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Informazione. Un viaggio nella stampa ebraica in Italia

by redazione

Il Centro di documentazione ebraica contemporanea ha curato una mostra dal titolo «Una storia di carattere. 150 anni di stampa ebraica in Italia». Sono oltre cento le testate espresse da questa realtà nel corso del tempo. Abbiamo ascoltato il parere dei direttori di quattro importanti giornali del mondo ebraico.

Hanno idee e priorità diverse, m a i quattro direttori dei giornali ebraici ai quali ci siamo rivolti almeno su una cosa sono d’accordo: l’esposizione della minoranza ebraica sui media nazionali è sproporzionata ai suoi numeri reali. Per qualcuno è motivo di orgoglio, per altri di perplessità, dipende anche dalla localizzazione geografica della testata.

Ma è bene cominciare dall’inizio: in oltre cento anni la minoranza ebraica italiana ha espresso oltre cento testate. Complice il 150esimo anniversario dell’unità, una bella mostra a cura del Centro di documentazione ebraica contemporanea svoltasi a primavera ne ha dato conto con il titolo significativo «Una storia di carattere. 150 anni di stampa ebraica in Italia». Purtroppo manca un catalogo, ma dall’esposizione emerge con forza quanto gli ebrei italiani abbiano discusso, raccontato e litigato sulla «propria» stampa periodica. Gli argomenti sono, da sempre, i più vari: dalle grandi questioni di attualità politica e culturale alla cronaca della vita delle comunità, dagli approfondimenti sulla tradizione e le feste ebraiche al sionismo prima e alla vita dello stato di Israele poi. Struggenti i primi numeri del dopoguerra, che danno conto dei primi elenchi di nomi di deportati tornati in Italia e gli elenchi di coloro che sono scomparsi e di cui ancora non si ha notizia. Ci vorranno un paio di anni perché emerga con chiarezza quanto accaduto. Le testate di rilievo nazionale sono prima della guerra il settimanale Israel poi la Rassegna mensile di Israele, periodico, oggi semestrale, di alta cultura.

La prossima primavera entrerà in vigore il nuovo statuto dell’ebraismo italiano, un cambiamento radicale con una sorta di parlamento molto ampio ed un esecutivo ristretto. Cambieranno le modalità di elezione e la rappresentanza che ne verrà fuori sarà composta in modo diverso. Per verificare i nuovi orientamenti culturali e politici che emergeranno è necessario aspettare, ma intanto ci siamo rivolti ai direttori di quattro testate per raccontare quale ebraismo giungerà a questa nuova assise. Anche oggi le testate ebraiche sono più di quelle rappresentate in queste righe ma, dovendo scegliere, si è scelto quelle che ci sembrano più significative.

Per Fiona Diwan, direttore da alcuni anni del mensile Bollettino della Comunità ebraica di Milano (a cui si accompagna una newsletter settimanale e il sito Mosaico.it, un nome che vale, si immagina, nella sua duplice accezione: da un lato aggettivazione da Mosé, dall’altro il sostantivo che utilizza tante tessere diverse per comporre un’immagine): «Da un punto di vista demografico l’ebraismo italiano è agonizzante. I numeri sono sconfortanti e la leadership, sia quella laica che i rabbini, non riescono a dare risposte a questa moltitudine di ebrei che si allontanano. Per quel che riguarda la realtà ebraica milanese, ci sono dei segni di miglioramento in questi ultimi anni».

Più cauto è Giacomo Kahn – direttore di Shalom, mensile ebraico di informazione e cultura, edito dalla Comunità di Roma, a cui si accompagna una versione online e che nel numero di novembre si è occupato anche della crisi di Confronti: «L’ebraismo italiano – spiega Kahn – è numericamente fragile e ha bisogno di essere più attento allo studio della propria tradizione. Non si può continuare a citare Ernesto Nathan (sindaco di Roma all’inizio del secolo scorso) o Tullia Zevi. Sono stati personaggi importanti, ma è un credito che rischia di esaurirsi se non si continua a crescere culturalmente».

