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Il popolo di Chavez

by redazione

La scomparsa del presidente Hugo Chávez, avvenuta il 5 marzo scorso, è stata pianta dai moltissimi venezuelani che lo adoravano – ma da altri, in patria e fuori, era considerato un populista autoritario – e ai suoi funerali erano presenti capi di Stato e rappresentanti di 55 paesi: ben al di là dei governi «amici» dell’America Latina. Colotti è giornalista de «il manifesto» e cura l’edizione italiana di «Le Monde diplomatique».

All’Accademia militare di Caracas, le orazioni funebri si alternano a slogan e canti. Nel grande spazio che si apre alla strada, è stata allestita la camera ardente. Al centro, la bara di Hugo Chávez, presidente del Venezuela. È morto il pomeriggio del giorno prima, il 5 marzo. Un tumore particolarmente aggressivo ha avuto ragione della sua forte fibra e se l’è portato via dopo una lotta durata ventuno mesi. Aveva 58 anni e governava dal 1999.

Due ali di folla sfilano ai lati della bara: donne, giovani, anziani, bambini, infermi…Una moltitudine che si è riversata nella spianata di Los Procedes fin dalle prime ore, per accompagnare il feretro dall’ospedale militare alla camera ardente. E da allora ha sopportato una coda di 12 chilometri, pur di salutare da vicino il presidente. Un pellegrinaggio di dieci giorni e poi un’altra enorme manifestazione popolare, per seguire le spoglie di Chávez al Cuartel de la Montana, nello storico quartiere del 23 Enero, dove continuano ad essere visitate nel Museo della Rivoluzione.

Ogni giorno, circa 70mila persone si sono messe in coda per oltre 10 ore pur di vedere e toccare la bara: chi salutando a pugno chiuso, chi con un bacio o facendosi il segno della croce. Davanti al feretro, un ritratto di Gesù. Ai piedi, una riproduzione della spada di Simon Bolivar: il «libertador», il cui sogno di un’unica patria per l’America Latina – la Patria grande – è stato ripreso dalla «revolucion bolivariana» animata da Chávez. Ezequiel Zamora, Simon Rodriguez e Simon Bolivar sono le «tre radici» che la compongono: un leader radicale dei contadini (Zamora, vissuto tra il 1817 e il 1860), un maestro di scuola e di vita (Simon Rodriguez, precettore di Bolivar, vissuto tra il 1769 e il 1854); e il «libertador», il venezuelano che spese la sua vita per l’indipendenza degli stati sudamericani, nato nel 1783 e morto nel 1830. Da 14 anni, i loro ritratti si elevano sui muri colorati dai graffiti, accompagnano gli altri riferimenti forti del «socialismo del XXI secolo»: Marx, Gramsci, e la Teologia della liberazione. Principi che guidano il Partito socialista unito del Venezuela (Psuv), che Chávez ha fondato mettendo insieme un arco di forze, il 14 marzo del 2008. Un gigantesco murale dipinto nel quartiere 23 Enero raffigura un pantheon ancor più azzardato: un’Ultima cena in cui, ai lati di Cristo, si vedono Marx, Lenin, Fidel Castro, Che Guevara e Manuel Marulanda (il leader della guerriglia colombiana delle Farc). Alla sinistra, i padri storici dell’indipendenza venezuelana: da Bolivar a Guaicaipuro, un eroe indigeno vissuto tra il 1530 e il 1568. In mezzo a loro c’è Hugo Chávez, che regge la Costituzione bolivariana.

