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Se cresce il welfare, cresce l’Italia

by redazione

Una grande mobilitazione che ha coinvolto oltre cento organizzazioni che operano nel sociale per chiedere al governo una svolta nelle politiche di welfare, ripristinando le risorse colpite dai tagli, in particolare quelle per la non autosufficienza.

Ha indubbiamente fatto breccia l’appello «Cresce il welfare, cresce l’Italia», lanciato da ben 40 associazioni del sociale e che ha visto aderire oltre 100 organizzazioni. E, almeno a giudicare dal colpo d’occhio di una piazza Montecitorio gremita di gente, il variegato mondo del sociale si è ancora una volta mostrato deciso e compatto nel chiedere una svolta nelle politiche di welfare. E d’altra parte non poteva che essere così dopo gli anni bui del governo Berlusconi, quelli del taglio dell’80% dei fondi nazionali sociali, dell’azzeramento del fondo non autosufficienza, dell’attacco a pensioni e diritto al lavoro dei disabili, come al servizio civile ed alla cooperazione internazionale. Ma non di meno hanno pesato le incertezze del governo Monti con i tagli a sanità, Comuni e non solo, con una spending review ed un decreto stabilità che indubbiamente destavano, e continuano a destare, non poche preoccupazioni.

Le associazioni, il movimento cooperativo, il Terzo settore hanno rivendicato con forza l’urgenza di una chiara inversione di marcia, a partire dall’immediato ripristino di risorse per il sociale, in particolare per la non autosufficienza. Ma hanno anche espresso preoccupazione per la riduzione del 10% di convenzioni e contratti per prestazioni e servizi sanitari delle Asl. Denunciato l’innalzamento dell’Iva dal 4 al 10% sui servizi sociosanitari ed educativi erogati da cooperative sociali, un evidente danno ad un settore strategico, che si sarebbe inevitabilmente riflesso sulle persone, sulle famiglie e sugli stessi enti locali. Ma, soprattutto, hanno voluto esprimere una diffusa preoccupazione per la drammatica compressione della protezione e dei servizi sociali, per il crescente affanno di comuni ed Asl nel garantire prestazioni e nel sostenere le reti locali socio sanitarie. Una mobilitazione non inutile, se qualche risultato alla fine si è raccolto. Se, rovistando tra le pieghe del bilancio, pur ridimensionando decisioni ben più impegnative votate dalla Commissione Affari sociali, alla fine il governo è riuscito a recuperare 300 milioni per le politiche sociali e altri 200 per la non autosufficienza, con una decisione in extremis, dopo le drammatiche manifestazioni delle associazioni dei malati di Sla, a portarlo a 400. Risultato non esaltante, se si considera che il fondo per le politiche sociali ammontava nel 2008 a 900 milioni, mentre quello per la non autosufficienza con i suoi 400 era già considerato insufficiente a fronteggiare una crescente domanda di assistenza. E non si è fatta attendere la reazione; «serve un piano strategico e non misure di tamponamento», è stato il commento a caldo del Forum Non Autosufficienza e di un mondo della disabilità irritato dall’ennesima, generica caccia alle streghe, con la Commissione Bilancio che approva all’unanimità un emendamento che affida all’Inps un nuovo Piano di verifica sulle invalidità civili. Altri 450mila controlli nei prossimi tre anni, come se non bastassero gli 800mila già effettuati dal 2009 al 2012, che hanno prodotto risparmi inversamente proporzionali ai disagi provocati ai cittadini, di cui si occupa una Commissione di indagine del Senato. Perché sarà pur vero che, nonostante i controlli ormai sistematici, soprattutto in alcune aree del Paese, non si è ancora riusciti a sradicare del tutto il fenomeno dei falsi invalidi, ma è ancor più vero che con l’invecchiamento medio della popolazione quelli che aumentano sono, soprattutto, gli invalidi veri e non ci si può ostinare a girare la testa dall’altra parte per non vederli.

È ormai giunto il momento di prendere coscienza che da un lato il nuovo quadro demografico, dall’altro la globalizzazione e la grave crisi economica, mettono quotidianamente in crisi quel modello europeo di economia, di lavoro, di welfare che ha garantito negli ultimi decenni sviluppo, benessere e sicurezza sociale alla stragrande maggioranza di cittadini. Un modello che non si salva con generici tagli in attesa di tempi migliori, ma che deve, e può soprattutto, essere rilanciato per fronteggiare vecchi e nuovi bisogni solo con l’innovazione e con scelte coraggiose. E ciò richiede una politica fiscale rigorosa ma anche efficienza nel settore pubblico, disponibilità delle parti sociali a ricontrattare posizioni e diritti acquisiti, una nuova visione di welfare che dia protagonismo alle reti locali per un concreto sostegno alle famiglie, solidarietà fra generazioni e politiche di inclusione delle fasce deboli. E allora è ora di fare appello alle forze migliori, alle professioni come al dinamico Terzo settore, per costruire un nuovo welfare di comunità, sostenibile e partecipato, per superare la crisi, per far crescere l’Italia.

Augusto Battaglia

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