A introdurre un altro elemento e a mettere i piedi nel piatto non a caso è Anna Segre – direttore di Ha Keillah, bimestrale ebraico torinese organo del «gruppo di studi ebraici», unico giornale indipendente, il cui editore quindi non è una Comunità ebraica: «A che prezzo salvare l’unità dell’ebraismo italiano è una vera sfida. Il nostro slogan è sempre stato: due ebrei, tre opinioni, una comunità. Per questo mi sembra che paventare delle scissioni sia inutile e rischia piuttosto di essere inutile o addirittura dannoso. I numeri non lo consentono». Uno dei fantasmi dei quali la stampa ebraica ha difficoltà a parlare sono i nuovi gruppi dell’ebraismo riformato che oramai da anni sono presenti in Italia. Le istituzioni dell’ebraismo italiano (le singole Comunità e l’Unione nazionale) appartengono infatti alla tradizione ebraica ortodossa – il nome in italiano fa pensare giustamente al rigore nell’attaccamento ai precetti della Torah, il Pentateuco, libro, legge e rivelazione dell’ebraismo, ma si tratta anche di una definizione tradizionale. Esistono infatti vari tronconi dell’ebraismo che differiscono robustamente gli uni dagli altri per le diverse modalità di interpretazione del testo biblico e degli obblighi che ne discendono ma la millenaria presenza sul territorio italiano e il suo essere marginale rispetto alle grandi discussioni dell’ebraismo ha tenuto fino ad ora l’ebraismo italiano al riparo da divisioni traumatiche che invece hanno spaccato l’ebraismo a partire dalla metà dell’Ottocento. A dire il vero però mancano i dati per comprendere se il calo demografico dell’ebraismo italiano tradizionale, quale lo si evince dal calo degli iscritti alle Comunità, sia dovuto al nuovo emergere di gruppi ebraici conservativereform piuttosto che alla più generale secolarizzazione che investe l’intera società italiana. Chi scrive propende per la seconda ipotesi ampliata dal rinnovato rigore da parte del rabbinato che crea spaesamento in un ebraismo italiano ortodosso nella forma ma robustamente assimilato al Paese nei comportamenti quotidiani (dall’osservanza rigorosa delle regole alimentari a quella del riposo sabbatico). «Una strada – prosegue Anna Segre – potrebbe essere salvare l’ortodossia formale accettando però delle modalità che consentano di rimanere tutti insieme». Per lei «il pluralismo non è un’opzione che salva comunque: con i nostri scarsissimi numeri una scissione è un rischio che potrebbe creare più problemi di quanti ne risolva».

Per i direttori dei giornali delle due comunità più grandi, Roma e Milano, parlare dei riformati – come vengono sbrigativamente definiti – è più complicato: «Non c’è dubbio che è un problema – commenta Fiona Diwan – il mondo reform che avanza, come quello degli ebrei lontani dalle istituzioni, hanno bisogno di essere raccontati». «Sta a me, come direttore – interviene Giacomo Kahn – consentire a chi vuole sollevare i temi di poterlo fare liberamente. Le pagine che il giornale dedica alle lettere sono parecchie, e sono anche tra le più lette, dopodiché – conclude pragmatico – la linea del giornale è quella che detta l’editore, cioè la comunità ebraica di Roma che è ortodossa. Nel mio lavoro però mi sono occupato di temi ebraicamente scottanti, dal dibattito sui Dico all’omosessualità, anche con voci dissonanti riguardo anche alla realtà israeliana».

Tutt’altro approccio ha Guido Vitale, che del rischio di scissioni preferisce non parlare; d’altro canto, la testata che dirige rappresenta la vera novità di questi ultimi anni: Pagine ebraiche – il giornale dell’ebraismo italiano è un nuovo mensile nazionale realizzato dall’Unione delle Comunità ebraiche italiane. Proprio il sottotitolo perentorio (sarà forse quell’articolo determinativo) e il fatto che sia l’unico finanziato con i fondi dell’Otto per mille ha suscitato non poca maretta. L’ipotesi di un’unica testata nazionale ha creato infatti il timore di un «pensiero unico», molto malvisto in una realtà tanto composita, anche se Vitale ci tiene a sottolineare che il suo giornale è nuovo e non occupa lo spazio di altre testate: «Esistono molti italiani che non sono iscritti a una comunità ebraica – riflette Vitale – ma che si percepiscono come legati a questo mondo: dialogare con loro è la sfida che la minoranza ebraica deve raccogliere per la propria sopravvivenza. Non abbiamo il dovere di essere tanti numericamente, abbiamo il dovere di essere noi stessi. Di essere giornalisti ebrei italiani senza complessi e senza retropensieri. E di portare nel nostro lavoro di giornalisti la gioia e l’entusiasmo che derivano dai valori e dalle tradizioni che abbiamo ricevuto in dono dalle generazioni precedenti e di cui siamo testimoni».

