Home Società Un cortocircuito giudiziario

Un cortocircuito giudiziario

by redazione

Da madre di un figlio ucciso – Federico Aldrovandi – a imputata per diffamazione: questa è la condizione nella quale si trova Patrizia Moretti. Ma in primo e secondo grado erano stati condannati gli agenti che il 25 settembre 2005, a Ferrara, provocarono la morte del giovane. Il 21 giugno è prevista la Cassazione.

A come Aldrovandi, B come Bianzino, C come Cucchi. È una lista lunga che potrebbe comprendere tutte le lettere dell’alfabeto, anzi andare anche oltre. Sono persone senza voce, in molti casi non ci sono più e al loro posto tentano di parlare i familiari, quando ce la fanno. Sono vittime, vere o presunte non importa, cadute nelle «mani dello Stato» che chiedono di sapere perché sono rimaste senza voce. Per loro non c’è una giustizia normale, silenziosa, che non ha bisogno di esposizione mediatica e di ingenti risorse economiche, necessarie per pagare avvocati, disporre perizie, promuovere indagini che altri, appositamente preposti, non fanno. Oggi di fronte a una «vittima» dello Stato chi vuole sapere si scontra con una scelta difficile spesso drammatica: vuoi conoscere che cosa è successo? (è il patto che di fatto propone loro lo Stato). Bene. Se è questo che vuoi, sappi che il percorso sarà lungo e doloroso, dovrai esporti in prima persona, dovrai subire a tua volta indagini; nei processi, se avrai la possibilità di ottenerli, sarai tu stesso o il tuo familiare ad essere in qualche modo processato e non chi verosimilmente ha compiuto eventuali reati e maltrattamenti, abusando del proprio ruolo. In assenza di indagini e di spiegazioni, spesso l’unica luce è stato il ricorso disperato ai mezzi di informazione, un bussare alla porta frenetico alla ricerca di un ascolto raro e diffidente. Poi c’è la fase più logorante e interminabile: l’accettazione della violenza ai propri sentimenti e alla dignità delle persone offese, decidendo di concedere alla pubblicazione foto e esiti delle autopsie, immagini di corpi straziati, quasi torturati.

La tragedia di Federico Aldrovandi e dei suoi familiari è esemplare e le incorpora tutte. Eppure in qualche modo in questa vicenda una giustizia parziale è stata fatta, seppur in ritardo, con molte omissioni e buchi neri, fatti e circostanze cui la giustizia non ha potuto dare risposte. I quattro agenti che il 25 settembre 2005 a Ferrara provocarono la morte del giovane di 18 anni sono stati condannati a tre anni e sei mesi in primo e secondo grado e ora si attende la sentenza definitiva in Cassazione, prevista il prossimo 21 giugno. La famiglia ha ottenuto anche un risarcimento dallo Stato, eppure è lo stesso Stato, attraverso suoi rappresentanti, ad aver poi richiamato più volte nelle aule di giustizia i familiari di Federico e in particolare la mamma Patrizia, non più come persona offesa ma come indagata o addirittura imputata. È un caso di cortocircuito giudiziario: da madre di un figlio ucciso a imputata per diffamazione. Questa è la condizione nella quale si trova Patrizia Moretti, che ha già affrontato una prima udienza nel tribunale di Mantova, chiamata in giudizio per diffamazione dal primo magistrato Maria Emanuela Guerra per un risarcimento di un milione e mezzo di euro. Insieme a lei, rinviati a giudizio anche tre giornalisti de «La nuova Ferrara» tra cui il direttore del quotidiano, Paolo Boldrini. Il magistrato ha citato come fonti di prova a sostegno della querela una decina di articoli ritenuti frutto di «un’abnorme campagna diffamatoria lesiva della sua reputazione e professionalità». Maria Emanuela Guerra è il primo pubblico ministero che si occupò della morte di Federico e che cinque mesi dopo il decesso lasciò l’incarico, in quanto l’indagine sulla morte del giovane s’incrociò con l’inchiesta su un traffico e spaccio di droga tra studenti, chiamata «Bad boy». In quella vicenda fu coinvolto, processato e poi condannato il figlio del magistrato stesso. Secondo il magistrato e i legali, come si legge nella citazione di 54 pagine, la campagna di stampa si sarebbe concretizzata in una serie di articoli in cui venivano riportate dichiarazioni critiche dei genitori di Federico sulla gestione della prima fase delle indagini. Un articolo dal titolo «Due donne contro: la madre critica l’ex pm» sarebbe la causa scatenante. «Un articolo finalizzato a creare impatto sensazionalistico», recita la citazione, «assieme alle due foto a corredo del pezzo che ritraggono le due donne», si scrive, «il magistrato viene presentato in modo sgradevole e con chiaro intento di ridicolizzarne la figura. Le due immagini sono accostate, l’una rivolta all’altra, quella soddisfatta e sorridente della dottoressa Guerra e quella della madre di Federico Aldrovandi, con espressione accigliata e severa».

