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L’uso strumentale di candidati di origine immigrata

by redazione
Usando lo strumento primarie per il posizionamento dei candidati e delle candidate nelle liste elettorali del Pd e di Sel, nessun candidato, nessuna candidata proveniente del mondo dell’immigrazione è stato messo in condizione di conquistare una collocazione eleggibile. Non mi riferisco al numero di voti ottenuti, che in alcuni casi sono stati di gran lunga superiori ai voti guadagnati dagli «autoctoni»; si tratta bensì del complesso sistema di relazioni, di reti di sostegno, di reti di potere, di immaginario, di priorità temporanea, che determina realmente le possibilità di accesso ad ambiti decisionali della politica.

Forti dell’entusiasmo che ha generato la rilevante partecipazione alle primarie per eleggere il/la leader del centro-sinistra alle elezioni politiche, due delle tre formazioni politiche protagoniste di questo percorso hanno deciso di indire elezioni primarie anche per la scelta dei candidati e delle candidate a entrambi i rami del Parlamento. L’idea era quella di attenuare la passivizzazione degli elettori e delle elettrici che ha prodotto il porcellum. Attenuare; non superare, perché i leader dei due partiti si sono riservati delle quote di candidati e candidate al fuori dalle primarie, da posizionare come teste di lista, dunque pressoché certamente eletti, in ogni circoscrizione elettorale.

Anche gli immigrati e le immigrate con permesso di soggiorno potevano votare alle primarie per il Parlamento, così come alle primarie per eleggere il leader della coalizione. Ottima occasione di mobilitazione politica per centinaia di migliaia di immigrati e immigrate privati del diritto a eleggere ed essere eletti/elette. L’eccessiva compressione del tempo fra enunciazione della volontà di fare le primarie e l’effettivo svolgimento della consultazione ha di fatto reso impossibile cogliere tale occasione.

Solo teoricamente il combinato fra la realizzazione di primarie per posizionare candidati e candidate nelle liste e, la possibilità di partecipazione dei/delle migranti alle primarie, avrebbe potuto favorire la partecipazione e l’eleggibilità di cittadine e cittadini di origine immigrata attivi politicamente in Italia (ciò nonostante più di un/una candidata ha ottenuto un numero assai significativo, e oggettivamente alto, di voti). Le primarie, e le decisioni prese dopo le primarie, non hanno riservato grandi sorprese; le cose sono andate come dovevano andare in linea generale. Le condizioni di svantaggio in partenza dei/delle migranti, nella stragrande maggioranza dei casi, non è stata superata durante questa competizione. Chi si è guadagnato/guadagnata le prime posizioni nelle liste, partiva da un elevatissimo livello di integrazione con le dinamiche di potere interne ai rispettivi partiti, oppure ricopriva cariche pubbliche che favorivano il loro dispiegarsi nelle sfere che garantiscono visibilità e dunque facilitano il consenso. Le persone immigrate e di origine immigrata, anche se molto attivi nei diversi piani della vita del Paese, sono sprovvisti delle reti naturali del radicamento o delle origini se si vuole, delle reti di supporto politico interno ai partiti e anche del sostegno di realtà extrapartiti (associazioni, sindacati ed altro) spesso determinanti in materia di posizionamento.

Al momento della costruzione definitiva delle liste, quanto sopra espresso ha preso definitivamente corpo: nessuno/nessuna dei migranti che hanno partecipato alle primarie nelle liste del Pd è arrivato in posizione eleggibile; tuttavia, nello scegliere i candidati del listino, un segnale importante è stato lanciato. Per meglio illustrare la portata di questa azione, racconto un breve aneddoto che mi vede coinvolta: era il giorno dell’elezione del presidente della Repubblica (10 maggio 2006), ero stata eletta da pochissimo deputata di Rifondazione comunista. Nei corridoi di Montecitorio incontro Livia Turco, che mi abbraccia con calore, nonostante ci fossimo viste soltanto due volte prima di quell’occasione, e mi dice «sono felice che tu sia qui, peccato che il mio partito non abbia avuto il coraggio». Si riferiva al dietrofront dell’allora Ds alla candidatura di un compagno molto bravo, competente e attivo politicamente, di origine senegalese. Ecco, il coraggio. Per allargare il soggetto ci vuole coraggio. Per favorire il fatto che determinate istanze siano portate da chi vive o ha vissuto certe intrasferibili esperienze, a quanto pare, ci vuole coraggio. Coraggio ci vuole a sinistra per agire in linea con quanto si crede e si proclama. E questa mi sembra una questione aperta su diversi ambiti.

Dato il quadro eloquente della partecipazione alle primarie per i/le parlamentari, la presenza di persone migranti e di origine immigrata nelle liste di sinistra con o senza primarie merita una riflessione. Rivoluzione civile ha scelto di costruire le liste elettorali come previsto nella legge in vigore; senza meccanismi di attenuazione alcuna. Ciò significa che le posizioni nelle liste sono il frutto dei negoziati fra i diversi soggetti che compongono il progetto. Dalla composizione delle liste di questo soggetto emerge che la questione auto-rappresentazione e rappresentanza dei migranti non c’è. C’è soltanto qualche nome in posizioni così simboliche da essere inutili anche in funzione iconica o colorante.

Per quanto riguarda Sinistra ecologia e libertà, l’unica persona immigrata a essere stata inserita nel listino è anche l’unico candidato del listino la cui eleggibilità è difficilissima. Si tratta di Pape Diaw, senegalese della Toscana, attivista da anni sul piano dei diritti, già consigliere comunale a Firenze. La collocazione geografica di questa candidatura ha una connotazione politica emblematica: Pape in Toscana è un politico, in Veneto (dove è stato candidato come capolista) Pape diventa un immigrato, nero, testimonial delle disgrazie dei figli del terzo mondo, un caso antropologico. Questa scelta, che ha la pretesa di essere un’ingegnosa provocazione, in realtà riporta all’indietro il discorso: dall’uomo che in quanto tale fa politica ed è posizionato, all’immigrato tout court, ancora una volta vittimizzato. E questo a prescindere dello spessore che Pape riuscirà a dare alla sua candidatura.

Infine il Partito democratico che su questo piano sembra aver trovato il coraggio che invocava Livia Turco: nonostante i risultati delle primarie per gli immigrati e le immigrate, ha scelto di collocare in posizione eleggibile due cittadini che non soltanto vengono dal mondo dell’immigrazione, ma che sono da anni in prima fila nelle lotta per il riconoscimento dei diritti e contro la violenza del «cattivismo» anti-immigrati che ha caratterizzato le politiche e i discorsi politici in questi anni. Si tratta di Cecile Kyenge Kashetu, settima alla Camera in Emilia Romagna e Khalid Chaouki, tredicesimo alla Camera nella circoscrizione Campania II. Decisione di grande portata politica quella operata dal Pd, che mi auguro faccia parte di una strategia di maggiori orizzonti sul piano delle prospettive.

Come insegnano le lotte delle donne per esserci e contare anche nei luoghi decisionali, la presenza in quei luoghi di uomini sensibili alle lotte delle donne non esaudisce le domande di cambiamento e di rappresentanza delle donne; così, l’imperativo di restituzione di dignità di milioni di donne, uomini, arrivati dopo, pesantemente puniti da normative securitarie e xenofobe, dovrebbe essere portata avanti e rappresentata in primis da chi quella condizione l’attraversa, e su questo le risposte della sinistra non possono continuare a essere a intermittenza.

Mercedes Frias

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