godono di minori diritti rispetto agli altri egiziani musulmani, soprattutto nella sfera religiosa.

Le leggi in vigore in materia di culto sono restrittive per i copti e ostacolano, ad esempio, la costruzione e la manutenzione delle loro chiese. Nella manifestazione di domenica 9 ottobre, i copti ortodossi, oltre a protestare contro l’attacco incendiario a danno di una loro chiesa nella provincia di Assuan, rivendicavano – davanti alla sede centrale della tv di Stato, dove si sono verificati gli scontri – libertà e uguaglianza per i cristiani come per i musulmani. La risposta a tale manifestazione pacifica è stata un’estrema violenza da parte dei soldati. Ma a dar man forte all’esercito sono stati i gruppuscoli di fanatici musulmani legati al movimento salafita. Tale movimento considera i cristiani dei miscredenti da reprimere e da cacciare dal Paese (loro). I salafiti in effetti rivendicano il ritorno all’islam di 1400 anni fa e chiedono l’instaurazione di uno stato teocratico e la sottomissione dei non musulmani allo statuto di «dhimmi».

In questa fase incerta della vita politica e sociale in Egitto la minoranza cristiana copta costituisce uno degli anelli più deboli, è facilmente attaccabile. Essi costituiscono il 10% della popolazione e rischiano di essere l’agnello sacrificale per la messa in piedi di un regime che possa prima di tutto garantire gli interessi a chi controlla geopoliticamente il Medio Oriente, ovvero gli americani. Quando gli Usa invasero l’Iraq nel 2003, i cristiani iracheni sono stati perseguitati dai fanatici di Al Qaeda e di altri gruppi e ignorati dal regime «democratico» imposto dagli americani. Oggi circa 400mila iracheni cristiani vivono in esilio. Lo stesso fenomeno sta accadendo con i copti: da marzo scorso ad oggi, 100mila copti hanno lasciato il Paese perchè hanno paura per la loro vita e il loro futuro. È una paura giustificata da quella che sembra la prospettiva verso la quale viene trascinato il Paese, che non è di sicuro la via che porta alla democrazia e alla libertà di coscienza. Quella democrazia acclamata a Piazza Tahir da giovani e meno giovani, da musulmani e cristiani insieme; piazza nella quale i musulmani avevano celebrato le loro preghiere del venerdì con la presenza dei cristiani e i cristiani avevano celebrato le loro messe domenicali circondati dai musulmani che li proteggevano. Nei sermoni degli uni e degli altri la parola d’ordine era «democrazia». Insieme sono riusciti a cacciare il dittatore ma non il regime che era dietro e che ora si sta riposizionando appoggiandosi a vecchie alleanze – gli Usa in primis – e creando nuove alleanze, in particolare quella con gli islamisti, i quali a loro volta hanno intrapreso una nuova fase di collaborazione con le grandi potenze del mondo perche è l’unico modo possibile per giungere al gradino più alto del potere. I gruppi fondamentalisti islamici hanno capito che senza il benestare degli Stati Uniti non arriveranno mai al potere. E gli Usa non hanno assolutamente nessun problema ad allearsi con i fanatici islamici per garantire la propria egemonia sul mondo islamico. In effetti l’alleato più importante del mondo arabo è il regime saudita, che con i cristiani non va tanto per il sottile. Ma la tutela delle minoranze – nonostante ciò che racconta il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon che, in seguito alla tragedia del 9 ottobre scorso, aveva esortato il regime a «garantire la protezione dei diritti dell’uomo e delle libertà per gli egiziani di tutte le confessioni» – è sempre stato un dettaglio di fronte ai giganteschi interessi che gli Usa hanno da difendere in quella «maledetta» parte del mondo.

La Libia finalmente colonizzata

Mentre in Egitto i protagonisti della rivolta del 25 gennaio cercano con mezzi pacifici di scongiurare la «confisca» della loro rivoluzione da parte dell’esercito e il ritorno ad un «rinnovato» regime antidemocratico, la Libia «festeggia» la fine di una dittatura durata più di 40 anni. Gheddafi è stato catturato e ucciso dai ribelli. Le modalità della sua cattura e della sua esecuzione, come dimostrano le immagini e i filmati raccapriccianti che hanno fatto il giro del mondo, aggiungono ulteriori dubbi sull’operato «umanitario» della Nato e rafforzano le incertezze sul futuro della Libia, un’altra vittima di una guerra coloniale.

