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Uomini che crocifiggono le donne

by redazione

La decenza di una donna – sottolinea la pastora battista Rapisarda – riguarda il modo in cui nel privato ella adempie, o trasgredisce, il modello femminile funzionale alla perpetuazione della società patriarcale, con le sue regole di mercato e la sua ideologia. Ecco dunque che la nudità femminile, funzionale alla mercificazione del corpo della donna e al suo declassamento ad oggetto, non suscita indignazione, al contrario: ci siamo tutti/e assuefatti/e».

In Italia il 2012 si è aperto con il tetro record di 13 donne e una bambina uccise dalla violenza maschile nel solo mese di gennaio. Violenza che si consuma non già nella notte buia di un parco, ma tra le mura domestiche. La violenza maschile è ancora la prima causa di morte, nel mondo, per donne tra i 16 e i 44 anni. In Italia ogni anno sono in media 100, nel 2010 sono state 127 le vittime di femminicidio. Cifre da guerra e non da disgrazia occasionale, che non hanno in sé nulla di passionale o di raptus momentaneo. Nella maggior parte dei casi il femminicidio è tragico epilogo di lunghe storie di violenza che non ricevono risposta idonea dalle istituzioni, incapaci di garantire protezione adeguata alle donne che scelgono di denunciare situazioni di violenza, protezione che richiede anche un investimento economico che si è ulteriormente ridotto in nome della crisi attuale. Cifre da guerra che martirizza, ma non crea martiri degni di ricevere funerali di Stato né la partecipazione commossa della società civile, per non parlare dell’attenzione delle Chiese.

Proprio al martirio, e al martirio di Gesù di Nazareth, ha associato la violenza contro le donne un manifesto del 2008 della onlus milanese «Telefono donna» in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Una donna giace su un letto, braccia aperte, capo reclinato, piedi sovrapposti, il corpo nudo, il pube coperto da un drappo su cui si legge: «Chi paga per i peccati dell’uomo?». Forti sono state le reazioni di alcune autorità del Comune di Milano, immediato l’impegno a promuovere la censura del manifesto accusato di essere un’offesa alla tradizione cristiana e al sentimento religioso dei cittadini, di strumentalizzare il simbolo della cristianità e violare il pubblico decoro. Come spesso accade quando si affronta il tema della violenza contro le donne, la donna o la sua denuncia sono poste sotto accusa, giudicate in base a criteri di decenza che non tengono in conto l’indecenza della violenza maschile. L’ipocrisia di tale pensiero mostra il carattere ideologico del concetto di decenza, un carattere ideologico che fa sconti alle pratiche indecenti di chi appartiene alle classi privilegiate e certamente al genere maschile. La decenza di un uomo risiede in tutto ciò che attiene al suo coinvolgimento nella sfera pubblica, il suo privato non è di interesse per la morale né mai metterà a repentaglio la sua rispettabilità. La decenza di una donna riguarda invece il modo in cui nel privato ella adempie, o trasgredisce, il modello femminile funzionale alla perpetuazione della società patriarcale, con le sue regole di mercato e la sua ideologia. Ecco dunque che la nudità femminile, funzionale alla mercificazione del corpo della donna e al suo declassamento ad oggetto, non suscita indignazione, al contrario: ci siamo tutti/e assuefatti/e. Così come non suscita indignazione vedere il simbolo della cristianità trasformato in monile d’oro massiccio ciondolante tra i seni siliconati della soubrette di turno. Associare invece la donna al divino è tutt’altra cosa, soprattutto se sono le stesse donne a farlo. È dura a morire una certa teologia misogina che ha definito la donna causa di tutti i mali; porta che conduce all’inferno; creatura senza imago dei (perché Dio è maschio, si sa), bisognosa della mediazione del sacerdote, maschio come Dio, per poter avere accesso al divino. Del legame tra cultura patriarcale e teologia misogina hanno ampiamente detto le teologie femministe. Ed è questo legame che fa sì che nel segreto del confessionale o della cura pastorale il martirio di Cristo sia utilizzato come esortazione a sopportare, ad essere una brava cristiana ed una brava moglie, in altre parole a pagare come Cristo ha pagato per i peccati dell’uomo, in questo caso però senza suscitare indignazione.

Non mi è dato di sapere se le donne che hanno pensato il manifesto di Telefono donna siano credenti o meno, a dire il vero poco importa. Quel che importa è che hanno saputo cogliere il significato profondo della croce di Cristo e, a me che donna sono, hanno saputo annunciare l’evangelo. Perché è in quel corpo di donna crocifisso che riscopro il carattere liberante della croce di Cristo che, lungi dall’essere esaltazione della sofferenza fine a se stessa, chiamata ad un martirio espiatorio per i peccati altrui, è grido di denuncia che dà voce a chi è stata privata della Parola; è Parola fatta carne che dà visibilità a chi la violenza vuole obliare; è il no di Dio a tutti gli emissari di morte; è il sì di Dio alla possibilità di un nuovo inizio e di una vita nuova in cui le cicatrici del corpo violato non saranno nascoste con vergogna, ma saranno portate con grazia, come anche Cristo ha fatto, segni di vittoria contro una violenza che non ha avuto l’ultima parola. O le Chiese e la società che si dice cristiana sapranno attualizzare la dimensione scandalosa della croce, con una teologia ed una prassi che sovverta lo status quo, o perderanno la possibilità di stare dalla parte di Dio e di essere testimoni della resurrezione.

Silvia Rapisarda

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