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Quale memoria?

by redazione

È una fase in cui ragionare di Memoria mette a disagio. A maggior ragione in un momento in cui celebrazioni e ricorrenze occupano spazio sui media. Ma c’è un malessere di fondo sul quale vale la pena di ragionare.

Mentre scriviamo (fine ottobre), la dimissionaria presidente della Regione Lazio è in viaggio di studio in Polonia insieme ad una nutrita delegazione di giovani e giovanissimi, accompagnata dai vertici della Comunità ebraica di Roma e del Museo della Shoah. «L’obiettivo – riporta il sito ufficiale della Regione – è offrire ai giovani nuove occasioni di riflessione sui luoghi dell’Olocausto […] per utilizzare il valore della memoria come elemento di crescita culturale dei giovani partecipanti e quale contrasto ad ogni forma di intolleranza e di discriminazione». Sempre a Polverini è però giunta qualche tempo fa una querela nella quale le si contestano apologia di fascismo e attentato alla Costituzione per aver finanziato la costruzione ad Affile (in provincia di Roma) del mausoleo in onore al ministro della guerra di Salò, Rodolfo Graziani, il defunto generale già «governatore di Libia». Una visita al sito del Comune di Affile spiega il colore politico e il perché l’amministrazione locale ha ritenuto di rendere omaggio ad un personaggio condannato per il reato di collaborazionismo con la Germania fascista. Querelato con lei anche il sindaco Francesco Mandarano. A metà della stesura dell’articolo però la stampa riporta che la Polverini «si è pentita» e che farà il possibile per aiutare il presidente della Comunità ebraica di Roma per «rimuovere qualcosa che deturpa la memoria del Paese».

Analoghi viaggi della Memoria sono previsti a breve – per limitarci alla sola Capitale – dal Comune, la cui delegazione sarà capitanata dal sindaco Alemanno. Si tratta di iniziative importanti e meritevoli che rendono onore – per quel che ci riguarda – alla pubblica amministrazione.

Eppure bisogna fare attenzione. Per chi scrive è di importanza fondamentale l’impegno a tutela della memoria e della storia di questo nostro bistrattato Paese: il ricordo della dittatura fascista e dei tribunali speciali, della guerra combattuta a fianco della Germania nazista e delle leggi razziali contro gli ebrei, della persecuzione e dell’internamento degli omosessuali, della collaborazione con la Repubblica sociale nella deportazione dei cittadini ebrei. E non per spirito di parte (vi furono cattolici e comunisti, azionisti, liberali e monarchici nelle file degli oppositori: gente di tutte le «parti»), ma perché è contro tutto questo che è nata la Costituzione della Repubblica, legge fondamentale del Paese nel quale viviamo. Non è un particolare, è il dato fondante. Non siamo ingenui e sappiamo che la pratica della Memoria fa spesso i conti con la realtà, ma c’è una misura che non torna. Lasciamo alla famiglia Alemanno di sbrigarsi in privato le bravate del 17enne Manfredi che fa il saluto romano (di 17enni – e non solo – cretini è pieno il mondo), diverso sarebbe chiedere conto al sindaco della nomina di Mauro Vattani, leader di una band «nazi rock», a consigliere diplomatico del Campidoglio prima di recarsi presso l’ambasciata italiana in Giappone. Chissà se anche Vattani ha accompagnato il sindaco nei viaggi della Memoria? Magari canticchiando tra sé uno dei brani della sua band: «Io so che tra cinque anni a primavera alzerò la bandiera nera»?

Insomma: ma di che diavolo di Memoria stiamo parlando? La memoria è importante in assoluto, per imparare le tabelline, le coniugazioni del verbi, le date della storia, ma poi cosa vogliamo farci? Migliaia di scuole partecipano oggi alle iniziative per il Giorno della Memoria, lavorano seriamente e studiano (anche quando con l’ultima riforma l’orario settimanale delle ore di storia è diminuito). Studiano! Chi meglio e chi peggio, chi guidato da insegnanti capaci e chi da professori meno competenti. Migliaia di persone partecipano alle manifestazioni, l’ultima quella organizzata da Sant’Egidio in ricordo del 16 ottobre del 1943 (la retata di oltre 1200 ebrei romani condotti nei campi di sterminio), che ha visto l’intervento anche del presidente del Consiglio Mario Monti.

Eppure – sempre a Roma – il museo della Liberazione a via Tasso vede periodicamente messa a rischio la propria esistenza dalla cronica mancanza di fondi. E – per chi la storia la studia – è ben chiaro che il costituendo Museo della Shoah a Roma si occuperà di cose diverse rispetto a quello di via Tasso! Insomma, tali e tante sono le incongruenze che l’impressione che la Memoria rischi di essere una vetrina buona per tutte le stagioni va accentuandosi con il passare del tempo. Il primo ottobre è morto Shlomo Venezia, uno dei sopravvissuti ai campi di sterminio (si veda il servizio a pagina 29), al suo funerale ancora una volta c’erano le autorità accolte con giusto e giustificato orgoglio dai vertici della comunità ebraica romana. Eppure qualcosa non torna, la catena di trasmissione che dal basso verso l’alto collega i ragazzi e gli insegnanti delle scuole, i loro lavori, le loro ricerche, il loro studio con la vetrina della Memoria lascia disorientati. E preoccupa.

Lia Tagliacozzo

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