La Carta magna della V Repubblica – una delle più avanzate al mondo – viene approvata dai cittadini il 15 dicembre del 1999, mentre piogge torrenziali e devastanti si abbattono sul paese. Il 25 aprile, il popolo venezuelano ha votato per la convocazione di un’Assemblea costituente, che ha impegnato l’intero paese nell’elaborazione della Costituzione: declinata nei due generi – maschile e femminile – e nei capitoli che consentiranno al nuovo governo di avviare quelle riforme di struttura basate su una più equa distribuzione delle risorse petrolifere (il Venezuela è il quinto maggior esportatore di petrolio al mondo), sulla lotta al latifondo e allo strapotere delle multinazionali, sui diritti umani e della natura. La promessa di un’Assemblea costituente è stata la molla vincente della campagna elettorale di Chávez, nel ‘98. Il 2 febbraio del ‘99, diventato presidente con oltre il 56% dei voti, lo ha ribadito al paese, giurando sulla «moribonda» Costituzione del 1961. Chávez è stato uomo di parola, e anche per questo il popolo gli ha sempre rinnovato la fiducia: consentendogli di passare dal carcere di Yare – dov’era stato rinchiuso per aver diretto la ribellione civico-militare del 1992 – a Palazzo Miraflores e poi di vincere una presidenziale dopo l’altra. L’ultima, il 7 ottobre del 2012, quando ha sconfitto con oltre il 55% dei voti il candidato della destra, Henrique Capriles Radonski. Il suo ultimo bagno di folla. Avrebbe governato, per un quarto mandato, fino al 2019. Invece le sue apparizioni in pubblico si sono fatte più rare, mentre il paese si preparava alle regionali del 16 dicembre e le notizie sulle sue condizioni di salute infiammavano l’arena politica.

A novembre, una nuova partenza per Cuba, per sottoporsi a ulteriori cure contro il tumore che lo affligge dal giugno 2011. L’8 dicembre, a una settimana dalla schiacciante vittoria del campo chavista (20 governatori contro 3 dell’opposizione), il presidente torna in Venezuela: per annunciare la gravità del suo stato di salute e la necessità di un quarto intervento. In quell’occasione, consegna al paese quello che risulterà un testamento politico, e una canzone: «Patria querida», che risuona ora nella campagna elettorale per le presidenziali del prossimo 14 aprile. In quella data si affronteranno l’ex vicepresidente Nicolas Maduro, particolarmente vicino a Chávez, e di nuovo Capriles, attuale governatore dello stato Miranda, che rappresenta la Mesa de la Unidad democratica (Mud).

La voce stentorea del presidente scomparso – l’ex bambino povero di Sabaneta, cresciuto vendendo dolci fatti dalla nonna, dotato nelle arti e nello sport – accompagna i comizi di Maduro, modula ancora i sentimenti di un popolo diventato per la prima volta protagonista. «Se volete capire chi era Hugo Chávez – ha scritto il leader cubano Fidel Castro dopo la morte del presidente venezuelano – guardate chi lo piange e chi invece esulta».

Hanno esultato i venezuelani di Miami e le frange più estreme dell’opposizione, manifestando i propri sentimenti in rete («un cadavere sta appestando il Venezuela»). Anche diversi grandi media internazionali non hanno nascosto la loro soddisfazione per la morte «del piccolo caudillo» («New York Times»), oppure hanno salutato la fine «del giogo» per i venezuelani (ABC World News). Durante la sua malattia, il canale privato Globovision aveva mandato in onda una striscia costante che diceva: «Che si sbrighi a morire e ci lasci tranquilli». In Italia, il tenore di certa stampa non è stato molto diverso. Quegli stessi media che, quando era stata diffusa l’ultima foto di Chávez in ospedale a Cuba con le figlie, avevano gridato al falso, sostenendo che il leader fosse morto da un pezzo. Invece, nella bara il presidente appariva proprio come in quell’ultima foto: vestito con una camicia bianca, una cravatta nera, l’uniforme verde dell’esercito con il berretto rosso, quella «di gala n. 2». Il 5 marzo, poco dopo l’annuncio della morte, il funzionario nordamericano Roberta Jacobson ha invitato Caracas a «seguire gli alti standard democratici dell’emisfero» (dimenticando il tasso di assassinii di sindacalisti e oppositori esistente in Colombia o in Messico, alleati di Washington), e il Venezuela (uno dei principali fornitori di petrolio degli Usa) ha sospeso le comunicazioni diplomatiche. Lo stesso giorno, due ex diplomatici Usa, Roger Noriega e Otto Reich, sono stati espulsi dal paese con l’accusa di voler attentare alla vita del leader dell’opposizione, Capriles, per creare il caos prima delle elezioni.

