Lettera da un non «addetto ai lavori teologici» - Confronti
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Lettera da un non «addetto ai lavori teologici»

by redazione

Caro direttore,

Ti scrivo oltre che per ringraziarti per la tua grande apertura nel pubblicare nel numero di luglio-agosto di Confronti il mio articolo «Ateismo o religiosità, delle due l’altra», scritto da un non «addetto ai lavori teologici», per fare una precisazione in merito.

Infatti mi sono accorto che per quanto riguarda il mio ipotetico interlocutore religioso, mentre poteva essergli ben chiara e accettabile la posizione della giustizia come assoluto nell’oltremondano, la scelta di rifiutare un Dio personale e di passare dal Tu al Noi come spiegazione del Tutto era solo descritta ma non spiegata, c’era il come ma non il perché. Il perché io dubiti del Dio personale è essenzialmente legato a una questione, quella delle Teodicea, che io vedo in maniera esemplare rappresentata dalla ribellione di Giobbe nella Bibbia. Questa rappresenta il senso di abbandono della creatura che anche se c’è in vista la retribuzione giusta oltremondana (a dire il vero per Giobbe nemmeno questo c’era), momentaneamente soffre ingiustamente e il Padre che lo lascia soffrire, se lo vogliamo definire in qualche modo, è quantomeno insensibile (questo «piccolo problema» è stato affrontato dalla teologia del dopo Auschwitz, con la teorizzazione di un Dio non onnipotente, mah!); per di più, se si prevede un giudizio finale di Dio, allora si dovrebbe prevedere parimenti un parallelo giudizio dell’uomo sulla mancanza di soccorso di Dio, sommando assurdo all’assurdo. Questa antinomia non logica ma emotiva legata al cosiddetto Libero arbitrio dell’uomo, si dissolve se, come ho proposto, nel rapporto col Tutto si passa dal rapporto con un Tu a quello con un Noi (lo ripeto: inteso come tutto ciò che è esistito, esiste ed esisterà in tutte le dimensioni date).

Questo vuol dire abbracciare una posizione panteista? Non esattamente, perché il Panteismo è statico in quanto non dialetticamente finalizzato: è bene in sé che comprende anche il male e non ne cura le conseguenze per le vittime (che tali possiamo definire nella sfera tipicamente umana della moralità). Sono invece, questo si, un panenteista, perché il Tutto di cui noi siamo espressione ha una legge interna che prevede un telos, la legge dell’Amore e il fine della Giustizia, attraverso cui si compie quel salto evolutivo verso il regno spirituale cui evidentemente non possono accedere gli operatori di ingiustizia.

Andrea Billau

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