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Neoliberismo e austerity aggravano la crisi

by redazione

Come sottolinea Marcon, presidente di Lunaria e portavoce di Sbilanciamoci!, «si sta continuando a svuotare con il cucchiaino un secchio d’acqua sempre più colmo, mentre bisognerebbe chiudere il rubinetto che quel secchio riempie sempre più velocemente. Il cucchiaino sono i tagli alla spesa pubblica e il rubinetto è la speculazione dei mercati finanziari che continua ad agire indisturbata».

Gli ultimi dati della crisi sono in gran parte noti: quest’anno il Pil diminuisce di più del 2%, il 35% dei giovani non ha lavoro, la spesa sociale si è di fatto dimezzata provocando uno smantellamento del welfare, ci sono oltre 160 crisi industriali in atto con circa 300mila posti di lavoro a rischio, abbiamo avuto più di un milione di ore di cassa integrazione nel 2012 e oltre 50 comuni di media grandezza rischiano il prossimo anno il dissesto finanziario. È una crisi tremenda.

Come ha ricordato la recente «controcernobbio» che Sbilanciamoci (vedi www.sbilanciamoci.org) ha organizzato a Capodarco dal 7 al 9 settembre scorso, è necessario un «cambio di rotta»: contro il neoliberismo, le politiche di austerity, la subalternità ai mercati finanziari serve una politica economica redistributiva, espansiva, capace di far ripartire la domanda interna, che rivaluti l’intervento pubblico. Proprio quello che fino ad ora non è stato fatto.

Si sta continuando a svuotare con il cucchiaino un secchio d’acqua sempre più colmo, mentre bisognerebbe chiudere il rubinetto che quel secchio riempie sempre più velocemente. Il cucchiaino sono i tagli alla spesa pubblica e il rubinetto è la speculazione dei mercati finanziari che continua ad agire indisturbata. Si sta continuando a lisciare il pelo ai mercati finanziari, mentre bisognerebbe fargli il contropelo. Le politiche di austerity hanno accentuato la crisi economica e hanno provocato depressione e recessione: lo ha ammesso persino Monti.

Si sottoscrivono misure folli e insostenibili come il pareggio di bilancio in Costituzione e il «fiscal compact». Per rispettare quegli impegni nei prossimi 20 anni dovremmo avere 5-6 punti di avanzo primario da destinare alla riduzione del debito: tra i 40 e i 50 miliardi l’anno. Si tratta di una «road map» insostenibile e irrealizzabile. Il governo Monti, delle tre parole chiave usate all’atto del suo insediamento – rigore, equità, crescita – ha praticato solo la prima a danno dei lavoratori, dei giovani, dei pensionati. Di riforme vere se ne sono viste ben poche: quella sulle liberalizzazioni è stata un flop e quelle sulle pensioni ed il lavoro hanno avuto un carattere regressivo e hanno colpito i diritti acquisiti dei cittadini.

Il neoliberismo e le politiche di austerity hanno fallito: si tratta di mettere in cantiere un progetto di radicale cambiamento dell’economia e di realizzazione di una vera democrazia in Italia come in Europa. Sono queste le sfide – più che le schermaglie politiciste e i tatticismi sugli schieramenti – che ci piacerebbe affrontare nei prossimi mesi. Bisogna mettere al centro, da una parte, la critica ed il superamento del paradigma neoliberista che ci ha portato alla crisi e che ancora ne sta dominando l’orizzonte e, dall’altra, la costruzione di un’economia diversa fondata sul lavoro, la qualità sociale ed i diritti, la sostenibilità ambientale, i saperi.

Che fare, concretamente? In primo luogo sarebbe importante un’iniziativa verso l’Unione europea che blocchi la speculazione dei mercati attraverso la trasformazione della Banca centrale europea in prestatore di ultima istanza (i provvedimenti «calma-spread» di inizio settembre sono insufficienti), l’introduzione degli eurobond, il varo della tobin tax, l’intervento per arginare i prodotti finanziari più speculativi, in primis i derivati. In secondo luogo bisognerebbe intervenire per varare, da subito, misure significative di protezione sociale: attraverso un più vasto e universale sistema di ammortizzatori sociali (di cui siano beneficiari i centinaia di migliaia di precari del nostro Paese), la difesa delle pensioni, il reddito di cittadinanza, la spesa sociale. Non abbiamo bisogno di bonus bebè e social card, ma di asili nido e ospedali. In questo contesto è indispensabile tutelare il lavoro e combattere la precarietà: la legge Fornero va invece esattamente nella direzione opposta. Il lavoro – e non la cosiddetta «occupabilità» – deve essere al primo posto. Bisogna poi progettare un nuovo modello di sviluppo. È necessario uscire dalla crisi in un modo diverso da quello con cui ci si è entrati. Questo significa investire nei saperi e nella conoscenza, garantire a tutti i beneficiari le borse di studio, investire nell’edilizia universitaria e scolastica, nel diritto allo studio, nell’innovazione e nella ricerca: abbiamo bisogno di un vero «piano giovani» capace di investire sul futuro di questo Paese. In questo contesto lo sviluppo dell’Italia deve essere equo e sostenibile: abbiamo bisogno non di grandi opere ma di piccole opere, di investire nei pannelli solari e non nei rigassificatori, nel trasporto locale e non nei Suv, in un’economia verde degna di questo nome e non in un sistema produttivo energivoro ed inquinante, nelle economie solidali e non in un sistema di consumi privati ormai insostenibile.

Qualcuno dirà: Ma dove prendere i soldi per fare tutto questo e contemporaneamente ridurre il debito? Due sono le strade. La prima è di tagliare la spesa pubblica: ma quella militare e non quella sociale, quella per le scuole private e non l’istruzione pubblica, quella degli abusi delle convenzioni sanitarie con le megastrutture private e non la sanità pubblica, quella delle agevolazioni alle pensioni private e non le pensioni pubbliche. La seconda è quella di una politica fiscale ispirata a criteri di giustizia e legalità. Le proposte sono sul tappeto: l’introduzione di una tassa patrimoniale, l’innalzamento al 23% della tassazione delle rendite e al 66% dei redditi oltre i 200mila euro, la ripresa della lotta all’evasione fiscale attraverso una serie di strumenti tecnici già sperimentati (dal ripristino per le società dell’elenco clienti-fornitori alla riduzione della soglia per l’uso del contante).

Si tratta di misure realistiche e percorribili, che possono avviare un «cambio di rotta» per uscire dalla crisi e costruire un’«Italia capace di futuro», con un’economia diversa ed un modello sostenibile e più equo. Contro il neoliberismo e l’austerity abbiamo bisogno di una nuova politica economica che riparta dalle persone e non dal mercato. È questa la sfida dei prossimi mesi.

Giulio Marcon

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