Il mensile è composto da diversi dorsi – all’interno c’è anche «Italia ebraica, voci dalle comunità», che si occupa di cronaca comunitaria, e «Dafdaf, il giornale ebraico dei bambini – e la redazione cura anche il sito Moked.it e una newsletter quotidiana. «La cosa che ci preme di più – prosegue Vitale – è come la minoranza ebraica venga percepita dalla società italiana e questo per due motivi: da un canto, ovviamente, da questo deriva la nostra sicurezza e il nostro benessere, ma ne deriva anche la raccolta dell’Otto per mille o comunque la nostra possibilità di raccogliere risorse. La minoranza ebraica in Italia deve sviluppare la propria capacità di costruire relazioni con il mondo esterno. Una minoranza così piccola in una società tanto grande non può chiudersi in una sorta di autosufficienza: abbiamo molto da offrire alla società esterna ed essa ha molto da cogliere. Mi sforzo di fare dei giornali che possano essere utili agli ebrei italiani, ma dove si possano a sentire a proprio agio anche i non ebrei che guardano con interesse ai valori e alle vicende degli ebrei italiani. Giornali che abbiano una maggioranza di lettori non ebrei. È difficile definire un ambito di interessi o di argomenti, poiché l’universo della cultura ebraica è composto da settori che sono trasversali a tanti e diversi aspetti della vita e della cultura: dalla cultura in senso lato alla scienza alla tecnologia, allo sport. È evidente che guardiamo con forte interesse, e cerchiamo di raccontare, la realtà dello stato d’Israele, fortemente distorta da media che vorrebbero ingabbiare un mondo molto complesso e contraddittorio esclusivamente attraverso il conflitto in atto in Medio Oriente. Si tratta di smontare questa visione di Israele, perché Israele è ben altro ed è molto di più. Come riteniamo di rilievo la difesa della Memoria della Shoah. Ma circoscrivere la minoranza ebraica solo attraverso questi due nodi è molto limitante e significa assecondare un processo strumentale mosso dai media della cultura dominante. È fondamentale mostrare che la società ebraica italiana non ha solo un passato, ma anche un futuro».

«Dopo la nascita del giornale nazionale ci siamo posti il problema se tenere in vita Ha Keillah – commenta a distanza Anna Segre – ma poi ci siamo detti che il nostro giornale permette un confronto che altrimenti non ci sarebbe. Noi diamo un peso particolare alle vicende piemontesi e torinesi, ci occupiamo dei personaggi della Resistenza in Piemonte e poi c’è un altro aspetto: noi siamo un giornale autofinanziato e possiamo quindi avere le mani libere, possiamo essere platealmente schierati e prendere delle posizioni politiche. In passato le questioni fondamentali sono state due: la netta contrarietà al governo Berlusconi, pensando che alcuni dei suoi atti politici violavano dei principi specificatamente ebraici: l’importanza della giustizia, l’attacco alla scuola pubblica e alla libertà di stampa. La battaglia che abbiamo sempre condotto è che non si possono vendere i principi dell’ebraismo in nome di una ostentata solidarietà ad Israele. Quanto ad Israele, noi riportiamo le posizioni di quelle forze che in Israele lavorano per la pace e il principio «due popoli, due stati». Ultimamente io cerco di darmi la regola di offrire il maggior spazio possibile ai collaboratori israeliani che magari non hanno tutto questo spazio nei media ebraici. D’altro canto un giornale ebraico dichiaratamente di sinistra è una cosa di cui c’è bisogno sia per ciò che riguarda la politica italiana sia Israele».

