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Meglio ingovernabili o mal rappresentati?

by redazione

Il risultato delle elezioni di febbraio ha riportato al centro dell’attenzione la necessità di una riforma elettorale. Tutti vogliono disfarsi del porcellum, ma non c’è accordo sul come. Nessuna legge potrà mai conciliare pienamente governabilità e rappresentatività, ma questa è riuscita nel «capolavoro» di colpirle entrambe.

di Adriano Gizzi

Settimana decisiva per la legge elettorale. Questo l’ottimistico titolo che giornali e televisioni hanno ripetuto ininterrottamente tra giugno e inizio dicembre dell’anno scorso. Per mesi sembrava che le forze politiche fossero alla vigilia di un accordo che finalmente cancellasse il porcellum, la legge che il suo stesso autore – il leghista Calderoli – ha definito «una porcata» e che poi tutti si sono affrettati a rinnegare, compreso quel centro-destra che l’aveva votata. Da anni non si trova più una persona disposta a difenderla: tutti i partiti si dicono pronti a cambiarla, ma non riescono mai a trovare un accordo su quale nuovo meccanismo elettorale introdurre. Una regola elementare di buonsenso suggerirebbe di cominciare con una riforma minima, «di emergenza»: individuare cioè i due o tre aspetti peggiori del porcellum ed eliminarli immediatamente, rimandando a tempi migliori riforme più elaborate. Invece si punta sempre in alto: c’è quindi chi propone l’elezione diretta del premier, chi il semi-presidenzialismo alla francese e chi lo stravolgimento di mezza Costituzione. Come spesso accade, il meglio è nemico del bene e invece di accontentarsi di una piccola (ma preziosa) riforma si evocano trasformazioni mirabolanti, che poi però non si riesce mai a realizzare. E infatti a febbraio scorso, nonostante tutte le settimane «decisive» per la riforma, siamo andati a votare ancora con il tanto biasimato porcellum. Per la terza volta consecutiva. Immancabilmente, un minuto dopo i risultati elettorali, le forze politiche hanno ricominciato con la solfa della riforma da fare assolutamente: questa volta davvero, senza esitazioni, cascasse il mondo… senza però calcolare che il risultato diverso tra Camera e Senato non è colpa del porcellum, ma potrebbe riproporsi con qualsiasi altro sistema. Lo stesso discorso vale per la situazione di stallo del Senato. A meno di non voler adottare anche lì il meccanismo della Camera, dove chi vince a livello nazionale (anche per un solo voto in più) ottiene il premio di maggioranza del 54% dei seggi. In ogni caso, fintantoché avremo un bicameralismo perfetto (in cui i due rami del Parlamento hanno gli stessi poteri), la possibilità di un risultato «contraddittorio» tra una camera e l’altra sarà sempre in agguato. Tra l’altro, la base elettorale del Senato è più ristretta (dato che ne sono esclusi i minori di 25 anni) e questo ha un suo peso non indifferente. Ma in ogni caso, anche con la stessa base e con un meccanismo elettorale identico, non si potrà mai obbligare un elettore a esprimere lo stesso voto su entrambe le schede. La cosa più semplice da fare sarebbe quindi eliminare il bicameralismo perfetto, ma questo richiederebbe una revisione costituzionale con tempi ancora più lunghi.

Sarebbe perciò ragionevole accontentarsi per il momento di una semplice riforma elettorale. Già, ma quale? Oggi è diventato ancora più difficile di prima decidere in che direzione riformare il sistema di voto, perché queste elezioni hanno scardinato l’ormai ventennale bipolarismo. Bene o male, in questi anni abbiamo sempre avuto due grandi poli che si contendevano la vittoria, più altre forze minori che seguivano a grande distanza. A febbraio, invece, le due coalizioni tradizionali – centro-destra e centro-sinistra – sono scese entrambe sotto il 30%, con una terza forza (il Movimento 5 stelle) che li segue a soli quattro punti di distanza e una quarta (la coalizione di Monti) che ha comunque raggiunto il 10%.

In una situazione di tripolarismo, quindi, è ancora meno probabile che una coalizione raggiunga da sola la maggioranza assoluta dei seggi. Non è più tanto questione di sistema elettorale. Anzi: in realtà il porcellum è proprio l’unico a garantire in modo matematico che una coalizione avrà la maggioranza assoluta alla Camera. Lo abbiamo visto nel 2006, quando il centro-sinistra aveva preso solo 24 mila voti in più del centro-destra, ma lo vediamo anche adesso che i voti in più sono stati 125 mila. In entrambi i casi il centro-sinistra ha guadagnato il 54% dei seggi della Camera con pochissimi voti in più: 0,07% la prima volta, 0,4% la seconda. Ma la sproporzione tra voti e seggi ottenuti si è fatta sentire soprattutto quest’anno, perché nel 2006 l’Unione di Prodi aveva vinto con il 49,8%, ricevendo poco più del 4% di seggi in premio, mentre oggi la coalizione di Bersani ha lo stesso numero di deputati con meno del 30% dei voti: un regalo che vale circa un quarto dei seggi della Camera. Di conseguenza, il restante 70% di voti ha ottenuto una rappresentanza solo del 46%.

