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Cercate ancora

by redazione

Il nostro amico e redattore Umberto Brancia ci ha lasciati il 22 settembre e il dolore di tutti noi è davvero immenso. Era una bella persona, colta e allo stesso tempo piena di umanità. Umberto era sempre in ricerca e non è un caso se il suo blog personale si intitolava proprio «cercate ancora»: un invito a non fermarsi mai, a proseguire nella ricerca collettiva e individuale. Un «diario personale» ricco di contributi, segnalazioni e battaglie per sostenere le istanze sociali di un Paese alla deriva culturale e politica.

«Ho avuto molti anni di distacco dalla pratica di chiesa, ma non ho mai abbandonato l’interrogativo verso il mistero del divino che è altro da noi, la fede nella promessa di Gesù Cristo, venuto a redimere i nostri peccati e a dare una speranza agli umiliati ed oppressi della terra». Questo era l’orientamento religioso che Umberto Brancia, tra i fondatori di Confronti (ma, ancor prima, giornalista di Com Nuovi Tempi), uomo di grande cultura, già presidente della nostra cooperativa, ha voluto «postare» sulla sua pagina facebook nella sezione che chiede (l’opzione è facoltativa!) l’orientamento religioso degli iscritti.

Umberto ci ha lasciati il 22 settembre alle dieci di sera. La notizia ci ha raggiunti come un fulmine a ciel sereno, anche se le sue condizioni di salute ci erano note, lasciandoci addosso un immenso dolore, all’indomani del nostro rientro da Ascoli Piceno, dove gran parte della redazione aveva preso parte alla presentazione del numero monografico di settembre «Oriente e Occidente: fedi in dialogo» alla libreria Rinascita (catena di librerie tra le preferite da Umberto). E proprio per quel numero Brancia non ci aveva fatto mancare il suo consueto e prezioso contributo, questa volta sulla tradizione cinematografica cinese.

Umberto era un fine intellettuale e la sua curiosità era implacabile, gli si poteva chiedere di tutto e su quel «di tutto» aveva sempre una risposta esauriente da regalare. Ma oltre alla rubrica fissa dedicata al cinema, che curava da oltre vent’anni, scriveva spesso anche di attualità politica, temi legati al sociale, cultura… Umberto era un «pozzo di scienza» e insieme alla sua umanità – sorgente di amore verso il prossimo – sapeva regalare linfa vitale al nostro giornale, che lui amava tanto e che non dimenticava mai di citare ogni qual volta ne aveva occasione.

Nei momenti di difficoltà, Umberto sapeva sdrammatizzare, riappacificare sempre tutti. Il dialogo era la sua forza, lo cercava con ognuno di noi e spesso ci si incontrava fuori dall’ufficio per un caffè e si discuteva fino a tardi. Amava la divulgazione, amava la politica, amava tanto la sua famiglia: le foto pubblicate sulla sua pagina facebook sono un vero e proprio album dedicato alla moglie Lorenza, era orgoglioso dei suoi due figli, Marco e Giorgio. Ogni occasione era buona per parlare di loro. Tra le sue citazioni preferite ricordiamo quella di Woody Allen, ma – come lui ricordava – un po’rivista da qualcuno: «Marx è morto, Freud anche e Dio sta tornando». Umberto era sempre in ricerca e non a caso aveva voluto intitolare il suo blog personale così: «Cercate ancora». Un invito a non fermarsi mai, a proseguire nella ricerca collettiva e individuale. Un «diario personale» ricco di contributi, segnalazioni e battaglie per sostenere le istanze sociali di un Paese alla deriva culturale e politica.

Avevamo raggiunto Umberto al telefono solo pochi giorni prima di quel sabato sera – era impossibile poterlo andare a trovare in ospedale – e ci aveva raccontato con grande dignità e con voce flebile delle ulteriori complicazioni che si stavano frapponendo al suo percorso di guarigione, esortandoci ad andare avanti, a non dimenticare i suoi (nostri) sogni, nei quali lui credeva fortemente, certo che potessero concretizzarsi proprio grazie al lavoro comune che stavamo portando avanti. «Abbiamo passato la crisi dell’anno scorso, i lettori ci vogliono bene, per loro è necessario proseguire», ricordava in ogni occasione. «Dobbiamo fare rete, solo così saremo
in grado di poter andare avanti»; questo era il suo impegno e la sua forza.

Umberto si è sempre dedicato alla lettura e così ha fatto fino a quando ha avuto le forze per farlo. Significativo il post del 6 agosto scorso: «La lettura è tutto. / La lettura mi fa sentire come se avessi compiuto qualcosa, imparato qualcosa, come se fossi diventata una persona migliore. / La lettura mi rende più intelligente. / La lettura mi dà qualcosa di cui parlare, più tardi… / La lettura è il modo in cui incredibilmente il mio disordine da deficit dell’attenzione medica se stesso. / La lettura è fuga, e il contrario di fuga, è un modo per entrare in contatto con la realtà dopo un giorno in cui hai fatto cose, ed è un modo di entrare in contatto con l’immaginazione di qualcun altro dopo un giorno troppo reale. / La lettura è “acqua”. / La lettura è beatitudine» (Nora Ephron).

Umberto non ci ha lasciati.

Ai morti si può scrivere?

Con gli anni il tema della fine possibile della vita diviene un qualcosa di palpabile, di percepibile. Tra i miei parenti e quelli acquisiti ho assistito almeno una decina di anziani che sono morti in modo più o meno doloroso. Quindi la sensazione di una concreta possibilità di finire non mi spaventa. Già la saggezza del mondo contadino, che mio padre cercò di trasmettermi da ragazzo, spiegava il valore di vivere con la coscienza della propria fine e valorizzava la necessità di condividerla come fatto collettivo.

Non a caso, quando con la civiltà di massa abbiamo allontanato la morte dalle nostre case, creando gli ospedali e i cimiteri pubblici, sono iniziati anche gli stermini: divenuta la morte un fatto lontano, asettico, abbiamo pianificato senza troppa paura gli stermini di massa, seriali, anonimi.

Stasera, sfogliando i giornali, nella recensione ad un libro di Serena Vitale, trovo una citazione di Viktor Sklovskij che mi sollecita: «I morti non scrivono, ma ai morti si può scrivere». In questo aforisma, c’è un’eco di tante opere della cultura novecentesca: poeti, scrittori e teologi che si sono interrogati sul nostro bisogno profondo di guardare oltre la vicenda terrena, pur rimanendo strettamente legati ad essa.

Interpreto la frase «scrivere ai morti» in questo senso: mantenere aperta una domanda sulla direzione del nostro cammino, un interrogativo di senso, come tanti anni fa si amava dire. Senza iattanza, senza trionfalismi clericali, con l’umiltà di quel teologo che – se non ricordo male – diceva: «Io non posso parlare di Dio, ma posso parlare a Dio». Non saprei argomentarlo ora, ma mi pare un tema non solo etico ma anche politico, nel senso più proprio del termine. La morte ci indica quel limite, quella zona di confine che – per esempio – dovrebbe impedire al politico di credersi Dio: come è ormai sperimentato, nella vita sociale gli assoluti hanno prodotto tragedie. Ma ne riparleremo, se riuscirò a trovare le parole.

(questo scriveva pochi mesi fa, sul suo blog «Cercate ancora»,
il nostro amico Umberto Brancia)

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