Ha pianto Chávez la moltitudine di senzanome e senza diritti che prima non aveva documento di identità e che oggi anima l’agorà di questo interessante laboratorio politico: «Chávez siamo tutti», aveva detto il leader scomparso consegnando al mito il volto del riscatto. «Io sono Chávez», ripete il popolo venezuelano moltiplicando il messaggio. Ai funerali solenni lo hanno omaggiato capi di Stato e rappresentanze di 55 paesi. In primo luogo i governi progressisti dell’America Latina, che hanno messo in campo nuove alleanze solidali grazie all’impulso di Cuba e Venezuela, ma anche quelli che progressisti non sono, come il cileno Sebastian Piñera e il colombiano Manuel Santos. La bandiera dell’antimperialismo e il suo carattere istrionico hanno portato Chávez a farsi degli amici anche in un campo in cui la parola «socialismo» non è propriamente di casa. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha baciato la bara, pianto, e abbracciato la madre del leader scomparso, annoverandolo fra i «martiri». E per questo ha subito i feroci attacchi del clero oscurantista nel suo paese. Ha reso omaggio al «comandante» venezuelano anche il pastore statunitense Jesse Jackson, attivista per i diritti umani. E lo hanno pianto i popoli di tutti i Sud del mondo.

Anche nel Bronx, uno dei quartieri più poveri di New York, migliaia di ispanici e statunitensi lo hanno ricordato, per il programma di aiuti sociali destinato dal governo bolivariano ai più bisognosi di questa comunità. Per iniziativa di Chávez, tra il 2007 e il 2010, lo stato venezuelano ha devoluto un milione di dollari ogni anno, per mezzo dell’impresa Citgo, filiale di Petróleos de Venezuela S.A. (Pdvsa), per appoggiare lo sviluppo dei progetti sociali nel Bronx. L’organizzazione Petro-Bronx è stata incaricata di mettere in atto 30 progetti rivolti alle scuole, alle cooperative alimentari e di pulizia del fiume Bronx. Invitato dal deputato democratico statunitense José Serrano, Chávez ha visitato il Bronx nel settembre del 2005, quando ha partecipato alla 60ma Assemblea generale delle Nazioni Unite. In quell’occasione ha invitato i giovani del quartiere a lottare e a non considerarsi «vinti perché poveri». Tra il 2005 e il 2013, quasi due milioni di nordamericani hanno usufruito del programma di somministrazione gratuita di combustibile rivolto alle famiglie bisognose. Questo programma, sviluppato con l’organizzazione statunitense Citizens Energy Corporation ha raggiunto gli abitanti di 25 stati della nazione nordamericana, compresi i membri di 240 comunità indigene, e ha rifornito oltre 200 rifugi per indigenti.

Uno schiaffo alle politiche di austerity e ai diktat dei poteri forti che intendono imporre un’altra via. E questo ha motivato e motiva, nella sostanza, la pervicace ostilità dei grandi media internazionali nei confronti di Chávez anche dopo morto: a dispetto dei progressi compiuti dal suo governo nel campo della giustizia sociale. Il Venezuela è un paese in via di sviluppo e di trasformazione, che ha ereditato pesanti problemi (soprattutto in termini di sovranità alimentare, di burocrazia, di corruzione) e che per sanare degli squilibri può aver suturato male qualche ferita. E Hugo Chávez è stato il prodotto della sua storia e del contesto in cui si è trovato a interpretare i sentimenti di riscatto degli ultimi della catena. Forse decideva in fretta e imponeva le sue intuizioni («devo imparare a farmi da parte», aveva dichiarato negli ultimi tempi), ma l’uomo si giudica dall’opera: e, in questo senso, il risultato è in attivo.

Geraldina Colotti