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Più di Tremonti ci affossa Monti

by redazione

«Credevamo, sbagliando, che il governo dei tecnici fosse rispettoso delle regole, invece proprio il governo Monti ci ha colpito alle spalle, con un taglio retroattivo, costringendoci all’estremo atto della liquidazione coatta amministrativa. Senza un intervento di palazzo Chigi, senza un rifinanziamento del Fondo per l’editoria questa volta non ce la possiamo fare». 

Rangeri dirige il quotidiano «il manifesto».

Provate a pensare una media azienda di settanta dipendenti, con un’attività quarantennale, orgogliosa della sua specializzazione in prodotti di buona qualità. Un’impresa che organizza il suo bilancio calcolando nelle entrate una quota del 23%. Improvvisamente, qualcuno cancella, sottrae, ruba dai fondi predisposti per chiudere il bilancio proprio quel 23%, azzerando così la continuità aziendale e dunque provocando la chiusura della fabbrica. È quel che sta succedendo al manifesto con il taglio ai fondi dell’editoria, un provvedimento con cui il governo è intervenuto sul nostro bilancio: non su quello dell’anno in corso, non su quello del 2013, ma su quello del 2011, cioè su soldi già spesi.

Credevamo, sbagliando, che il governo dei tecnici fosse rispettoso delle regole, invece proprio il governo Monti ci ha colpito alle spalle, con un taglio retroattivo, costringendoci all’estremo atto della liquidazione coatta amministrativa. Senza un intervento di palazzo Chigi (pubblicamente auspicato dal presidente Napolitano), senza un rifinanziamento del Fondo per l’editoria questa volta non ce la possiamo fare. Naturalmente l’indifferenza del governo verso la libertà d’informazione non è né una stravaganza bocconiana né un fulmine a ciel sereno. Tutto il contrario: Monti prosegue il lavoro di Tremonti e il cielo dell’informazione è oscurato da nubi minacciose. Il giornale è considerato una merce come le altre, l’informazione come un prodotto che nulla ha a che vedere con la democrazia. La legge che deve guidare notizie, inchieste e opinioni è quella del mercato e del profitto. Ma il mercato chi l’ha visto? Siamo in un libero mercato quando la televisione (pubblica e privata) mangia più del 50 per cento della torta pubblicitaria e alla stampa restano le briciole, quando tra tv e giornali in Italia c’è un rapporto esattamente rovesciato rispetto alla distribuzione pubblicitaria negli altri Paesi occidentali?

Oltretutto noi giornali in cooperativa e non profit siamo assimilati ai Lavitola, ai truffatori di denaro pubblico, siamo buttati nello stesso calderone dei Caltagirone, degli Angelucci, foraggiati dal Fondo come specchiati editori. Il vento dell’antipolitica e il dilagare del malaffare ci colpiscono doppiamente e pesantemente in un momento di recessione economica e massima sfiducia nei partiti. Andare controcorrente, spiegare che non siamo editoria assistita è difficilissimo. Eppure tutti i giornali, a cominciare dai grandi come Corriere della sera e Repubblica, godono di finanziamenti pubblici indiretti sotto forma di agevolazioni pur avendo alle spalle gruppi finanziari, industriali e banche che ogni anno ripianano i deficit di bilancio. Ma chi non vuole padroni né vuole speculare o fare profitti sul giornalismo ha, o dovrebbe avere, un editore pubblico che interviene dove il finto mercato non può arrivare. E per questo principio ci siamo battuti, negli anni Ottanta, ottenendo l’istituzione del Fondo.

Il manifesto, come ha sempre fatto in questi quarant’anni, sta già combattendo con tutte le forze quella che potrebbe essere l’ultima battaglia. I lettori ci sono vicini, ci sostengono abbonandosi, sottoscrivendo, dandoci tutto l’ottimismo della volontà di cui abbiamo bisogno per vincere anche questa volta.

Norma Rangeri