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Non c’è riforma senza Concilio

by redazione
Papa Francesco ha affidato ad otto cardinali dei cinque continenti il compito di dargli dei «consigli» per governare la Chiesa universale e riformare la Curia romana. Se, infine, questi «saggi» indicheranno nodi di fondo (la condivisione del potere ai vertici vaticani; la povertà come scelta anche istituzionale; un organismo che rappresenti il «popolo di Dio»), sarà difficile attuare, senza un nuovo Concilio generale, la conseguente «rifondazione» della Chiesa cattolica romana.

Rappresenta un tornante ecclesiologico la decisione di papa Francesco, annunciata il 13 aprile, ad un mese esatto dalla sua elezione a vescovo di Roma, di costituire, «riprendendo un suggerimento emerso nel corso delle congregazioni generali precedenti il conclave (le riunioni di tutti i porporati svoltesi, dopo la rinuncia di Benedetto XVI, dal 4 all’11 marzo), un gruppo di cardinali per consigliarlo nel governo della Chiesa universale e per studiare un progetto di revisione della costituzione apostolica Pastor bonus sulla Curia romana». La novità della scelta, a meno che non sia clamorosamente depotenziata ad operazione gattopardesca, sta nel fatto che Francesco non promette: «Farò la riforma della Curia», ma chiede a vescovi dei cinque continenti, da lui scelti: «Come vorreste che essa fosse?» per – sottinteso – attuare, finalmente, alcuni punti-chiave affermati cinquant’anni fa dal Vaticano II.

«Riprendendo un suggerimento»: papa Francesco si impegna a tenere nel massimo conto le critiche, nel pre-conclave, di molti porporati alla Curia romana e, velatamente, ad un esercizio del ministero petrino (quello di Wojtyla e di Ratzinger) di fatto allergico all’attuazione della Lumen gentium, la costituzione dogmatica sulla Chiesa che, dopo un drammatico confronto teologico, al Concilio aveva proclamato la collegialità episcopale (anche il collegio dei vescovi, sempre insieme e sotto il vescovo di Roma, è soggetto di suprema e piena autorità sulla Chiesa).

Il gruppo è formato da otto porporati, tutti arcivescovi residenziali, eccetto l’italiano di Curia: Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; Francisco Javier Errázuriz Ossa, emerito di Santiago del Chile (Cile), e già presidente del Consiglio episcopale latino-americano; Oswald Gracias, di Bombay, e presidente della Federazione delle Conferenze episcopali dell’Asia; Reinhard Marx, di Monaco; Laurent Monsengwo Pasinya, di Kinshasa (R. D. del Congo); Sean P. O’Malley, di Boston; George Pell, di Sydney; Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, di Tegucigalpa (Honduras), con funzione di coordinatore; mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano, con funzione di segretario. Ad eccezione dell’Asia, dunque, papa Francesco non ha optato per i presidenti delle varie Conferenze episcopali continentali; ha scelto lui, caso per caso; non ha voluto, poi, affidare il compito al Consiglio della segreteria del Sinodo (nel quale dodici dei suoi membri, rappresentanti i cinque continenti, sono eletti dall’Assemblea, e tre voluti dal papa). Sorprende, poi, l’assenza di una voce delle Chiese cattoliche orientali.

Quali i temi che gli otto «saggi» (in ottobre a Roma terranno la loro prima riunione), dovranno affrontare? I più importanti ci sembrano i seguenti:

1) La riforma del modo di esercizio del ministero petrino, che precede e corona la riforma della Curia; se non si rifonda radicalmente l’attuazione di quel servizio ecclesiale – nel senso della collegialità – la «rinnovata» Curia rimarrà un cuneo tra il papa e l’episcopato mondiale.

2) Non ci sarà vera riforma dell’«esercizio» del ministero petrino senza una ridiscussione della sovranità del «sommo pontefice» sullo Stato della Città del Vaticano; infatti, la sovrapposizione inestricabile tra ministero di vescovo di Roma e sovranità statale (seppure quasi simbolica) intacca la credibilità del servizio petrino stesso, lo rende ecclesialmente ambiguo, ecumenicamente incomprensibile, politicamente strumentalizzabile.

3) L’abolizione della «Segreteria “di Stato”», e dunque del suo «Segretario» (nel frattempo, fino a quando terrà quella carica il discusso cardinale Tarcisio Bertone?); già Paolo VI, nel 1967, nella sua riforma post-conciliare della Curia aveva aggiunto, al nome di quell’organismo e al suo capo, o papale, quasi per indicare un cammino che avrebbe dovuto portare alla cancellazione del conturbante genitivo «di Stato»; ma papa Wojtyla, con la sua ulteriore riforma – prevista dalla Pastor bonus del 1988 – cancellò proprio… «o papale»!

4) L’attuazione della Lumen gentium richiederebbe l’istituzione, accanto ad un Sinodo dei vescovi diventato deliberativo, di una specie di Senato del «popolo di Dio», ove insieme fossero rappresentati vescovi, monaci, monache, suore, presbìteri (anche coniugati), diaconi, laici uomini e donne.

Sullo sfondo incombe, ormai inevitabile, il problema della povertà della Chiesa. Se le scelte di ascetica povertà di papa Francesco rimanessero personali, e non diventassero costitutive della balenata possibile riforma dell’_esercizio_ del ministero petrino e della Curia romana (Ior compreso o… soppresso), i sogni innescati dall’annuncio del 13 aprile rimarrebbero tali. Ma noi vogliamo ben sperare che il cammino iniziato proceda con ardimento e, di fronte alla vastità dei problemi da affrontare, tutti interconnessi, porti alla convocazione di un nuovo Concilio generale: nulla di meno sembra necessario per «rifondare» la Chiesa cattolica romana. ¡Coraje, Francisco!

David Gabrielli

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