Critiche e ancora critiche per gli articoli sui ritardi delle indagini, fino a toccare i procedimenti aperti dal Csm per incompatibilità ambientale e poi archiviati. Infine altri articoli in cui il quotidiano dava conto di una serie di querele penali presentate dal pm contro giornalisti e da funzionari di polizia contro amici di Federico e persone che hanno scritto su diversi siti internet. Tutti ritenuti frutto di «un’abnorme e reiterata campagna di stampa diffamatoria, condotta per anni, che avrebbe causato ripercussioni gravemente pregiudizievoli sulla qualità personale, morale e professionale del magistrato». L’udienza del primo marzo è stata rinviata al 2 di ottobre. Eppure giudizi poco lusinghieri sull’operato del magistrato sono contenuti anche nelle motivazioni delle due sentenze che hanno condannato i quattro agenti della questura di Ferrara. Scrive il giudice Francesco Maria Caruso nella sentenza di primo grado: «Risulta chiaro come le indagini fossero dirette sin dall’inizio a cercare elementi a discarico dei poliziotti coinvolti e ancora è del tutto evidente, alla luce di quanto fin qui esposto, come le prime sommarie indagini sulla morte di Federico Aldrovandi furono condotte in una sola direzione, alla ricerca di prove che potessero sostenere la tesi della morte per malore, escludendo ogni altra possibile causa di morte, che coinvolgesse la responsabilità degli agenti operanti. L’indagine si concreta nel paradosso dei principali indiziati di un grave delitto che indagano su loro stessi». Per questo la logica del diritto ci svela un «cortocircuito giudiziario». Ancor di più infatti, se in giugno la Corte di Cassazione confermasse in via definitiva le condanne, Patrizia Moretti alcuni mesi dopo si troverebbe ad essere imputata per aver sostenuto le stesse considerazioni che costituiscono uno degli elementi centrali di una sentenza. C’è però un aspetto etico, ancora prima che giudiziario, che va analizzato. Il percorso verso la giustizia è molto lungo e doloroso, sembra voler ripetere anche oggi lo Stato, che in questo suo ruolo è interprete recidivo: «Siete proprio sicuri, voi vittime e familiari, di voler ottenere verità? Perché, sappiate, il prezzo sarà molto alto e alla fine non è scontato possiate raggiungere questo traguardo, e comunque certamente rinnoverete dolore e memoria». È lo Stato che fin dall’inizio avrebbe dovuto presentarsi parte civile a fianco delle persone offese, in difesa del principio di trasparenza e contro chi inquina la sua reputazione. Invece lo Stato sceglie la linea, non si sa quanto consapevole, dell’omissione. Ricordo infatti che in questa brutta storia italiana altri agenti, non direttamente responsabili della morte del ragazzo, sono stati condannati per omissione e abuso d’atti d’ufficio.

Il 25 settembre dell’anno scorso, sesto anniversario della morte di Federico, il capo della polizia Antonio Manganelli ha incontrato a Ferrara i genitori del ragazzo, un incontro lungo e emozionante, hanno scritto i giornali. Lino e Patrizia hanno anche riferito al capo della polizia delle voci, che da tempo circolano a Ferrara, che ipotizzano versioni anche più gravi sulla morte del figlio. In particolare il motivo dello scontro fisico violento tra Federico e i quattro agenti, o quanto meno i primi due a bordo di Alfa 3, la volante già presente nel parchetto di via Ippodromo, quando a piedi arrivò il giovane. Il capo della polizia ha promesso di fare piena luce, non escludendo un’indagine interna alla questura di Ferrara. Sono passati diversi mesi e ancora non conosciamo gli esiti di questa verifica. C’è stata o no un’indagine interna? E, se c’è stata, ha dato risultati? Resta un fatto: i quattro agenti condannati in primo e secondo grado sono ancora regolarmente al loro posto di lavoro e non sono mai stati nemmeno sospesi. «Aspettiamo la sentenza definitiva – ha chiarito Manganelli – poi si vedrà», facendo capire che anche in caso di sentenza definitiva il licenziamento non è scontato. Inutili anche gli appelli affinché lo Stato convinca i propri rappresentanti, agenti, dirigenti di polizia, magistrati, a ritirare tutte le cause in corso e far cessare questo inutile accanimento giudiziario.

Filippo Vendemmiati