Nel guardare alla realtà ebraica italiana vi sono per Giacomo Kahn motivi di soddisfazione tali che avrebbe preferito iniziare la nostra conversazione parlando di questi: «L’ebraismo italiano – spiega – è una voce ascoltata all’interno della società civile e delle istituzioni e non solo per quanto riguarda la tutela della memoria o la preoccupazione nel contrastare il negazionismo e le derive razziste ma anche sui temi di riflessione collettiva della società, come le questioni di fine vita, dei trapianti, il tema, drammatico, dell’eventuale o meno alimentazione forzata. Non è un caso che rav Riccardo Di Segni, il rabbino capo di Roma, sia vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica. A noi non mette paura la diversità delle opinioni, per esempio l’ebraismo italiano ha sempre sostenuto che bisognerebbe poter organizzare molte più moschee e offrire a tutti il diritto di pregare. Diverso è il problema di cosa venga detto all’interno delle moschee. Un altro punto di forza, più recente, è la rinnovata partecipazione politica dell’ebraismo: c’è stata una lunga cesura a causa delle leggi razziali che avevano creato disaffezione verso la politica e le sue istituzioni, da una decina di anni a questa parte, invece, ci sono dei nuovi giovani deputati che fanno del loro ebraismo un elemento di ricchezza e partecipazione al dibattito, anche su argomenti legati al diritto di Israele a vivere. Così come ci sono tanti giovani che sono entrati dal basso nella vita dei partiti anche in schieramenti contrapposti».

Fiona Diwan riflette con particolare attenzione sulla realtà ebraica milanese della quale si occupa il suo giornale: «Il Bollettino deve essere il riflesso di una koinè multipla. La nostra comunità è formata da tanti gruppi diversi: l’ebraismo italiano e quello ashkenazita ma anche quello libanese, iraniano, turco, egiziano, quasi tutti gruppi immigrati in Italia nel dopoguerra. Ciascuno ha le proprie sinagoghe, i propri Talmud Torah (corsi di formazione religiosa) e organizza i propri incontri serali. Vi è un gruppo francofono di origine siriana e libanese che, pur risiedendo in Italia da molti anni, continua a svolgere le proprie iniziative in francese. Alcuni di questi hanno delle scuole diverse da quelle della Comunità. Ma se ognuno si arrocca sul proprio Aventino non si va da nessuna parte e chi dice che è necessario stare uniti chiacchiera e basta. In un contesto così frammentato, la Comunità sta cercando di porsi come organismo super partes e si assiste ad un moltiplicarsi di occasioni di incontro trasversali intorno a temi di carattere generale che divengono anche occasioni di avvicinamento delle persone lontane, anche per quegli ebrei distanti che magari si sono rivolti in passato alla Comunità senza trovare interlocutori disponibili. È presto per dire se questo inciderà sulla demografia dell’ebraismo italiano, ma penso che sia almeno una strategia».

«Uno dei maggiori punti di debolezza – spiega Giacomo Kahn, analizzando le criticità – è un’eccessiva litigiosità che, in parte, è anche il frutto degli atteggiamenti provenienti dagli schieramenti politici nazionali che si riverberano anche nelle comunità ebraiche. È importante però avere presente che all’interno del mondo ebraico il riflesso della politica nazionale non si riproduce in modo esattamente speculare. È anche vero che l’esposizione che ebraismo italiano ha sui media nazionali è sproporzionata ai suoi reali numeri. Però nasce da una richiesta per così dire “esterna”: si chiede di essere presente su alcune questioni e questo mette in condizione di apparire». Il problema dell’eccessiva esposizione dell’ebraismo riguarda però soprattutto la realtà ebraica romana, perché vicina – e non solo fisicamente – ai palazzi della politica. «A Milano – spiega Fiona Diwan – questo problema non si pone. A volte parla il presidente della Comunità Roberto Jarach e il vicepresidente Daniele Nahum , radicale, che si è battuto come un leone affinché non passasse la norma che vietava la macellazione rituale ebraica o musulmana». Anche in vista della futura assise primaverile Anna Segre esprime la sua perplessità: «Sarebbe bene evitare il rischio che chi ottiene il quarantacinque per cento dei voti a Roma, anche se è la più numerosa comunità ebraica italiana, divenga nei fatti il rappresentante politico degli ebrei italiani».

Lia Tagliacozzo – dicembre 2011

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