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Se la crisi cambia i rapporti di forza

by redazione

Come sottolinea lo storico Tranfaglia, in questi ultimi decenni il cambiamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro ha prodotto riduzioni continue delle imposte a vantaggio dei ricchi e delle imprese, mentre i salari non sono cresciuti in modo proporzionale alla produttività. Ci troviamo in una fase nettamente recessiva che ci riporta ai tempi della rivoluzione industriale quando i rapporti sociali erano basati sulla sopraffazione e sulla prevaricazione.

Sono trascorsi ormai alcuni anni dall’esplosione della crisi economica e politica (ma si potrebbe aggiungere anche morale e culturale) che ha aggredito il continente europeo e, come era inevitabile la penisola italiana.

Non c’è dubbio ormai, e lo hanno detto con chiarezza economisti e studiosi (mi limito a citare il saggio molto chiaro di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini: «Il film della crisi. La mutazione del capitalismo», Einaudi), che la storia della crisi ha avuto il suo inizio nei primi anni Settanta, quando il declino dell’economia americana ha scatenato tre mosse fondamentali della controffensiva capitalistica e aperto la strada all’espansione del capitalismo finanziario. Il presidente Nixon nel 1971 sganciò il dollaro da ogni parità fissa con l’oro. D’altra parte, alla fine del decennio, il ministro del Tesoro Usa Paul Volcker reagirì all’inflazione determinata dall’aumento dei prezzi petroliferi con un forte rialzo dei tassi di interesse che trascinò con sé i tassi di interesse mondiali, determinando una tendenza dei capitali ad orientarsi verso gli Stati Uniti. La terza mossa decisiva, attuata negli anni ’80 dal presidente americano Reagan e dal primo ministro conservatore inglese Margaret Thatcher, fu la liberazione del movimento dei capitali attraverso lo sganciamento dagli accordi di Bretton Woods (1944), che ha determinato il rovesciamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro come tra capitalismo e democrazia, perché ha creato una condizione di forte vantaggio per le grandi imprese private nei confronti degli Stati nazionali. Da quel momento la capacità di intervento dello Stato nell’economia subisce una forte diminuzione e i lavoratori incominciano a subire i ricatti delle costanti delocalizzazioni produttive.

Insomma, come scrivono Ruffolo e Sylos Labini, «il mutamento dei rapporti di forza tra il capitale e gli altri fattori di produzione da una parte, e tra il capitalismo e il governo democratico dall’altra, rappresenta i due fattori fondamentali alla radice del processo di finanziarizzazione». Inoltre, la concorrenza molto forte che si stabilisce dopo la liberazione dei capitali tra i capitalismi nazionali e il mercato finanziario internazionale aumenta il peso del profitto nell’ambito della struttura economica nazionale e internazionale. Le conseguenze più importanti del cambiamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro sono state che i salari non sono cresciuti in modo proporzionale alla produttività e che le politiche fiscali sono state contrassegnate da riduzioni continue delle imposte a vantaggio dei ricchi e delle imprese. Nei quindici paesi più ricchi dell’Ocse, tra il 1976 e il 2006 la quota dei salari (cioè l’incidenza sul Pil dei redditi da lavoro, che comprendono anche il reddito da lavoro autonomo) si è abbassata di dieci punti, passando dal 68% al 58% del Pil. L’insieme di questi fenomeni – è la conclusione inevitabile da trarre – interrompe l’evoluzione del capitalismo verso la democrazia ed apre una fase nettamente recessiva che ci riporta ai tempi della rivoluzione industriale quando i rapporti sociali erano basati sulla sopraffazione e sulla prevaricazione. Non c’è da stupirsi che alla crisi economica molto forte si accompagnino inevitabili aspetti di crisi politica, morale e culturale.

Nel nostro paese la crisi è più forte che in Francia, Gran Bretagna e Germania – gli altri grandi stati dell’Europa – per alcuni fattori che caratterizzano la nostra storia pre e post-unitaria e che in questa sede mi devo limitare a citare piuttosto che a sviluppare per i limiti dello spazio a disposizione. In primo luogo, il forte divario che ancora esiste, dopo 152 anni di unificazione tra il Sud e il Nord della penisola, con le differenze certo tra le varie zone del Sud come tra quelle del Nord, ma con una distanza economica tra l’uno e l’altro che la crisi economica ha ulteriormente accentuato.

In secondo luogo, il carattere dei rapporti tra lo Stato e i cittadini messo in luce in primo luogo dalla enorme evasione fiscale, che ha raggiunto negli ultimi anni 120-130 miliardi di euro ogni anno e che si spiega con molte cause storiche che non possiamo in questo momento analizzare ma che appaiono con chiarezza a chi viva all’interno della società italiana. Del resto, una caratteristica indubbia del nostro paese è la distanza (indicata in aumento negli ultimi decenni da tutti gli osservatori, non solo stranieri) tra chi domina la società politica e culturale e la maggioranza degli abitanti della penisola. E questo costituisce – dobbiamo prenderne atto – un handicap ulteriore rispetto al progresso complessivo del paese, in un momento delicatissimo per gli equilibri politici determinati dai risultati elettorali. Siamo nelle mani di alcuni leader politici che devono trovare presto una soluzione efficace di fronte ai gravi problemi nazionali ancora non risolti.

Nicola Tranfaglia

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