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Discarica sociale e scuola del crimine

by redazione

«Una scuola di non-vita, in cui si esercita il sentimento dell’avversione per un mondo totalmente oltre e totalmente altro». Questo, purtroppo, finisce per diventare oggi il carcere.

Già coordinatore nazionale di Pax Christi, Dell’Olio è attualmente responsabile del settore internazionale di Libera – associazioni nomi e numeri contro le mafie.

Il carcere è un luogo perduto e lontano che pure ci appartiene. Estraneo perché non lo conosciamo. Perché nel nostro immaginario è una vera e propria «discarica sociale» in cui, prima che consegnare le vite dei delinquenti, riversiamo rancore, odio, malessere personale e collettivo. La nostra cattiva coscienza. Eppure quel luogo dovrebbe provocarci e coinvolgerci non fosse altro perché prima o poi dal carcere, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, si esce. E gli ex detenuti tornano a far parte delle nostre comunità. Se non altro per questo calcolo di costi-benefici siamo tenuti a fare i conti con la qualità delle loro e delle nostre esistenze. Il tema ci riguarda per continuare a preservare la sicurezza della nostra convivenza, se non ci importa del loro destino. Nella mia breve ed intensa esperienza di carcere (sono stato cappellano di una sezione di massima sicurezza) ho potuto toccare con mano l’inutilità e la pericolosità della vita carceraria così com’è concepita e realizzata. Un tempo vuoto. Un luogo muto. Un perimetro ai margini. Una scuola di non-vita, in cui si esercita il sentimento dell’avversione per un mondo totalmente oltre e totalmente altro. Per quanto possa sembrare paradossale, l’unico salvagente che viene gettato in questo mare di umanità sconfitta non è dato dall’istituzione con un progetto educativo-riabilitativo calibrato sull’esperienza/cultura/condizione dei detenuti, quanto dal vincolo di solidarietà che inevitabilmente scatta tra le persone che condividono la stessa sorte. Non finiremo mai di ripeterlo: nell’ordinamento di un Paese democratico, la detenzione non è lo sconto della pena, la punizione inflitta, un prezzo da pagare al dolore prodotto, al male procurato, atto di riparazione per le regole infrante. Scolpito nella Carta costituzionale vi è quell’articolo 27 che ammonisce: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Un investimento che non siamo riusciti a trovare il coraggio di operare. Al contrario, in questi anni è andata affermandosi una cultura giuridica per la quale il carcere estendeva i propri confini per assorbire buona parte delle vittime dell’emarginazione. Laddove avremmo dovuto considerare sacrosanta una efficace opera di inclusione sociale, è scattata la trappola dell’esclusione nel carcere. Per un verso abbiamo infittito le maglie dei reati, ad esempio per la detenzione e l’uso di sostanze stupefacenti e per il reato di clandestinità, dall’altro abbiamo creato strutture esterne che devono essere considerate veri e propri luoghi di detenzione come quelli riservati agli immigrati. Il carcere come risposta sociale è la sconfitta di una comunità che non trova più in sé le risorse morali, umane, giuridiche ed economiche per rispondere a un bisogno reale espresso sotto forma di devianza, disagio, emarginazione… In alcuni casi si è arrivati a criminalizzare la miseria! Si è fatta largo la mentalità del carcere come strumento di protezione del benessere, garanzia illusoria di sicurezza sociale, scorciatoia per la soluzione di problemi che non erano affatto di natura penale. Tutti dentro quella scuola del crimine che è il carcere. Tutti a pagare il proprio consenso a coloro con i quali era possibile stipulare patti di solidarietà e vincoli di umanità. Giornate e giornate intere a raccontarsi le «prodezze delinquenziali», a contagiarsi con il fascino della trasgressione, lo strumentario criminale. Giornate intere a studiare regolamenti, termini e tempi per abbreviare quello stato di «cattività».

Sono ragioni sufficienti perché istituzioni e società civile ripensino la struttura, i suoi tempi e le sue modalità. Perché si rafforzi la presenza esterna nel carcere nella fantasia degli interventi di attività di volontariato, dell’arte e del lavoro e nello stesso tempo si scommetta su misure esterne che mirino efficacemente alla rieducazione e al pieno reinserimento. Motivi sufficienti per ripensare radicalmente «lo sconto della pena» e non per programmare la costruzione di altre prigioni. Della legalità sono state date definizioni accademiche e giuridicamente inappellabili. Personalmente continuo a ritenere quella di Erri De Luca efficace e chiarificatrice: «La legalità è il patto di lealtà che l’individuo stipula con la comunità a cui sente di appartenere». L’alternativa al fallimento del carcere non può che consistere in una «scuola» di incontro/dialogo/innamoramento con la comunità degli uomini e delle donne libere veramente.

Tonio Dell’Olio

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