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Quel bisogno d’Oriente in Occidente

by redazione

L’Oriente è Oriente, e l’Occidente è Occidente – dichiarò una volta lo scrittore inglese Rudyard Kipling – né mai s’incontreranno». Una profezia della quale, oggi, è almeno lecito dubitare, e non solo per gli effetti della globalizzazione economico-finanziaria sempre più in atto. È sotto gli occhi di tutti, infatti, che anche nel nostro vecchio continente religiosità, tradizioni e culture di stampo orientale hanno da tempo trovato uno spazio rilevante e crescente, anche sul piano dell’immaginario. Per molteplici motivazioni: da quelle, più esterne, di una maturata coscienza ecologica e pacifista (valori cari alle diverse ramificazioni del buddhismo), a quelle, più intime, di un notevole bisogno di spiritualità e di meditazione profonda, che non sempre il cristianesimo europeo si è mostrato in grado di interpretare puntualmente; alla maggiore mobilità di spostamenti, che ha condotto per studio, turismo, salute o lavoro molti occidentali nei luoghi d’elezione di quelle religioni.

Gli studiosi sostengono che la cosa andrebbe collegata con una tendenza generale riscontrabile nei Paesi occidentali post-industriali, dove si sta tornando a dare rilevanza agli elementi mistici e rituali della vita religiosa; mentre l’espansione del buddhismo e delle altre religioni asiatiche sarebbe facilitata dalla sua eterogeneità, refrattarietà a qualsiasi dogmatismo e capacità di venire incontro a gruppi che manifestano esigenze spirituali disparate. Buddhismo come verbo perfettamente a misura di società liquida, dunque? Senza spingere troppo sull’acceleratore di una simile lettura, resta difficile negarla in toto.

Ecco allora, in ogni caso, la rapida fioritura di centri yoga e di meditazione buddhista, scuole di tai chi e monasteri tibetani, templi induisti e gurdwara sikh, sparsi per le città e colline europee, frequentati non solo da immigrati ma prima ancora da tanti europei che hanno abbracciato con le antiche tradizioni dell’Asia una nuova via di ricerca religiosa. Sono sorti in breve tempo, al di fuori del loro alveo storico, nuovi movimenti spirituali d’ispirazione orientale, con una diffusione talmente rapida e incisiva da far credere, ai più entusiasti, che fosse ormai imminente una nuova epoca, più pacifica, feconda e serena, proprio perché la via salvifica offerta dalla sapienza orientale sarebbe divenuta per noi cultura egemone e cruciale riferimento religioso.

Sta di fatto che il pluralismo religioso è un dato acquisito del nostro paesaggio sociale e culturale: dalla religione degli italiani – è stato detto a più riprese con uno slogan accattivante – all’Italia delle religioni.

Vale la pena di rifletterci sopra…

A partire dal dato innegabile secondo cui tali tradizioni sono oggi attive come significativa minoranza religiosa in Occidente e anche in Italia. Si tratterebbe tuttavia, secondo diversi autori, ancora di tradizioni e fedi d’importazione, con appartenenze e
denominazioni proprie delle scuole di provenienza, con liturgie, manifestazioni, modi di rappresentarsi adeguati a contesti culturali altri; e non già di un buddhismo, un induismo, ecc. «occidentali», capaci di rispondere ai quesiti relativi alla possibilità di inculturazione e – finalmente non più emarginati come uno dei tanti gruppi esotici o new age – in grado di offrire risposte alle attuali esigenze di spiritualità presenti in Occidente. Sembra infatti tuttora allo stato nascente un lavoro di inculturazione paragonabile anche lontanamente a quello svolto, in modo fecondo, in Asia, che ha consentito a esso di svilupparsi e maturare, ricevendone di volta in volta filosofia, pratica, sensibilità. «Non c’è un unico buddhismo – ha scritto ad esempio il maestro buddhista probabilmente più noto in Europa, il vietnamita Tchich Nath Hanh, classe 1926 – e gli insegnamenti del buddhismo sono molteplici. Quando il buddhismo viene introdotto in una nuova cultura, questa ne produce invariabilmente una forma nuova…

Sono convinto che l’incontro tra il buddhismo e l’Occidente sarà davvero interessante, produrrà qualcosa di molto importante».

Ciò che è difficile negare è che, ormai compiutamente multireligiosa, la società italiana è caratterizzata da una convivenza sempre più ravvicinata di fedi diverse, oltre che da significativi mutamenti della sensibilità spirituale di credenti e (cosiddetti) non credenti. E che, a quasi quarant’anni dalla classica analisi del teologo protestante Harvey Cox sulle promesse e i pericoli dell’incipiente «svolta a Oriente» della cultura occidentale, è ormai difficile derubricarla a effimero colpo di fulmine: nel progressivo, sia pur faticoso, radicarsi del pluralismo religioso alle nostre latitudini, l’Oriente d’Italia intende giocare un suo ruolo.

E intende farlo fino in fondo.

Brunetto Salvarani

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