Giustamente, questo premio di maggioranza alla Camera appare a quasi tutti come una sproporzione inaccettabile. Ma è l’unico elemento che evita una situazione di stallo. Perciò, quando tutti ripetono che ci vorrebbe una legge elettorale meno ingiusta e che garantisca finalmente la governabilità, evidentemente non si rendono conto che le due cose non possono andare d’accordo: se il sistema per eleggere la Camera fosse meno squilibrato (e quindi più «equo»), perderemmo la garanzia di governabilità per quel ramo del Parlamento. Governabilità e rappresentatività sono come la botte piena e la moglie ubriaca: non si possono avere entrambe allo stesso tempo. Però si può scegliere un sistema che tenda a un compromesso: diciamo una botte a metà e una moglie appena un po’ brilla.

L’importante è togliersi dalla testa che si possa avere una legge elettorale perfetta, perché non esiste. Una volta accettato serenamente questo, si può ragionare su quale sia la più indicata per la situazione italiana di oggi. Certo, ciascuna forza politica tende sempre a proporre il sistema elettorale che le fa più comodo e sarebbe ingenuo aspettarsi il contrario. Ma l’ipotesi di riforma in due tempi (ossia: intanto pensiamo a liberarci dell’odiato porcellum e poi studieremo con calma una riforma generale) può funzionare se si sceglie di tornare subito a una delle due leggi elettorali già sperimentate in passato: quella proporzionale oppure il cosiddetto Mattarellum, cioè la legge per tre quarti uninominale maggioritaria e per un quarto proporzionale. Solo così si potrebbe raggiungere in poche settimane il consenso in Parlamento, perché in quel caso non ci sarebbe bisogno di inventarsi una legge ex novo, con l’inevitabile allungamento dei tempi.

Qualunque sistema che preveda premi di maggioranza, o che comunque non sia proporzionale puro, produrrà in ogni caso delle distorsioni più o meno gravi. Nell’uninominale maggioritario anglosassone – dove in ogni collegio vince sempre il candidato che arriva primo, indipendentemente dal numero di voti – a volte si ottengono trionfi clamorosi anche con maggioranze relative molto leggere. E comunque non si può mai avere la garanzia che un partito ottenga da solo la maggioranza di seggi. In Gran Bretagna, dove di solito escono maggioranze chiare dalle elezioni, nel 2010 hanno dovuto fare ricorso – per la prima volta dal dopoguerra – a una coalizione di governo tra conservatori e liberaldemocratici. Ma, a proposito di distorsioni nella rappresentanza, ricordiamo due casi emblematici: nel 2005 i laburisti di Blair, con solo il 35% dei voti (neanche il 3% in più dei conservatori), hanno conquistato il 55% dei seggi. Churchill – che proprio nel 1945, a guerra appena vinta, aveva perso le elezioni – si prende la rivincita nel 1951 e torna ad essere primo ministro. Ma il fatto paradossale è che conquista la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Comuni avendo però ottenuto 230 mila voti in meno rispetto ai laburisti. Allo stesso modo, alle elezioni del novembre scorso negli Stati Uniti, i repubblicani hanno ottenuto il 54% dei seggi alla Camera dei rappresentanti pur avendo un milione e mezzo di voti in meno rispetto ai democratici (47,7% i primi, 49% i secondi). Chi fosse convinto che invece il doppio turno alla francese produca automaticamente risultati più equilibrati può dare un’occhiata al risultato delle elezioni del 1993: la destra di Chirac e Giscard d’Estaing ottiene l’82% dei seggi all’Assemblea nazionale con poco più del 40% dei voti, mentre i partiti di sinistra e gli ecologisti (poco meno del 40% dei voti) si devono accontentare del 18% dei seggi.

Fermo restando che ogni sistema elettorale ha i suoi pregi e i suoi difetti, forse occorre ricordare che in questi 19 anni Berlusconi non ha mai ottenuto la maggioranza assoluta dei voti e quindi con un sistema proporzionale non avrebbe mai vinto. Mai, neanche quando aveva il 47% dei voti. Figuriamoci adesso che ha ottenuto meno del 30%. Che c’entra? Così, tanto per tenerlo a mente. Come diceva Nanni Moretti: non c’entra… però c’entra.

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Hanno ammazzato il Porcellum, il Porcellum è vivo 7 Dicembre 2013 - 11:23

[…] complessiva? Come al solito, il meglio è nemico del bene (si veda, a questo proposito, «Meglio ingovernabili o mal rappresentati?») e per fare una legge migliore dopodomani si rinuncia a uscire immediatamente dal tunnel del […]

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