Gheddafi era un tiranno molto diverso dai sui colleghi arabi ancora al potere. Sapeva che non aveva più speranze di vincere; aveva la possibilità di scappare in Africa subsahariana o in America Latina, come hanno fatto alcuni suoi familiari in piena guerra. Ma è rimasto. Voleva morire nella sua città natale e dimostrare al mondo intero che non era un dittatore vigliacco come Ben Alì. Voleva morire da eroe di fronte alla sua tribù di origine e di fronte a tutti coloro che lo hanno sostenuto. In un testamento, scritto tre giorni prima della sua morte, Gheddafi aveva dichiarato: «Se dovessi essere ucciso, vorrei essere sepolto secondo i riti musulmani… Invito i miei sostenitori a continuare la resistenza e a combattere qualsiasi aggressore straniero della Libia, oggi, domani e sempre… I popoli liberi del mondo sappiano che avrei potuto contrattare e svendere la nostra causa in cambio di una vita personale sicura e stabile. Ho ricevuto molte offerte in questo senso, ma ho scelto di essere all’avanguardia del confronto come simbolo del dovere e dell’onore… Anche se non vinceremo subito, daremo una lezione alle generazioni future che la scelta di proteggere la nazione è un onore e la sua svendita è il più grande tradimento che la storia ricorderà per sempre…».

La dinamica della morte e i misteri che la circondano rischiano di fare di lui un martire e trasformarlo da dittatore a uomo simbolo di riferimento in una guerra tribale e civile contro i «libici traditori che hanno consegnato la Libia all’Occidente». Nel prossimo futuro, con molta probabilità, quella parte della popolazione fedele al dittatore si riorganizzerà per vendicare il «martire» e così la Libia entrerà nella fase più acuta della guerra civile che riporterà il Paese verso nuove forme di dittatura.

In tal senso, desta molta preoccupazione il ruolo che sta svolgendo il Consiglio nazionale di transizione (Cnt). In questi 8 mesi di guerra civile, tutti i dubbi espressi sul Cnt e sulla sua compatibilità con la volontà del popolo libico che vuole vivere nella democrazia, si sono consolidati ulteriormente.

L’8 ottobre scorso, in occasione di una visita a Tripoli del ministro della Difesa italiano Ignazio La Russa, il presidente del Cnt, Abdel Jalil, aveva dichiarato che il periodo più bello della Libia è stato quando il Paese era sotto il controllo del governo fascista italiano. A sorpresa di molti, compreso La Russa, che di fascismo se ne intende, Mustafa Abdel Jalil ha definito il colonialismo italiano come «un periodo in cui si cercava lo sviluppo, in cui c’era giustizia, i processi erano equi, diversamente che sotto Gheddafi».

La data della visita del ministro La Russa non era casuale. Cento anni fa, il 5 ottobre 1911, l’esercito italiano invase Tripoli. In quel periodo c’era una canzone che andava per la maggiore per omaggiare il patriottismo italiano e la conquista della Libia: «Sul mar che ci lega con l’Africa d’or, la stella d’Italia ci addita un tesor. Ci addita un tesor! Tripoli, bel suol d’amore, ti giunga dolce questa mia canzon! Sventoli il tricolore sulle tue torri al rombo del cannon! Naviga, o corazzata: benigno è il vento e dolce la stagion. Tripoli, terra incantata, sarai italiana al rombo del cannon!» («Tripoli, bel suol d’amore»).

L’invasione di Tripoli diede il via a 30 anni di colonialismo sul campo, che aveva raggiunto il suo massimo vigore durante il periodo fascista. Nel 1930, circa 100mila libici della Cirenaica furono deportati nei campi di concentramento, mentre l’aviazione italiana bombardava i villaggi di questa regione con armi chimiche. E nel 1937 Mussolini si proclamò «Protettore dell’islam» in Libia. Inoltre, lo stesso Abdel Jalil, durante la cerimonia di proclamazione della «liberazione» della Libia, il 23 ottobre scorso, ha dichiarato che la sharia sarà la fonte principale della legge e della Costituzione.

Come è pensabile, allora, che un personaggio come Adel Jalil (e la sua cricca) possa guidare la transizione verso la democrazia, visto che da un lato elogia il fascismo italiano e dall’altro intende imporre la sharia come legge dello Stato – senza, tra l’altro, chiedere il parere dei libici, procedura tipica di chi non è abituato a vivere e praticare la democrazia – quando sappiamo che né l’ideologia fascista né la teocrazia «alla saudita» sono compatibili con la democrazia?

Questo interrogativo non preoccupa di sicuro chi ha auspicato, progettato e messo in azione la guerra in Libia, ovvero gli Usa/Nato che di fatto sono i veri mandanti dell’esecuzione sommaria di Gheddafi, in barba alla risoluzione 1973 dell’Onu, organo che ancora una volta si dimostra un semplice notaio delle volontà delle potenze imperiali. A loro non importa che il regime che si instaurerà sarà fascista o sarà guidato dai fondamentalisti islamici e quindi non importa loro la democratizzazione della Libia. A loro importa soprattutto impossessarsi delle sue ricchezze e usare il suo suolo come base militare per rafforzare, estendere e controllare la regione e lasceranno i libici farsi la guerra tra di loro per chissà quanti anni come hanno già fatto in Iraq.

Gheddafi per molti aspetti assomigliava a Saddam: entrambi erano nemici delle potenze neocoloniali ed entrambi hanno fatto una brutta fine. E il rischio che la Libia, il Paese più sviluppato dell’Africa, faccia la stessa fine dell’Iraq – che era il Paese più prospero del mondo arabo – è più che probabile.

Mostafa El Ayoubi

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